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Nell’aprile 1983 giunse al New York Times una lettera nella quale si contestava la «visione incredibilmente antiquata della psicologia femminile e del mondo professionistico degli scacchi» ostentata in un articolo comparso sul quotidiano qualche giorno prima. «Non c’è alcuna prova certa che gli uomini abbiano più resistenza fisica delle donne», scriveva il contrariato lettore. A suo avviso erano ben altri i motivi che tenevano lontano le donne dall’arena scacchistica. A cominciare dallo scarso ritorno economico. Oggetto dell’articolo in questione era La regina degli scacchi o meglio l’improbabile protagonista del nuovo romanzo di Walter Tevis, una ragazzina che impara a giocare a scacchi dal custode di un orfanotrofio diventando nel giro di pochi anni una campionessa assoluta. Il recensore trovava poco o nulla verosimile che una persona di sesso femminile potesse assurgere ai vertici di un gioco dove il cervello è sottoposto allo stress di un’incessante ebollizione. E in ogni caso le donne non erano le benvenute nei circoli. L’eventualità di venire sconfitto da una rappresentante del gentil sesso era inaccettabile per un giocatore di scacchi. Il recensore non parlava del tutto a sproposito. Nel 1929 il Maestro tedesco Albert Becker fondò l’immaginario «Club di Vera Menchik» col quale intendeva esporre al pubblico ludibrio i giocatori usciti con le ossa rotte da un incontro con la vincitrice del primo campionato femminile di scacchi, una giunonica moscovita il cui nome era per l’appunto Vera Menchik. L’infamante onore di far parte del club toccò a molti, primo fra tutti lo stesso Becker, ma non servì di lezione. Nel 1968 un altro illuminato Maestro, Jan Hein Donner, sostenne che le donne non possono giocare a scacchi in quanto difettano di una dote essenziale: l’intuizione. Per Michail Tal – popolare campione russo cui è riservato fra l’altro un cameo nelle pagine finali di La regina degli scacchi o Il gambetto di donna, per restare fedeli al titolo originale – l’inettitudine femminile è dovuta invece all’obbligo di restare in silenzio durante una partita. In anni ancor più recenti perfino una donna, Susan Polgar, ha dato un bel contributo, affermando che le mestruazioni possono avere un loro peso, come «per esempio, influenzare la scelta di un’apertura».

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Il maschilismo scacchistico è un fenomeno relativamente moderno. Prima del 1500 uomini e donne giocavano tranquillamente tra loro e pare fosse per nulla infrequente che i primi avessero la peggio. Eppure nessuno si sognava di ”farne un dramma. In una delle tante storie delle Mille e una notte, dopo aver perso cinque partite di seguito con una fanciulla greca, il principe Sharkàn esclama: «Signora mia, è bello essere vinto da chi è come te!» La giocatrice era infatti a tal punto incantevole che ogniqualvolta muoveva un pezzo il principe la fissava in volto perdendo la capacità di distinguere un Cavallo da un Alfiere. Nell’Europa medievale gli scacchi erano un simbolo dell’amor cortese e le partite avevano esiti simili. In un poema allegorico ispirato all’educazione sentimentale di un principe termina con una partita dove una nobildonna vince dando scacco matto con la Regina. Le cose cambiarono sul finire del sedicesimo secolo, quando iniziò a prendere forma la figura del giocatore professionista. Gli scacchi divennero una specie di scienza e dunque appannaggio dei maschi. Il punto non era tanto la presunta superiorità biologica quanto il ruolo che gli uomini avevano confezionato per il sesso opposto nella nascente società borghese. Candida e ingenua da giovane, dimessa custode del focolare domestico da adulta: ecco come doveva essere una “vera” donna. Girare il mondo per cimentarsi in competizioni intellettualistiche non era femminile in base ai nuovi canoni. Il gioco cessò allora di essere uno strumento della tenzone amorosa e perse gran parte della sua carica erotica. In quanto celebrazione della forza del puro pensiero, la scacchiera moderna si è fatta nemica di tutto ciò che è sensuale. Significativa in questo senso è la famosa foto scattata nel 1963 al Museo di Pasadena in occasione di una retrospettiva di Marcel Duchamp. Antesignano dell’arte concettuale, Duchamp si piccava di essere un giocatore professionista e dispose di essere ritratto nell’atto di giocare con una modella nuda, Eve Babitz, figlioccia di Igor Stravinskij. L’artista, vestito invece di tutto punto, il capo chino sulla scacchiera, mostra un assoluto disinteresse nei confronti delle forme dell’avvenente avversaria. Nulla a che spartire col principe delle Mille e una notte. Il messaggio è chiaro: non basta di certo un po’ di carne esposta a far perdere la concentrazione a un vero scacchista.

CURA.

Anche Walter Tevis era un discreto scacchista. Frequentava i circoli ed era pertanto avvezzo alla scarsa considerazione di cui godevano le donne nell’ambiente. È inoltre assai probabile che conoscesse la foto scattata al Museo di Pasadena. Nella Regina degli scacchi si parla di un artista pop che acquista un disegno di Michelangelo, lo cancella con una gomma e infine espone il foglio tornato bianco come fosse un’opera d’arte. Tevis lavorò un po’ di immaginazione ma alluse a un fatto realmente accaduto negli anni Cinquanta del secolo scorso. Per ragioni facili da intuire il disegno cancellato non era di Michelangelo. Si trattava di Willem De Kooning, uno fra i maggiori esponenti dell’espressionismo astratto, mentre l’autore del provocatorio gesto fu Robert Rauschenberg, considerato dalla critica un proselito di Marcel Duchamp. La protagonista di La regina degli scacchi è però qualcosa di più di un brillante cervello intrappolato nel corpo sbagliato. Elizabeth Harmon ha una spiccata personalità. È impaurita, diffidente, non di rado persino rabbiosa. In parole povere, è un personaggio a tutto tondo e non una mera provocazione d’artista. Resta però da capire perché Tevis abbia scelto di scrivere un romanzo sugli scacchi al femminile. Osserviamola allora più da vicino questa Beth Harmon. È una ragazza con seri problemi di adattamento dovuti ad un tragico evento che l’ha costretta a confrontarsi anzitempo con la dura e immotivata imprevedibilità del fato. Dopo aver perso i genitori in un incidente stradale si ritrova confinata in un orfanotrofio dove i bambini vengono imbottiti di tranquillanti per «regolare il loro umore». Questo istituto popolato di gente poco gioviale non è di certo il migliore dei mondi possibili, e siccome la notte fatica a prendere sonno, Beth impara a non ingoiare i tranquillanti. Finge di mandarli giù insieme al succo d’arancia, ma in realtà tiene le pillole sotto la lingua. Dopodiché se le toglie di nascosto dalla bocca, le infila in tasca e le conserva per quando ne ha più bisogno. Per sua fortuna, Beth scopre anche un’altra via di scampo da un mondo che trova ostile e incomprensibile. Scopre che il grasso bidello dell’orfanotrofio passa ore in un umido seminterrato a giocare da solo a un gioco che lei non conosce. Ma quando chiede all’uomo di insegnarle le regole si sente rispondere che gli scacchi non sono fatti per le ragazze. Beth non demorde e, quantunque femmina, si sente rispondere che gli scacchi non sono fatti per le ragazze. Beth non demorde e, quantunque femmina, si rivela ben presto l’allieva ideale. Ha soli otto anni ed è abbastanza incavolata col mondo da prendere il gioco più che seriamente.

Gli scacchi sono complicati quasi quanto può esserlo la vita. A differenza della vita, però, sono un gioco con regole certe. Le minacce non piovono dal cielo né da un’auto sbucata all’improvviso da un incrocio. Non esiste sorte avversa negli scacchi, ma soltanto avversari la cui unica arma è la propria capacità di ragionare. Nessuno ti può fare del male se impari a usare il cervello come si deve. È facile quindi vedere negli scacchi un rifugio sicuro, se non addirittura l’illusione di poter dominare il caos con la forza del pensiero. Se poi ci si sente ingiustamente messi a dura prova dalla vita come Beth, il re dei giochi può rappresentare la vendetta perfetta sul mondo servita su un piatto d’argento. Nel corso della sua esistenza, Walter Tevis frequentò le sale da biliardo dove spesso si scommettono belle cifre e si arriva facilmente alle mani. Per un certo periodo sbarcò il lunario con il poker, altro ambientino per nulla tenero. Ciononostante lo scrittore riteneva che i luoghi dove aveva visto espresse le forme più intense e feroci di aggressività fossero proprio i circoli di scacchi. Infatti Beth Harmon detesta perdere. C’è una sola cosa che è sicura di amare, il sapore della vittoria. Ed è questa certezza a fare di lei una bambina prodigio. Prima ancora di essere un’abile scacchista, Beth è una campionessa di aggressività repressa. Ma le persone aggressive non sono mai felici. Ogniqualvolta prova a mettere il naso nel mondo reale Beth trova il nulla. Non ha un posto che sia curiosa di visitare, non ha persone cui telefonare, non ci sono film che abbia voglia di vedere né libri che le interessi leggere. Il sesso, poi, si è rivelato un’attività poco gratificante per lei. La sua desolazione interiore è totale. Prova emozioni, soffre, forse ha anche voglia di amare ed essere amata, ma è talmente prigioniera della sua capacità di pensare in termini astratti che i desideri non riescono a cristallizzarsi in alcunché di concreto. La sola alternativa all’arido sapore della vittoria sono allora le pillole che ha scoperto a otto anni insieme agli scacchi. Le pillole e qualcos’altro che col tempo impara a mandare giù, alcol a fiotti. Il rimedio per il senso di vuoto che la opprime è l’obnubilamento, una faccia diversa della stessa medaglia.

Lo spaccone di Walter Tevis

La regina degli scacchi è un libro di dolorosa bellezza sul prezzo del talento, il tema attorno al quale Walter Tevis ha girato per tutta la sua breve e tormentata vita. Anche gli altri due suoi romanzi più noti, Lo spaccone e L’uomo che cadde sulla Terra, raccontano della discesa agli inferi cui gli esseri dotati sembrano irrimediabilmente condannati. Non per nulla, tutti e tre i romanzi evidenziano un movimento verso il basso: si passa dagli scantinati delle sale da biliardo alla Terra su cui cade l’alieno, per finire nel seminterrato in cui Beth Harmon scopre gli scacchi, un specie di antro degno dei fratelli Grimm con tanto di caldaia e bidello grosso come un orco. In fondo a questi pozzi i talenti di Tevis trovano sempre la stessa cosa, l’alcol. In tutti i romanzi di Walter Tevis la componente autobiografica è fondamentale. Egli fu infatti un giocatore di biliardo, fu uno scacchista e, sotto certi aspetti, fu un alieno. Viene da sé che fu anche un alcolista. Dal suo punto di vista fu soprattutto un alcolista, o meglio una persona che per molto tempo annegò il proprio talento nell’alcol. Egli fu dunque lo spaccone Fast Eddie, l’alieno Thomas Jerome Newton e la scacchista Beth Harmon. Ma fu soprattutto la scacchista Beth Harmon. Fu soprattutto Beth Harmon non perché Beth beva più degli altri suoi personaggi ma perché solo apparentemente Beth è la protagonista di un libro sugli scacchi. In qualche misura lo stesso si potrebbe dire anche degli altri due libri. Solo in apparenza Lo spaccone è un libro sul biliardo e L’uomo che cadde sulla Terra un libro su uno scontro fra civiltà. Nella Regina degli scacchi, però, l’apparenza si mimetizza con maggiore efficacia nel vero nodo del romanzo. E il nodo è che i reali avversari di Beth Harmon non sono gli uomini che si trovano dall’altra parte della scacchiera ma le tante facce della ragazza. Nei momenti chiave, Beth si chiude in bagno e si guarda allo specchio. Oppure chiude gli occhi e annulla il mondo attorno a sé, lasciando che a galleggiare nel buio della sua mente sia solo la scacchiera. Il che, in fondo, non è che un altro modo di guardarsi allo specchio, perché quando hai fatto tabula rasa non ti rimane altro avversario da sconfiggere che te stesso. Beth Harmon, la giocatrice impassibile e spietata, di fronte alla donna che è rischia di perdere il controllo. Diventa un’ubriacona, una creatura sciocca e disperata nonché una traditrice di se stessa. Bere per Beth significa rinnegare il suo sbalorditivo cervello calcolatore, anche se ovviamente lei non è disposta ad ammetterlo. Come Beth Harmon, ogniqualvolta pensava al suo talento di scrittore, Walter Tevis vedeva qualcosa che gli piaceva. Ma stabilire con precisione cosa fosse questo qualcosa non era facile per lui, come non lo è per Beth Harmon. Tutto nasce dalla sgradevole sensazione di essere visti come strani animali. Nel romanzo Tevis torna a più riprese sul problema della discriminazione sessuale. Gli scacchi sono una faccenda tra uomini e in quanto donna Beth è un’intrusa, un outsider, un alieno. Non è una bella sensazione per Beth, e infatti lei la detesta. Ma cos’è che davvero detesta? Il mondo che gli rinfaccia costantemente di essere donna oppure se stessa in quanto donna? O il fatto di non riuscire a essere una donna come le altre? Purtroppo la risposta è un miscuglio di tutte queste cose e ciò non fa che aumentare il disagio di Beth e quindi la sua rabbia, e quindi la tentazione di farsi del male, di affogare nell’alcol la sua prodigiosa mente alla maniera in cui un artista pop potrebbe cancellare con una gomma un disegno di Michelangelo. La sofferenza e l’inclinazione autodistruttiva si alimentano proprio con l’impossibilità di fare chiarezza.

Walter Tevis disse una volta che L’uomo che cadde sulla Terra è «un’autobiografia molto mascherata». La regina degli scacchi lo è ancora di più. Thomas Jerome Newton, seppur alieno, era comunque molto simile a un uomo. E ad ogni uomo, fosse solo una volta nella vita, capita di sentirsi un po’ alieno. Beth Harmon, invece, pur essendo umana, è una donna. E sentirsi un po’ donna non è esattamente una cosa che un uomo sia disposto ad ammettere a cuor leggero. Tutto ciò fa di Beth l’autoritratto più mascherato fra quelli tratteggiati da Tevis nei suoi libri e quindi, dal suo punto di vista, il più somigliante. Egli riteneva che più si lavora di fantasia più la realtà diventa plausibile. La regina degli scacchi si chiude quando Beth ha appena diciannove anni e dunque tutta la vita davanti a sé. In una delle ultime interviste concesse, Tevis rivelò che stava pensando a un seguito. Disse che gli sarebbe piaciuto mostrare le difficoltà di Beth da adulta, da ragazza diventata ormai donna e sempre più immersa nel mondo astratto delle combinazioni scacchistiche. Questo progetto non vide mai la luce. Probabilmente, sapendo di essere condannato da un male incurabile, lo scrittore non lo iniziò nemmeno. “Per la protagonista del romanzo è forse meglio così. Beth Harmon è un personaggio stupendo. Malgrado sia un tipetto affatto spigoloso, è facile innamorarsene ed è bello immaginare che il destino le abbia concesso un’altra possibilità, un’alternativa al darsi scacco matto per il resto della vita. Per la protagonista del romanzo è forse meglio così. Beth Harmon è un personaggio stupendo. Malgrado sia un tipetto affatto spigoloso, è facile innamorarsene ed è bello immaginare che il destino le abbia concesso un’altra.

2 thoughts on “LA REGINA DEGLI SCACCHI

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