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C’è solo da inchinarsi. Di norma, capolavoro sarebbe parola da evitare più della peste vista la frequenza con cui viene usata per opere di ordinaria creatività. Ma in certi casi come si fa? Perché complicarsi la vita con aggettivi da comiche (necessario, sontuoso…) e privi di senso alcuno, buoni solo per illudersi di ricorrere a termini all’apparenza più profondi e meno banali di bello. Peccato che, come tutte le parole semplici, bello non suoni mai banale e se Dogman può essere definito senza troppe remore un piccolo capolavoro ossia bellezza allo stato puro è anche per la sua semplicità. Semplice è la sua storia, semplice è il modo in cui si snoda, semplice è la sua geografia, semplice è la gente di cui parla, semplici le loro emozioni e motivazioni. Non saprei dire se questo sia il miglior esito di Matteo Garrone, di sicuro è quello in cui più si è avvicinato alla rotonda e crudele semplicità delle favole. È un film che sa di antico, di mitico, di dipinto. Del canaro della Magliana non è rimasta che un’eco lontana. Marcello fa sì il tolettatore e trova anche lui un implacabile vessatore nell’ex pugile Simoncino ma il fatto di cronaca, diviso tra l’atroce versione del canaro e i riscontri oggettivi, si tramuta in una sorta di archetipo, una storia ricorrente e universale, senza tempo e senza luogo. Il canaro non è neanche più un canaro ma l’uomo dei cani, un dogman come recita con esotica semplicità l’insegna del negozio. Neppure la periferia romana è più Roma. La gente parla romano ma lo fa in un litorale che potrebbe essere Ostia se anziché a Ostia non somigliasse a qualcosa di più astratto, a un meridione e a una periferia ideali dove miseria e degrado sembrano più uno stato di natura che una condizione sociale.

Tutto si svolge in un fazzoletto di terra offesa e dimenticata, uno spiazzo brutto e sterrato con al centro un desolato parco giochi e per quinte palazzi infami e cadenti, il tutto inquadrato spesso con prospettive centrali come se quella desolazione avesse comunque qualcosa di perfetto, di rinascimentale. Attorno a questo spiazzo spesso plumbeo e uggioso, mai veramente solare nemmeno quando c’è il sole, si addensa l’intero universo di Marcello. Il campo di calcetto incastrato tra i palazzoni, la sala dei videopoker, l’immancabile compro oro, il ritrovo dove la gente del posto mangia e discute, in particolare del bisogno di far fuori Simoncino che sparge sangue e fracassa tutto a suon di pugni e testate. Il resto del mondo è qualcosa di lontano ed estraneo da non arrivare nemmeno per via indiretta. Niente televisioni, niente radio, niente telefoni. Niente di niente, a parte un portatile il cui schermo inquadrato da dietro in un’unica scena è soltanto una fonte di luce che rischiara i volti di Marcello e di sua figlia Alida mentre vagheggiano viaggi in isole di cui conoscono soltanto il nome malioso e che non saprebbero collocare in un mappamondo, ammesso che un mappamondo possa davvero rappresentare la dimensione sospesa in cui galleggia il film. Ad Alida piace fare immersioni e siccome l’amore che Marcello ha per la figlia è quasi un dolore tanto è immerso, la porta a volte in mare aperto dove si tuffano in tenuta da sub. Sono gli unici momenti in cui un mondo fuori dello spiazzo e dei palazzi brutti pare esistere davvero, l’unica via per una fuga che ha però tutti i tratti del sogno.

Come tutti, Marcello è inchiodato a quello spiazzo dove domina il rombo pauroso della moto di Simoncino che trova in Marcello la sua vittima preferita. Come ogni vittima però, Marcello è legato da un sentimento indissolubile al suo carnefice. C’è qualcosa di profondo tra loro che trascende la normale dinamiche tra vessatore e vessato, qualcosa di fisico perfino che porta il corpo minuscolo e indifeso di Marcello e quello mastodontico e violento di Simoncino a unirsi e avvinghiarsi, a staccarsi e rincorrersi come in una malata danza d’amore tra un Davide e un Golia. Ma è veramente amore? Amore: che parola semplice e inspiegabile anche questa. Marcello la ripete di continuo ai suoi cani, unica luce della sua vita insieme alla figlia. La dirà anche a Simoncino, nel momento fatale. Amore… amore… amore… anzi amorre… amorre… amorre… con la erre arrotata, perché così la pronuncia Marcello ripetendola tante di quelle volte da farla diventare tante cose in una. Preghiera, formula magica, lamento, speranza.

In bocca a Marcello, amore è una parola nuova, mai sentita prima. Prima ancora di significare qualcosa è una voce, il suono di un’anima, e in effetti, a ben guardare, non significa nulla se non quello che Marcello potrebbe essere e non è per via dello spiazzo in cui vive e di Simoncino che vi fa il brutto e il bruttissimo tempo. Quel che potrebbe essere Marcello lo esprime col suo corpo gracile, lo sguardo mite e sperduto, la dolcezza con cui tratta i suoi cani, l’umanità di Marcello Fonte. Potrebbe essere un limpido, un buono, un santo che gronda soltanto amorre ma Simoncino e lo spiazzo brutto gli intorbidano il cuore, ne fanno un umiliato e un offeso non esente da ombre e colpe. Neppure la via della vendetta sarà per lui un riscatto. Davide annienterà Golia in uno scontro triste e sporco come un western italiano, ma lo spiazzo non se ne accorgerà. Lo lascerà solo in quel mondo buio, quasi orfano del tormentatore, ammutolito in un silenzio rovinosco, come se assieme al rombo feroce della moto sia sparita anche la parola amorre, l’illusione che ci sia un altrove, un’isola lontana dove poter davvero essere quel che in fondo all’anima eravamo e che saremmo stati anche nella vita, se il mondo non ce lo avesse impedito.

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