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Più di tutto, resta negli occhi il momento che arriva poco prima della fine del secondo episodio. Una breve sequenza all’apparenza di non grande rilievo, ma vi è condensato il meglio, il sentimento di questa storia. Mostra il capitano Francis Crozier scendere da una nave, l’Erebus, e dirigersi in solitudine verso un’altra che si trova poco più in là, la Terror, quella al suo comando. Due o trecento metri che l’uomo percorre a piedi nella notte, alla luce di una luna piena, camminando sulle acque ghiacciate del mare artico. Per qualche secondo la macchina si sposta longitudinalmente rispetto all’inquadratura, per cui le increspature in effetti immobili e congelate della superficie sembrano onde in movimento. Una bella immagine, ovviamente anche molto romantica nel senso più corrivo, alla David Caspar Friedrich per intenderci, ma importa qualcosa? È comunque Bella.

Un miraggio del grandissimo Nord. La speranza del disgelo, di riprendere il viaggio, la missione di trovare il mitico passaggio a nord-ovest. La speranza di salvarsi, anche. Già, perché potranno mai gli equipaggi delle nostre due navi, vanto della Reale marina inglese, resistere in eterno così, incastonate nei ghiacci, nei tenebrosi inverni di quelle latitudini, coi viveri che prima o poi finiranno, lo scorbuto e altri mali inaspettati, le tensioni tra gli uomini, un orso mostruoso o forse proprio un mostro in sembianze di orso che spunta dal nulla e ti dilania? Non si può, e infatti della spedizione delle due navi che realmente salparono nel lontano 1845, e alla quale è ispirata la serie, non si è mai saputo più nulla fino a un paio di anni fa, quando i resti delle imbarcazioni sono stati individuati sul fondale del mare, rivelando che gli equipaggi, dopo due inverni di attesa, si erano messi in marcia per cercare aiuto. Più o quello quanto aveva già immaginato Dan Simmons, in un romanzo da noi passato per Mondadori qualche anno fa con il titolo La scomparsa dell’Erebus, che qui serve da canovaccio alla sceneggiatura. Per quanto, in certo senso il vero ispiratore della serie è stato un archeologo che da tempo costruiva un modellino in scala della Terror e documentava l’impresa su un blog. La produzione è partita da lì, dal modellino e dall’archeologo che è stato invitato dallo showrunner a diventare consulente storico. Le due navi sono infatti un elemento essenziale. Se ne stanno lì, a occupare la scena per parecchie puntate. Immobili come statue, chiuse in un bianco che inesorabile le divora, mentre al loro interno gli uomini attendono non si sa bene cosa, trescano, scelarano, s’ammalano, congelano, schiattano. Di navi, in effetti, ne è stata costruita soltanto una, adattata di volta in volta per vestire, a seconda delle esigenza di ripresa, i panni della Terror o della Erebus. E quest’una non ha mai preso il mare, giacché, a eccezione delle puntate finali, quelle in cui gli equipaggi si mettono in marcia, l’intera serie è stata girata a Budapest, in un teatro di posa. Nonostante lo straordinario lavoro digitale, la sensazione di essere in un interno permane comunque e con forza. La si percepisce nella luce, nell’assenza di una reale profondità. Il che non disturba, anzi.

Questo gelo da camera, spesso teatrale, si adatta perfettamente alla dimensione tutta interiore della storia. Sottocoperta le due navi sono pressoché identiche, si distinguono solo per i dettagli e la temperatura emotiva che vi si respira, per i caratteri degli uomini a bordo, le tensioni tra loro. Un aspetto che viene chiamato in causa espressamente a metà della serie, quando un marinaio spiega a un ufficiale che il pericolo maggiore, quello da cui più deve guardarsi è quel che c’è nella testa degli uomini, e nella testa degli uomini c’è una cosa che non sa spiegare meglio di così: «A darkness». Fuori, nient’altro che un bianco la cui luminescenza è sempre ubiqua, latente anche nei lunghi inverni senza sole. Anche lì si nasconde un’anima nera, la fame di morte e vendetta di un luogo che vuole punire l’uomo per il semplice fatto di essersi spinto fin là. La vecchia maledezione dell’hybris. Per molti versi, quel che avviene nelle dieci puntate è secondario. La suspence pressoché assente, sedata da un ritmo incredibilmente lento per i tempi di una serie televisiva.

In The Terror, contano i conflitti tra gli uomini, la loro tenebra, i dialoghi e un cast eccezionale nel quale giganteggia un Jared Harris in stato di grazia negli arrovellati panni del capitano Crozier. Contano poi l’immobilità apparente e sinistra del paesaggio. La sensazione di un vuoto sterminato che ha però anche qualcosa di soffocante e angusto, per come ti intrappola. I rumori che le masse ghiacciate emettono coi loro movimenti invisibili e che sembrano spesso versi di animali più che rumori. Gli scafi che scricchiolano e si piegano sotto la pressione del ghiaccio. Grandissima atmosfera, grandissima recitazione, una lentezza claustrofobica da tragedia. In barba a qualunque correttezza, il cattivo della situazione è un gay. Le ultime due puntate, poi, sono un parrosissimo di disfacimento e estinzione. Non è una visione per tutti, ma se ce la fate, se potete stare dentro una storia così, da non perdere. Da parecchio non capitava di vedere una produzione televisiva di tale qualità, così lontana dai tempi e delle modalità tipiche e ormai perlopiù insopportabili delle serie tv. Per quanto, anche soltanto il mitico blu della marina inglese e i suoi bottoni d’oro vale la pena di una visione. E non ci si limitati alla versione in lingua. In alcuni momenti si farà forse un po’ fatica ma è inammissibile salire a bordo di una nave di Sua maestà con il ciacolio dei doppiaggio.

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