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Ovviamente era anche altro, ma volendo tracciare un ritratto sintetico di Katherine Dunn, tre aspetti vanno considerati imprescindibili. Punto primo, è stata una leggenda vivente della scena letteraria di Portland. Punto secondo, conosceva la boxe come pochi. Punto terzo, fumava come una dannata e — aggiungerebbe qualcuno — bestemmiava come un marinaio. La sua storia ebbe inizio nel 1989 con l’uscita di Geek Love, da noi giunto prima col titolo di Cuori sgozzati e poi di Carnival Love. Un romanzo che parlava di una famiglia vagabonda, un’inquietante combriccola di fenomeni da baraccone che girava il paese con il suo circo, e che regalò alla scrittrice una certa stabilità economica e un nutrito stuolo di ammiratori. Dunn aveva quarantaquattro anni all’epoca e altri due libri alle spalle. Benché non più ragazza, era ancora giovane. Eppure Geek Love rimase la sua ultima fatica narrativa consegnata alle stampe. Malgrado fosse aperta e pronta a godersi la vita, Dunn era una donna estremamente riservata e il suo passato costituiva un segreto inviolabile anche per gli amici più intimi. Forse per questo non pubblicò altri romanzi una volta raggiunta la notorietà: perché, ora che aveva troppi occhi addosso, temeva di svelare troppo di sé. Per molti anni girò voce che un quarto romanzo fosse tuttavia in cantiere. Se ne conoscevano perfino il titolo, Cut Man, e l’ambientazione, il mondo della boxe, anche se Dunn ci teneva a precisare che non sarebbe stato un romanzo sulla boxe, perlomeno non più di quanto Geek Love era stato un romanzo sul circo. Evidentemente, per lei, entrambi questi mondi non andavano ingabbiati in luoghi comuni, in visioni approssimative e falsate. Per certi versi, forse, vedeva due mondi come una cosa sola o, per meglio dire, due chiavi diverse per aprire una stessa porta.

Del resto, il libro in cui raccolse i suoi articoli sulla boxe ha un titolo che li unisce, Il circo del ring. E con ciò arriviamo al secondo punto. Quanto ne sapeva di boxe? Tantissimo. Sicuramente più di quanto ne sapesse del circo, che in realtà non frequentava. Katherine Dunn tenne per anni una rubrica sportiva su un giornale alternativo di Portland, restando a lungo l’unica corrispondente donna a scrivere di boxe. Cominciò a occuparsene grazie al marito di allora, il quale, da appassionato di questo sport, le chiese di guardare in televisione un incontro perché lui aveva un impegno e doveva uscire. Voleva sapere soltanto chi avesse vinto, ma al suo rientro trovò la consorte con tre pagine di appunti, pronta a fargli un resoconto dettagliato round per round, montante per montante. La svolta giunse tuttavia quando il marito la portò a una serata di incontri dal vivo. Fu una rivelazione; Dunn pensava di immergersi in uno dei più grandi misteri dell’universo, la natura della violenza, ma vi trovò molto di più. Cominciò allora a compulsare libri e riviste sull’argomento, a guardare più incontri possibile, a frequentare le palestre di qualunque categoria, incluse le più infime, le più reiette e marginali, anzi soprattutto le più reiette e marginali, perché più si immergeva nella boxe, più scopriva un mondo diverso da come se l’era immaginato. Scopriva, per esempio, che le palestre sono un luogo in cui agli uomini è consentito, più che altrove, essere gentili gli uni con gli altri; un luogo dove prevale sempre l’ordine anche se nel quartiere o a casa regna sovrano il caos. Se è vero che i ragazzi ci arrivano per guadagnarsi il rispetto dello specchio e degli amici, e perché attratti dalla violenza, dalla prospettiva di diventare forti e imporsi sugli altri, è ancor più vero che «ci rimangono per la segreta dolcezza che si cela nel cuore di ogni palestra di boxe».

Dunn aveva un talento speciale per cogliere interi mondi nei dettagli, in gesti all’apparenza secondari. Era capace, per esempio, di dedicare due pagine illuminanti alla fasciatura e osservare che, nonostante il terribile amore che noi uomini abbiamo per la guerra, le nostre mani non sono fatte per usate come armi; la pelle si lacera, le ossa si spezzano e vanno dunque protette. La loro fasciatura, che un profano potrebbe liquidare come accessoria e meccanica, ci si rivela così un rituale lungo e complesso, una sorta di meditazione che prepara il pugile a «un cambio di identità», al momento in cui salirà sul ring. Leggendo queste pagine luminose dove la boxe riesce a parlare della condizione umana anche a chi questo sport l’ha sempre ignorato se non detestato, è inevitabile rammaricarsi che Katherine Dunn sia morta qualche anno fa per un tumore a polmoni prima di portare a compimento Cut Man. In molti la esortavamo a fumare meno. Lei si limitava a sorriderti in un modo che sembrava dire, Ma pensa a vivere. Dopodiché si accendeva un’altra sigaretta.