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Norman Mailer è morto il 10 novembre 2007 per un’insufficienza renale. Aveva vissuto a lungo e intensamente. Molto intensamente. Così intensamente che dovrà passarne, di tempo, perché il suo lascito venga riconsiderato in sé e per sé. Troppo ingombrante, per non dire sconcertante, è infatti l’ombra gettata dall’uomo sull’opera. Nei suoi ottantaquattro anni di vita Norman Mailer ha pubblicato una trentina di libri. Romanzi, biografie, reportage, saggi, pamphlet, testi di ogni genere. La frenetica attività di scrittore non gli ha tuttavia impedito di sposarsi due volte, pugnalare la seconda moglie, mettere al mondo nove figli, adottarne uno, sfidare un campione di pugilato, fondare il «Village Voice», conquistare fama di accanito bevitore di whiskey e fumatore di marijuana, dirigere film, diventare un «esistenzialista senza leggere Sartre» e un «simpatizzante del marxismo senza leggere Marx», mettersi alla testa di marce pacifiste, correre due volte per la carica di sindaco di New York, battersi per la scarcerazione di un omicida che tornò a uccidere poche settimane dopo essere uscito di galera, schierarsi contro il movimento per la liberazione delle donne. Essere scrittore, insomma, non gli ha impedito di essere Norman Mailer. Alludendo al titolo del suo libro più noto, potremmo dire che l’opera è come nuda – spogliata del suo valore letterario – al cospetto del morto, dell’uomo che tanto intensamente ha vissuto. Mailer era animato da ambizioni e passioni dirompenti, apparteneva a quel genere di romanzieri che considerano «più importante essere un uomo che un buono scrittore». Una filosofia che vede ovviamente in Hemingway il proprio modello e che Mailer ha magnificato in Pubblicità per me stesso: «Lascio decidere a voi quanto stupido apparirebbe Addio alle armi o meglio Morte nel pomeriggio, se fosse stato scritto da un uomo alto un metro e sessanta, afflitto da acne, che portasse gli occhiali, parlasse con voce stridula e fosse un codardo sul piano fisico». È però una filosofia – una disciplina, come preferiva chiamarla il diretto interessato – che comporta il rischio di risultare «fatale al talento di un autore». Sotto certi aspetti è per l’appunto quel che accadde a Norman Mailer. Voleva cambiare «il nerbo e il midollo» della sua nazione e la «coscienza» del suo tempo. E voleva farlo scrivendo il «Big Book», il Grande romanzo americano, un romanzo che Dostoevskij e Marx; Joyce e Freud; Stendhal, Tolstoj, Proust; Faulkner, e perfino il vecchio e putrescente Hemingway potrebbero essere interessati a leggere. Disponeva quasi certamente del talento necessario, ma non riuscì nell’impresa proprio a causa di un temperamento che lo portava a sacrificare l’opera sull’altare del vitalismo. A soli trentacinque anni, consapevole della strada imboccata, aveva già intuito che la partita del Grande romanzo era per lui segnata: Cominciai che ero un ragazzo generoso ma molto viziato, – scrive sempre in Pubblicità per me stesso, – ed ora sembra sia diventato un brutto attaccabrighe un po’ suonato, che sa combattere pulito o sporco, ma al quale piace combattere. A queste parole seguirono molti libri, alcuni di buon livello, altri assai meno; nessuno resse però il confronto con Il nudo e il morto, quello che gli regalò la fama e l’unico con il quale si avvicinò davvero all’obiettivo del Big Book. Il nudo e il morto marca un confine netto tra Norman e Mailer, tra il ragazzo generoso ma molto viziato e l’adulto attaccabrighe; tra lo scrittore dilettante e l’intellettuale sempre al centro dei riflettori. Come ogni confine, il libro è inoltre un punto di contatto tra i due estremi, uno specchio in cui queste due persone, all’apparenza tanto lontane, si riflettono e si toccano. Lo stesso autore, seppure a suo modo, vedeva il romanzo come una sorta di via di mezzo tra due modi di essere, due facce diverse di un medesimo individuo: «Una parte di me pensava potesse essere il più grande libro scritto dopo Guerra e Pace. D’altro canto, pensavo pure: “Non capisco niente di scrittura. Sono virtualmente un impostore”».

Norman Mailer | Academy of Achievement

Il ragazzo nel quale il Mailer di Pubblicità per me stesso stenta a riconoscersi nacque a Long Branch, nel New Jersey, il 31 gennaio 1923. Suo padre era un ebreo di origini sudafricane, che adorava vestirsi elegante ma fece scarsa fortuna nel paese delle grandi opportunità. In casa, a comandare era la moglie. Figlia di un rabbino proprietario di una drogheria, Fanny aveva una venerazione assoluta per Norman. Lo riteneva semplicemente «perfetto» e non cambiò mai idea. All’inizio degli anni ’30, in piena depressione, la famiglia al completo si trasferì a Brooklyn. Qui, dalla dura realtà delle strade di Crown Heights, il piccolo Norman imparò a farsi rispettare con le maniere forti. Terminato il liceo, fu spedito ad Harvard grazie all’aiuto finanziario di un ricco zio, inventore delle ciliegie ricoperte di cioccolata. Si laureò nel 1943 in ingegneria aeronautica, ma già dal secondo anno, dopo un’estate trascorsa a leggere Steinbeck e Dos Passos, aveva maturato la determinazione di diventare uno «scrittore importante», per cui attese la chiamata alle armi lavorando a un romanzo di mille pagine ambientato in un ospedale psichiatrico. Giunse infine il grande momento, la guerra. Norman si era già sposato con Bea Silverman quando venne arruolato e spedito nelle Filippine dove ebbe più occasioni di scontrarsi coi suoi diretti superiori che con il nemico, ormai in ritirata. Fu congedato dopo aver passato qualche mese in qualità di cuoco nelle forze di occupazione in Giappone, e al rientro negli Stati Uniti si gettò a capofitto nelle stesura di un resoconto romanzato della sua esperienza bellica. Per la trama, prese inspirazione da un fatto realmente accaduto, una missione di pattugliamento dietro le linee nemiche che si rivelò particolarmente dura. Mailer non vi prese parte perché raggiunse l’unità soltanto in seguito, ma venne a sapere dei fatti dai racconti dei sopravvissuti. Il nudo e il morto fu scritto quasi di getto. «La mia prima moglie e io avevamo risparmiato del denaro durante la guerra, e così potei fare a meno di lavorare per un anno. Lei credeva in me e la mia famiglia credeva in me, e io potei finire il libro». Mailer tenne un ritmo di venticinque pagine alla settimana; gli ci vollero appena quindici mesi per porre la parola fine al corposo manoscritto, tant’è che in seguito considerò: «Dubito di poter immaginare mai più un libro così facile da scriversi». Qualcosa di analogo potrebbe essere detto anche di quel che avvenne all’uscita, perché nessuna delle future opere godrà di un successo paragonabile: vendette duecentomila copie in soli tre mesi, un numero enorme per l’epoca, e diventò in breve tempo, insieme a Da qui all’eternità di James Jones e I giovani leoni di Irwin Shaw, una lettura obbligata per gli americani di quella generazione. Anche l’accoglienza critica fu entusiasta. Salvo qualche raro appunto, Il nudo e il morto venne salutato alla stregua di un capolavoro in grado di lasciare «un’impressione indimenticabile» ed elevare l’autore «al rango dei maggiori romanzieri americani». Mentre vi lavorava Mailer era roso dai tipici dubbi dello scrittore alle prime armi. Lo spettro di essere una mezza tacca offuscava l’esaltata convinzione di avere dentro di sé cose fondamentali da comunicare al mondo. In questo strano miscuglio di insicurezza e arroganza, la prospettiva di un trionfo travolgente era contemplata quanto quella di vendere meno di un migliaio di copie. «Ti rendi conto – aveva detto Mailer al proprio editor – che se Il nudo e il morto non vende, dovrò scrivere romanzi storici per campare?» Andò in maniera affatto diversa: alla giovanissima età di venticinque anni, il generoso e molto viziato ragazzo ebreo di Brooklyn divenne ciò che si era prefisso: uno scrittore importante.

Il nudo e il morto | La Nave di Teseo

Il trionfo tanto precocemente raggiunto comportò tuttavia un prezzo. Un romanziere è tale in quanto è anche un osservatore. La narrazione presuppone una condizione imprescindibile, ovvero quella dello spettatore che assiste in disparte dal turbinio degli eventi. Il successo improvviso, invece, scaraventa nell’altro lato della barricata, il palcoscenico dove l’occhio resta accecato dalla luce dei riflettori. Oltre il confine del boccascena, il mondo appare come un gola nera. È il pozzo senza fondo nel quale gli attori si gettano ogni sera al momento di scena e dal quale risalgono al calare del sipario. Uno sprofondare e risorgere assai meno congeniale per chi sarebbe destinato a stare seduto in platea. Il successo immediato obbligò Mailer a confrontarsi con il passaggio dalla condizione di chi osserva a quella di chi è osservato, «a vivere nel sarcofago della propria immagine», per usare parole sue. «Per chiunque sia diventato un autore in giovane età e abbia conosciuto un discreto successo – commentò in seguito -, come è successo a Capote, Vidal, Styron e me, non è automatico né facile guardare agli altri con un interesse sincero, poiché gli altri sono interessati a te più di quanto tu lo sia a loro. Ciò non ha a che fare con il carattere, bensì con la posizione sociale — io sono più interessato a Marlon Brando più di quanto lui sia interessato a me — e ha un impatto immenso quando sei giovane. Diventi uno specchio e il solo modo in cui puoi percepire gli eventi è attraverso lo specchio del tuo io». Non è dunque per caso che la scrittura di Mailer si sia evoluta in una direzione opposta a quella del romanzo d’esordio. Se Il nudo e il morto si affida alla neutralità del tipico dicitore romanzesco, lo spettatore anonimo e onnisciente che narra in terza persona, il Mailer degli anni seguenti fa invece del proprio ego la cartina tornasole dell’America del suo tempo, la lente privilegiata nella quale fatti e persone prendono forma. Questa sua sfrenata esaltazione dell’io gli ha conferito l’ardire, talvolta la sfrontatezza, di dialogare da pari a pari con la Storia e i suoi protagonisti. Nessun personaggio era troppo grande per lui. In alcuni casi optò per l’obiettività quantomeno formale della biografia, in altri per lo stravolgimento romanzesco, in altri ancora per soluzioni ibride. Restò però il denominatore comune della celebrità, della dimensione pubblica, del mito. Picasso, Marilyn, Mohammed Alì, Hitler e perfino Gesù: i personaggi prediletti delle sue pagine erano gente di questo calibro. Ma non fu sola vanagloria: le feroci invettive, le idee volutamente provocatorie, il modo paradossale di leggere la realtà e l’io debordante consentirono a Mailer di inventare quello che Tow Wolfe avrebbe poi chiamato New Journalism, un modo di guardare alla realtà che avrebbe fatto epoca, particolarmente adatto a catturare l’esuberanza degli anni Sessanta e che anticipò molti caratteri del decennio successivo che, sempre Wolf, liquidò significativamente come la «Me Decade». Il Mailer non ancora baciato dai raggi della fama ovvero il Norman che scrisse Il nudo e il morto era agli antipodi di quel genere di ego. Aveva anche lui le proprie ambizioni e presunzioni, tuttavia l’esperienza della guerra gli era servita da lezione. Aveva dovuto mettercela tutta per essere null’altro che un buon soldato, ma soprattutto aveva imparato una cruda verità: nonostante i suoi quattro anni ad Harvard, i tanti libri letti e le aspirazioni da grande scrittore, non era molto meglio dei suoi commilitoni. Comunque lo si voglia vedere, l’esercito rappresenta un benefico bagno d’umiltà, in quanto ci mostra più simili agli altri di quanto ci illudiamo di essere. «Nessuna sorpresa dunque se ero un giovane modesto quanto tutto finì», laddove tutto sta ovviamente a significare la guerra. Questo giovane modesto, lo si è detto, costituiva solo una parte del Mailer di allora, nondimeno, stando a quel che lo stesso autore asserisce, «fu la parte dominante durante la stesura de Il nudo e il morto». Più concretamente fu la parte che determinò stile e punto di vista, ovvero quella cosa che in gergo letterario viene detta «voce del libro». E la voce di questo libro è quella di un giovane alle prime armi che si sente piccolo al cospetto alla grandezza di ciò che intende raccontare, abbastanza piccolo da non preoccuparsi più di tanto dello stile, di scrivere qualcosa che non sia un «convenzionale romanzo di guerra». Quella de Il nudo e il morto è una voce franca e aperta, non abbastanza scaltrita da evitare inutili verbosità e sufficientemente libera da condizionamenti quali la scelta del vocabolo giusto a tutti i costi. È davvero la voce di un ragazzo generoso; generoso perché completamente abbandonato al racconto e alle idee di cui il racconto è portatore.

The Naked and the Dead | Norman Mailer | 1st Edition

Il linguaggio crudo e diretto, nudo, indusse molti a vedere il romanzo come un frutto dell’imponente filone del realismo. Com’è intuibile, Mailer era di altro avviso, e qui emerge un Norman alternativo al ragazzo modesto e generoso appena tornato dalla guerra. Un Norman forse meno determinante, ma che ebbe comunque un peso per nulla secondario. «Non penso a me stesso come a un realista» dichiarò in un’intervista rilasciata poco dopo aver terminato Barbary Shore, romanzo del 1951 ferocemente stroncato dalla critica. «Che parola orribile, “naturalismo”. È stato il mio retaggio letterario; quel che ho imparto da Dos Passos e Farrel.» Ciò che Mailer intendeva era che, a suo modo di vedere, il romanzo era intriso di un simbolismo di natura mistica, alla Melville. «Ero sicuro che ognuno l’avrebbe capito. C’era dentro un Acab, e suppongo che la montagna fosse Moby Dick». L’intento simbolico è comprovato da una serie di elementi: il fatto che l’isola in cui si concentra l’azione sia un luogo di fantasia e appaia all’inizio come una sorta di paradiso terrestre, «una visione della bellezza per cui loro [i soldati] avevano sempre agognato, di tutta l’estasi che avevano sempre cercato», un eden destinato naturalmente a volgere in inferno; il fatto che solo in rare occasioni l’azione del romanzo trova un legame definito con l’andamento del conflitto in generale; il fatto, infine, che il nemico giapponese sia pressoché assente e rappresenti comunque un pericolo minimo rispetto alla minaccia di una natura maestosa quanto indifferente e ostile. Ora, è vero che le zone di guerra sono sempre un luogo a parte dove il resto del mondo sfuma in una dimensione lontana e irreale; così come è altrettanto vero che il nemico assume spesso sembianze incorporee e spettrali, mentre l’ambiente circostante — la giungla tropicale, in questo caso — è invece sempre presente, concretamente percepibile per via della sua inospitalità. Nondimeno il profilo dei vari personaggi e lo svolgersi degli eventi induce effettivamente a pensare che Mailer vedesse nella montagna qualcosa di assimilabile alla mitica balena bianca. Il nudo e il morto si apre con l’assalto da parte di un’unità di seimila uomini all’isola di Anopopei, la cui conquista è necessaria per favorire l’avanzata americana nelle Filippine. Ben presto tuttavia la narrazione si concentra su un plotone di una dozzina di militari, ognuno dei quali ha la sua storia alle spalle, il suo modo di vincere la paura della morte. Sono però tre i personaggi attorno cui ruota il romanzo. Il generale Cummings, autentico despota, un uomo freddo e calcolatore la cui unica preoccupazione è affermare il proprio potere sull’isola a qualunque costo. Il sergente Croft, un violento e ignorante texano che, senza discutere, abbraccia la causa della guerra e gli ordini che gli vengono impartiti. E infine il tenente Hearn, che — formatosi Harvard come Mailer, ma a differenza dello scrittore appartenente alla «aristocrazia» anglosassone — ha più di un sussulto di ribellione ma non abbastanza carattere per ergersi a difensore della dignità e dei diritti dell’uomo, e finisce per andare incontro a una morte inutile, i cui presupposti vengono favoriti dal sadico Croft. Cummings, Croft ed Hearn costituiscono una sorta di trinità negativa: il reazionario che predica e pratica l’umiliazione dei propri simili, giacché il potere si muove in un’unica direzione, «fluisce dall’alto verso il basso»; lo psicopatico con alle spalle una storia di abusi famigliari che «odia qualunque cosa non sia me» e che in un altro contesto avrebbe potuto tranquillamente diventare un serial killer; il giovanotto istruito e di ottima estrazione sociale la cui sensibilità libertaria fa sfortunatamente il paio con un temperamento debole e lo condanna a un destino da perdente. Attorno a loro la variegata umanità di chi è chiamato a sottostare, le vittime, capaci tavolta di ribellarsi come il soldato Valsen. Al contrasto tra vittime e oppressori, segue una serie di dicotomie più o meno collegate fra loro quali, per esempio, guerra e pace oppure coraggio e codardia. È tuttavia nell’irrisolvibile conflitto tra l’uomo e l’ambiente che va cercato il cuore del romanzo. Cummings e Croft sono ossessionati dal bisogno di assumere il controllo dell’isola, ma la resistenza che essa oppone è di gran lunga superiore a quella del nemico in armi. I tentativi di penetrare la giungla vengono fiaccati dalla forza della natura, dal caldo, dalla pioggia scrosciante che si abbatte sugli accampamenti e si porta via i sentieri a fatica tracciati. La montagna che il sergente Croft impone a suoi uomini di scalare si erge sopra l’intrico della vegetazione come un mostro fuoriuscito dagli abissi. In questo, è davvero una balena, una creatura ai limiti del soprannaturale. Il suo senso supremo sembra essere quello di mettere alla prova l’ambizione umana. Agli occhi del sergente, il cielo tenebroso che fa da sfondo alla montagna è un oceano, le nuvole intorno alla vetta sono come spruzzi d’acqua. La visione conduce Croft a un’estasi selvaggia quanto inesplicabile: «Non riusciva a capirne la ragione, ma la montagna lo tormentava, lo invitava, conteneva in sé la risposta a qualcosa che lui desiderava. Era così pura, così austera». Anche il generale Cummings ne è attratto, trova che tra lui e quella massa rocciosa ci sia un’affinità: «Volendo fare del misticismo, la montagna e lui si comprendevano. Entrambi per necessità erano tristi e soli». Il tenente Hearn la vede invece in maniera più terrena, l’avverte come un ostacolo infido, «una costa contro cui una nave fosse andata a incagliarsi, a infrangersi, per affondare in pochi minuti».

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La solitudine estrema e minacciosa della montagna, i sentimenti estremi e contrastanti che essa genera nell’animo dei soldati e soprattutto i continui rimandi al mare sono indizi significativi di Mailer pensasse a Melville e a tutto ciò di cui la sua balena è simbolo. Perché «ovviamente la balena è un simbolo» constatava D.H. Lawrence nel 1932. «Di che cosa? Credo nemmeno Melville lo sapesse esattamente. È questo il bello». Mailer, però, aveva qualche certezza in più in proposito. Per lui la montagna non era soltanto un simbolo in sé, ma il simbolo di un simbolo. La montagna simboleggiava la balena, o meglio tutto ciò che, nel tempo, la balena era giunta a significare per la letteratura. Con il suo autore in vita, Moby Dick vendette la miseria di 50 copie, ma finì per diventare il Big Book per antonomasia, il libro cui ogni pensa ogni scrittore che ambisca a partorire un Grande Romanzo Americano. Persino quando si descrive a ritroso come un giovane alle prime armi, un dilettante, Mailer ha in mente Melville e la sua balena. «Nessuno può essere più rozzo, più goffo e sentenzioso nel suo cattivo gusto di Herman Melville — scrive sempre D. H. Lawrence —, anche in un grande libro come Moby Dick. Predica e sproloquia perché non è sicuro di sé. E spesso sproloquia da vero dilettante. L’artista era molto più grande dell’uomo». Forse lo stesso non può essere detto di Mailer, ma il conflitto tra queste anime, il duro combattimento tra l’uomo e l’artista, era qualcosa che l’autore de Il nudo e il morto aveva ben presente. Se la montagna è il simbolo di un simbolo, se si stende come l’ombra di un Grande libro sulla carriera di uno scrittore, è perché la vera battaglia che ogni uomo è chiamato a combattere è, per Mailer, quella con l’ambiente inteso in tutte le sue forme, non ultimo l’ambiente sociale. Montagne sono dunque anche le origini, le città e le famiglie con cui hanno dovuto fare i conti i vari personaggi del romanzo prima di sbarcare ad Anopopei e che Mailer tratteggia magnificamente nella macchina del tempo, le sezioni in cui viene mostrato da dove viene ogni soldato, qual è il contesto in cui è nato e vissuto, i condizionamenti che, nel bene e nel male, lo hanno forgiato. E qui affiora certamente il ricordo ancora fresco di Harvard, dove non fu tutto rose e fiori per il ragazzo ebreo di Brooklyn; giacché in mezzo a tanti rampolli delle famiglie wasp più in vista, il giovane Norman avvertì spesso la sensazione di non avere i vestiti e l’accento più appropriati, per non parlare della religione più «giusta». D’altra parte, quando ormai era già abbastanza avanti con l’età, lo scrittore constatò che la più parte delle idee in fatto di Dio, arte, violenza e altre questioni concernenti l’America le aveva messe a fuoco in gioventù. «Succede che finisci col diventare il capello che porti in testa. La tua mente non ti regala più lo stesso piacere di quando eri ancora giovane, ma puoi lavorare con quel che la tua mente ha prodotto allora. Anni fa mi sono imbattuto in Henry Kissinger e gli ho domandato se traeva godimento dagli stimoli intellettuali del suo lavoro. E lui mi ha detto: “Lavoro con le idee che ho maturato ad Harvard. Non mi è mai venuta una vera idea da quando faccio questo lavoro; mi servo di quelle di un tempo”. Adesso capisco quel che intendeva; credo che si possono avere molte idee nella vita, e una volta che lei hai avute non ti resta che svilupparle». E infatti, ciò che Norman Mailer è diventato, la sua visione del mondo, la sua morale del combattimento, quel che ha scritto e ha fatto nella sua lunga e intensa vita, è proprio qui che ha preso forma, nelle pagine di questa pietra miliare della letteratura americana del xx secolo, Il nudo e il morto. E comunque lo si voglia giudicare, l’uomo «era un vero americano, sempre consapevole di avere un pubblico di fronte a sé. Ma quando smette di essere americano, quando si dimentica il pubblico e ci dà semplicemente il suo modo di vedere il mondo, è meraviglioso, e il suo libro impone all’anima, un sacro timore». Lo ha scritto sempre Lawrence a proposito di Melville. Parole, queste sì, che possono valere anche per Norman Mailer e il suo Big Book.

 

riferimenti bibliografici

Mary V. Dearborn, Mailer: A Biography, Houghton Mifflin, 2001

Andrew Gordon, An American Dreamer. A Psychoanalytic Study of the Fiction of Norman Mailer, Fairleigh Dickinson Univ. Press, 1980

Michiko Kakutani, Mailer Made America His Subject, «The New York Times», 10 novembre 2007

D.H. Lawrence, Studies in Classic American Literature, 1923 (trad. it. A cura di Paolo Dilonardo, Adelphi, 2009)

Gabriel Miller, A Small Trumpet of Defience: Politics and the Buried Life in Norman Mailer’s Early Fiction, in «Politics and the Muse: Studies in the Politics of Recent American Literature», Bowling Green State University press, 1989, pp. 79-82

Paul N. Siegel, The Malign Deity of «The Naked and the Dead», in «Twentieth Century Literature, Hofstra University Press, October, 1974, pp. 291-97

Randall H. Waldron, The Naked, the Dead, and the Machine: A new look at Norman Mailer’s First Novel, in «PLMA», March, 1972, pp. 271-77

 

 

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