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E anche in questo piccolo libro illustrato Murakami porge alla sua maniera quasi impalpabile una verità che merita di essere considerata. Quante volte abbiamo sentito l’espressione «favola per adulti» restando interdetti? Magari ci sarà capitato di usarla noi per primi pur non avendo un’idea precisa di cosa realmente sia una favola per adulti. Io l’ho usata di certo, ma più per pigrizia ovvero senza grande convinzione, anzi con il forte presentimento di prendere una scorciatoia ricorrendo a un’immagine in sostanza falsa. Si può infatti ridurre a un’eventuale favola per adulti un racconto dove fatine e orchi diventano, non si sa bene grazie a quale espediente, più plausibili all’orecchio reso ormai scettico dagli anni? Se davvero così fosse, tanto varrebbe fare della favola per adulti un calderone di comodo in cui convogliare ogni scostamento dalla realtà apparente, fantascienza, fantasy e storie dell’orrore. Eppure se ripensiamo all’impatto che avevano certe storie nell’infanzia, la facilità con cui sospendevamo la nostra incredulità c’entrava assai poco. Sapevamo benissimo, o almeno lo sapevo io, che simili assurde creature non esistevano. La verità è che attribuivamo all’esistere o meglio alla realtà un peso e soprattutto un’estensione diversi. Realtà era fin dove si spingeva la nostra esperienza. Ragionavamo come gli uomini dei tempi andati per cui certe regole valevano soltanto nelle terre mappate. Le storie ci servivano come cartografie ipotetiche dell’inesplorato, le usavamo per prendere conoscenza dell’ignoto, della scoperta tragica e traumatica del fatto che il mondo non si esauriva nei confini delle nostre esperienze quotidiane. Non c’è nulla di altrettanto tragico e traumatico nelle ragioni per cui, da adulti, ricorriamo alle storie. I grandi, nelle storie, cercano infatti altro, in particolare consolazione, il sentirsi meno soli in una realtà che ha finito per apparire fin troppo mappata. Ecco, in questo suo piccolo libro Murakami mi ha rivelato una verità che in fondo già conoscevo o almeno intuivo, senza però mai metterla a fuoco davvero. La verità è la seguente: una favola per adulti non può consistere in un racconto, tanto meno in un racconto d’invenzione. La vera favola per adulti è sempre un ricordo condiviso. Provo a dirla meglio: il racconto di un’esperienza infantile ma anche soltanto prepuberale in cui ognuno si riconosce non per un vago processo di immedesimazione ma perché quell’esperienza l’ha vissuta e la ricorda con i tratti del trauma e del tragico. «Abbandonare un gatto» dice il titolo. Tra le misteriose tragedie dell’infanzia non rientra appunto l’abbandono di un animale? Lo avevamo chiesto, per qualche tempo ci era stato concesso e poi, per qualche ragione, c’è stato detto che non poteva stare più in casa. «Mi sono tenuto dentro questa storia per molto tempo, come una spina rimasta nella gola. Finché, per caso, mi sono ricordato che una volta, da bambino, ero andato con mio padre ad abbandonare un gatto su una spiaggia» racconta Murakami nella traduzione di Antonietta Pastore. La frase è ripresa nella quarta di copertina, ma quella che almeno su di me ha avuto l’effetto di una spina nella gola si trova all’interno, quando lo scrittore aggiunge, anzi premette visto che queste parole vengono prima: «A quell’epoca, al contrario di oggi, liberarsi di un gatto era una cosa normale che non attirava nessuna critica». Anche noi avevamo un gatto di cui ci siamo poi disfatti, con dolore ma comunque al riparo dal giudizio sociale. Si chiamava Ciccorea e era arrivato in casa piccolissimo e ancora cieco. Lo abbiamo svezzato e cresciuto, ma svezzare e crescere un gatto al quarto piano di una grande città non sempre ha esiti positivi. Col tempo, Ciccorea perse una parte della sua natura di gatto e cominciò a comportarsi come uno di noi, quasi fosse un nostro simile. Emetteva versi indefinibili in cui era però evidente il suo tentativo di imitare le nostre voci. Se per caso qualcuno bussava alla porta – evento peraltro rarissimo, essendo la nostra una famiglia molto riservata – Ciccorea perdeva la ragione. I suoi versi diventavano paurosi e dovevamo rinchiuderlo in una stanza perché non aggredisse il visitatore. Il seguito della storia è sconsigliato alle persone sensibili; cambiate dunque post, se lo siete. Agli strani comportamenti di Ciccorea si aggiunsero problemi tali da indurre mio padre a prendere questa decisione spaventosa: abbandonare il gatto. Nel racconto di Murakami, padre e figlio mettono il gatto in una scatola, montano in bici e lo portano su una spiaggia. Noi abbiamo portato Ciccorea nel garage di un grosso condominio vicino casa. Lo abbiamo abbandonato in una solitudine umida e buia, spezzata ogni tanto dallo scroscio metallico delle serrande che si alzavano e abbassavano, dal sibilo delle ruote che sfregavano sul cemento. Non lo abbiamo davvero abbandonato, però, o almeno non abbandonato del tutto. Ogni giorno andavamo nel garage per vedere se era ancora lì e, nel caso, dargli da mangiare. Appena entravamo in quel dedalo sotterraneo, un miagolio sincopato lacerava il buio, poi vedevamo gli occhi scintillare tremolanti come due lumicini e infine questa piccola creatura che arrancava verso di noi, spaurita ma pazza di felicità. Mio padre sperava che con il tempo il gatto avrebbe lasciato il garage per farsi una nuova vita nelle strade di Roma. Se questo era l’obiettivo, andare ogni giorno nel garage era una pessima idea. Difatti i giorni passavano, ma il gatto era sempre lì, a attenderci in quell’antro oscuro e il dolore disperato della sua apparizione si rinnovava puntuale come gli orrori nelle favole dei fratelli Grimm. Lo strazio quotidiano degli incontri convinse mio padre a spostare il gatto dal garage. Lo portammo in un villino abbandonato vicino piazza della Libertà. Sembra incredibile col senno di adesso, pensando a che quartiere è oggi Prati. Eppure all’epoca si contavano almeno tre immobili abbandonati in quella zona. Costruzioni di fine Ottocento invase dalle piante con tanto di giardino e muro di cinta. In una di queste case, mio fratello e io entravamo spesso di nascosto per cercare fantasmi. Stavolta ci andammo con mio padre per abbandonare il gatto una seconda volta. Il villino era abitato da una nutrita popolazione felina e, insomma, speravamo che la compagnia di esemplari della stessa specie aiutasse Ciccorea a accettare il distacco. Non fu così, si capisce. Gli altri gatti non lo accolsero con grandi feste ma non si mostrarono neanche particolarmente ostili. Sembravano più propensi a ostentare una sovrana indifferenza, com’è tipico dei gatti e dei romani, e a maggior ragione dei gatti romani. A mostrarsi ostile fu Ciccorea. Emise versi più spaventosi di quelli che gli uscivano di bocca quando un visitatore bussava alla nostra porta. Del resto, era comprensibile. Non aveva mai visto gatti in vita sua, Ciccorea non li considerava suoi simili. E in effetti aveva ragione lui. I loro versi, i loro movimenti erano molto diversi dai suoi. Da principio i gatti lo guardarono male. Poi, di fronte agli strani comportamenti di Ciccorea, stabilirono che fosse meglio ignorarlo con circospezione, esattamente come fanno gli umani con i matti. I gatti seguitarono la loro vita, con Ciccorea appartato in un angolo a squadrare tutti in cagnesco, pronto a saltare addosso a chiunque. Cominciò a ripetersi il rito delle visite giornaliere. Ma non come prima. Il gatto non ci veniva più incontro come nel garage, restava rintanato per un po’ nel suo angolo prima di muoversi. Non miagolava più e quando alla fine si muoveva, più per un automatismo che per desiderio sincero, lo faceva con riluttanza. Non si accendeva più niente nei suoi occhi, al nostro apparire. Aveva accettato il buio e la solitudine del garage pur di vederci anche solo per qualche minuto al giorno. Ma il villino abitato da quegli strani animali era troppo per lui, un tradimento troppo grande. In mezzo agli altri gatti che non riconosceva come suoi simili, il gatto aveva capito di essere veramente solo al mondo, perdendo qualunque interesse nella vita. Nell’abulia che lo aveva preso, mi pareva di cogliere ogni tanto l’ombra di uno stanco rancore nei nostri confronti. Di sicuro si stava allontanando. Volevamo abbandonare un gatto e alla fine era il gatto che abbandonava a noi. Nel leggere il racconto di Murakami mi sono quasi convinto che quell’esperienza non fosse comune soltanto a me, come se tutti, in giovane età, avessero conosciuto la tragedia famigliare di abbandonare un gatto e che questa cosa fosse capitata in un’epoca lontana, una specie di preistoria in cui gli animali che diventavano un problema potevano essere abbandonati come una scarpa vecchia. In realtà, nel racconto di Murakami, il gatto serve a rievocare altro. L’abbandono è appena accennato; occupa le prime due tre pagine e si risolve nel più felice e classico dei modi, con il gatto, anzi la gatta in questo caso, che invece di restarsene nella scatola come il gatto di Schröedinger ritrova la strada di casa e il padre che decide di tenerla perché se l’è meritato. Il resto è un racconto sul padre, la famiglia, gli anni della guerra, ma soprattutto il padre. In fin dei conti, anche l’abbandono del nostro gatto è la storia di un padre e una famiglia. E molte altre cose infatti ci sarebbero da dire, ovviamente, sul padre e la famiglia. A cominciare dal fatto che la mancanza di un lieto fine ha lasciato in noi un segno e, sebbene evitiamo di parlarne, il ricordo del garage buio in cui vedevamo quegli occhi venire verso di noi se ne sta lì come una vergogna, una spina in gola che andrebbe estratta e raccontata, un’altra favola per adulti intitolata anch’essa Abbandonare un gatto.