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Nei giorni in cui l’America si preparava a rispondere all’attacco subito l’11 settembre 2001, cominciò a circolare una barzelletta un po’ becera. In un futuro prossimo venturo un uomo porta il figlio a visitare Ground Zero. «Qui sorgevano le Torri Gemelle un tempo» spiega l’uomo al figlio. «Poi sono venuti certi arabi cattivi che hanno distrutto quei bellissimi grattacieli sbattendoci contro con due aerei rubati». Il bambino guarda il monumento che ricorda il tragico fatto, rimane un attimo assorto e poi domanda: «Papà, chi sono gli arabi?» Nessuno, ovviamente, nemmeno sull’onda dell’emozione, osò asserire che i musulmani andassero sterminati. Tuttavia eventi del genere mettono in campo dosi di emotività incalcolabile e la barzelletta rifletteva una più che serpeggiante sete di vendetta. In un articolo comparso sul finire di quell’anno, Don DeLillo affermava che quanto «accaduto ha contaminato, psicologicamente, l’aria che respiriamo» e invitava a immaginare «migliaia e migliaia di persone che si accalcano astiose giurando vendetta». Raccontare può rivelarsi un’impresa improba quando la mente è soggiogata dai sentimenti. La narrativa, inclusa quella più visionaria, esige un minimo di logica, la capacità di poter allontanarsi quel tanto da dominare nella sua interezza e da più lati l’oggetto del racconto. Non per nulla, con una delle sue tipiche iperboli, Martin Amis dichiarò che «il 12 settembre, dopo essere stati un paio d’ore seduti alla scrivania, tutti gli scrittori della Terra avevano considerato, seppure controvoglia, la possibilità di cambiare mestiere».

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La parola chiave è controvoglia. Come è naturale, gli scrittori desiderano che la propria opera rappresenti in maniera adeguata l’epoca alla quale appartiene. Accade dunque che di fronte a eventi di tali proporzioni, persino gli autori più inclini alla finzione vacillino. Si fa strada in loro il dubbio che forse c’è qualcosa di davvero immorale nell’inventare storie. Sono scossi da un rigurgito di realtà, per così dire, una rinnovata voglia di affacciarsi fuori della finestra per guardare e descrivere sciagure. Al riguardo, Ian McEwan dichiarò che si era stancato di confrontarsi con personaggi inventati. «Volevo che mi si parlasse del mondo. Volevo essere informato. Avvertivo di essere passato attraverso grandi cambiamenti e adesso era tempo di tornare a scuola». Da tanta voglia di imparare è scaturito Sabato, romanzo nel quale l’angoscioso retaggio dell’11 settembre fa da sfondo a una giornata quasi qualunque di un neurochirurgo londinese di mezza età. Il numero di scrittori che hanno tentato di raccontare in chiave romanzesca i fatti dell’11 settembre è stato considerevole pressoché da subito. Martin Amis ha voluto osare più degli altri con Gli ultimi giorni di Mohammed Atta, comparso su «New Yorker» nel 2006. Per la sua brevità – è infatti un racconto – questo viaggio nella mente dell’uomo che fu alla testa del commando responsabile dell’attacco alle Torri Gemelle è però più una provocazione infarcita di stereotipi sulla cultura islamica che un vero tentativo di immedesimarsi nelle motivazioni di un terrorista. Una prospettiva analoga ma di gran lunga più elaborata guida la storia del giovane Ahmad proposta da John Updike nel Terrorista. Sangue misto, figlio di una madre di origine irlandese e un padre egiziano datosi alla macchia, incapace di intrattenere rapporti con i coetanei, Ahmad è un alienato tra gli alienati. L’avvicinamento all’islam e il successivo progetto di far saltare in aria il Lincoln Tunnel di New York vengono descritti da Updike come l’estremo prodotto di una cultura che reagisce col delirio al proprio inesorabile declino.

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Già all’indomani dell’attacco, gli scrittori americani, com’era del resto immaginabile, hanno visto nell’11 settembre non una semplice aggressione da parte di una civiltà nemica – l’asse del male, come lo ha definito l’amministrazione Bush – bensì il segnale eclatante che qualcosa fosse sbagliato, o comunque corrotto, in quello stile di vita americano che nell’Uomo che cade di Don DeLillo viene chiamato il «cuore narcisistico dell’occidente». D’altra parte, già dai tempi in cui Conrad dava alle stampe L’agente segreto, ovverosia all’inizio del secolo scorso, il terrorismo è stato letto come una minaccia al sistema sociale centrato sul benessere della borghesia, il cosiddetto ceto medio di oggi. E per un curioso scherzo del destino, appena una settima prima dell’11 settembre 2001 uscì negli Stati Uniti Le Correzioni, nel quale Jonathan Franzen mise in scena, con risultati peraltro notevoli, l’eterno dramma del sogno americano contrapposto al suo malriuscito doppio, la vita reale, per l’occasione simbolizzata dall’estinguersi di uno dei tanti focolari domestici di questo grande paese, una famiglia middle class come ce ne sono tante nel Midwest. A fare da cardine era per l’appunto il termine «middle». Le correzioni è infatti una totalizzante immersione nel cuore di quel vivere «normale» per cui la dissoluzione della famiglia quale microcosmo compatto e indissolubile è avvertito con la gravità di una tragedia greca, sebbene le Casalinghe disperate fossero ormai dietro l’angolo. Logica vorrebbe che all’indomani di una catastrofe epocale, il pubblico se ne freghi di un romanzo su una famiglia qualunque. C’era il rischio che quella di Franzen restasse fatica sprecata e invece, grazie anche alla conduttrice televisiva nonché opinion-maker più ascoltata d’America, Oprah Winfrey, Le Correzioni è diventato uno dei più grandi bestseller della storia recente e un classico della letteratura contemporanea.

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È oltremodo significativo che quasi tutti gli autori che si sono confrontati con l’11 settembre abbiano partorito romanzi in cui si ricalca il modello familiare delle Correzioni. Ken Kalfus, per esempio, interessante scrittore che finora aveva prediletto trame e contesti non convenzionali, pensò bene di immergersi in un bagno di quotidianità con la trita storia del fallimento di una coppia, una guerra tra lui e lei. Lui dovrebbe recarsi alle Torri Gemelle, dove lavora, ma fa tardi per flirtare con la maestra d’asilo della figlia. Lei dovrebbe prendere un aereo per San Francisco, ma il destino le risparmia di schiantarsi insieme agli altri passeggeri in Pennsylvania. Lui gioirà nell’intimo per il grande attentato terroristico della storia confidando che lei sia morta, lei farà altrettanto. È Uno stato particolare di disordine, quello descritto da Kalfus, dove regna l’incapacità di trovare un equilibrio tra la microsfera dei fatti propri e il grande palcoscenico dell’umanità. Una incapacità ormai cronica, degenerata; tanto che per risolvere una squallida questione di divorzio si auspica l’apocalisse. Il quadretto proposto da DeLillo è praticamente identico: coppia in crisi sullo sfondo dell’11 settembre. E qui non si può fare a meno di notare che l’autore si era già cimentato nel tema quasi due decenni prima. La differenza è che in Rumore Bianco la catartica catastrofe della nube era un evento immaginario e il tutto appariva paradossalmente meno forzato.

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Sarà dunque un caso che Pattern Recognition, il primo romanzo in assoluto a contenere un riferimento diretto all’11 settembre, lo abbia scritto nel 2003 un autore di fantascienza, William Gibson? La protagonista, una ragazza che si guadagna da vivere grazie alla sua idiosincrasia per i logo, ha infatti perso il padre a Manhattan proprio in quel giorno. Se ne potrebbe dedurre che, quando il tempo trascorso è ancora breve, il realismo non sia lo strumento migliore per raccontare la storia. Tanto il romanzo di Kalfus che quello di DeLillo hanno un che di artificioso, ottenendo alla fine effetti opposti dalle intenzioni degli autori. Più credibile e umanamente vero pare Molto forte, incredibilmente vicino dove Jonathan Safran Foer sceglie di osservare a ritroso il dramma delle Torri Gemelle attraverso gli occhi di un bambino figlio di una delle tante persone che si gettarono nel vuoto per sfuggire alle fiamme. Di livello ancora superiore è un libro da noi passato ingiustamente quasi inosservato, I figli dell’imperatore di Claire Messud: intorno a un fascinoso giornalista liberal di mezzà età, guru della scena culturale newyorchese, orbita una serie di personaggi tanto glamour quanto velleitari, che danno vita a una dark comedy il cui sipario cala per l’appunto l’11 settembre.

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Al momento però la prova migliore in assoluto l’ha offerta Cormac McCarthy. Quantunque La strada possa ascriversi al genere della fantascienza apocalittica, è praticamente impossibile non leggerlo come una cupa metafora della sindrome di quel giorno dopo. Finora McCarthy si era distinto come il supremo cantore di un’America delle origini dove gli uomini sono feroci e affettuosi come animali e su tutto domina una natura incontaminata. Il mondo di questo romanzo è invece una irriconoscibile e desolata distesa di cenere, l’America all’indomani di una catastrofe nucleare. Qualcuno ha voluto leggervi una sorta di rifacimento letterario di Night of the Living Dead, e in effetti in una delle rare battute di dialogo il protagonista pronuncia parole che suonano come un esplicito richiamo al film di George Romero: «Noi non siamo i sopravvissuti. Siamo i morti viventi di un film dell’orrore». McCarthy non è mai stato un grande tessitore di intrecci, mai come in questo romanzo, però, la trama – semmai di trama di possa parlare – è ridotta al nulla. Un uomo e suo figlio avanzano in questa terra di cenere in cerca di cibo e di riparo dalle bande di cannibali. Non c’è trama perché i due non hanno alcun posto dove andare. Camminano ma la loro unica metà è sopravvivere. La sola cosa che impedisce loro di rannicchiarsi in un anfratto e lasciarsi morire è l’affetto che li lega. «Il mio compito è quello di prendermi cura di te», dice il padre al figlio, «e mi è stato assegnato da Dio. Ucciderò chiunque osi toccarti».

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Nella sua scarnificata struttura, più che un romanzo La strada ha l’andamento di un tenebroso poema in prosa sull’amore filiale quale estrema fonte di senso. Ma è anche altro: una riflessione sul valore della memoria e del raccontare. L’assunto di partenza, in fondo, è lo stesso della becera barzelletta in cui il figlio chiede al padre chi sono gli arabi. Anche il bambino di McCarthy non sa nulla del mondo di prima. Il padre che ne serba il ricordo cerca di tramandargli questo patrimonio ogni qualvolta si imbattono nei resti del tempo che fu: vecchi giornali che riportano «strane notizie», lattine di Coca-Cola rimaste miracolosamente intatte. Un uomo e un bambino, le cose che c’erano e quelle che ci sono. La strada è questa, e non è una barzelletta. Riguarda il modo in cui va il mondo, da sempre, tanto l’11 settembre che qualunque giorno della storia dell’umanità.

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