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Malgrado sia ricordato come uno degli scrittori che hanno rinverdito il mito del vecchio West, tanto che un suo editor lo chiamava – chissà quanto scherzosamente – il Flaubert delle praterie, Larry McMurtry resta per molti versi una figura atipica nella letteratura americana. A conferirgli una dimensione particolare se non unica è soprattutto la capacità di raccontare il mondo femminile. Le sue donne sono sempre personaggi indimenticabili e mai secondari, figure che si impongono per vivezza e complessità pur abitando uno scenario, quello dei cowboy, dove a dominare è per tradizione l’altro sesso. Lo stesso autore si è soffermato sulla questione in un articolo significativamente intitolato Donne incompiute e comparso su una rivista di cultura texana nel 1977 ovvero a poca distanza da Voglia di tenerezza, forse il romanzo in cui questa sua caratteristica emerge al meglio. In quel suo breve ma denso saggio McMurtry ricordava che le donne delle campagne e delle piccola città di provincia in cui era cresciuto, negli anni ’40 e ’50 del secolo scorso, «erano perlopiù mute come pietre» e questo loro silenzio non aveva nulla di suggestivo o misterioso né era un espediente volto a stuzzicare l’immaginario maschile ma piuttosto «l’estremo baluardo di donne che da molto tempo avevano rinunciato alla curiosità e alle fantasie degli uomini». Nel Texas antecedente alla rivoluzione sessuale le donne erano a tal punto prigioniere di un sistema maschile da smettere di essere femminili, se non per il nome che portavano o forse nel ricordo. Erano cioè pioniere, donne ridotte a funzioni domestiche e biologiche. Pensiamo al personaggio interpretato da Elizabeth Taylor in un classico del cinema americano, Il gigante; a come, giunta in Texas insieme al ricco allevatore che ha appena sposato, la giovane Leslie debba dimenticare di essere donna o almeno il modo in cui era donna nell’Est e ingaggi una gara di forza con la cognata che culmina fatalmente con una cavalcata. Benché Il gigante fosse tratto da un romanzo di Edna Farber all’epoca molto popolare, McMurtry riteneva che il grande libro sulla donna pioniera dovesse ancora essere scritto. Al fondo delle sue ambizioni di narratore covava proprio l’intento di colmare questa lacuna. Sarebbe però fuorviante vedervi soltanto una questione di genere.

Per lo scrittore il problema trascendeva il sesso perché il Texas limitava anche gli uomini. Prigioniero del mito del cowboy, l’uomo di quelle terre era in grado di immaginarsi soltanto come uomo d’azione e di poche e rudi parole, un uomo per nulla incline al pensiero, a soffermarsi più del minimo necessario sui propri sentimenti. Un uomo, in sostanza, incapace di comunicare. Esemplare in questo senso è il personaggio di Vernon Dalhart in Voglia di tenerezza, un ricco petroliere che vive e lavora all’interno di una Lincoln che egli è solito parcheggiare all’ultimo piano di un garage di sua proprietà da cui è possibile dominare le luci di Houston e il panorama circostante, incluse le strade che escono dalla città e che il petroliere ha percorso molte volte in macchina. Una bizzarra abitudine che palesa la contraddizione dell’uomo texano, il quale, non sa staccarsi dalle praterie nemmeno quando è ormai inurbato. Al contrario della gente normale, che dorme a letto e «con altra gente dentro, se ci riesce», Vernon, da bravo discendente di cowboy, trascorre le sue notti in solitudine o, per meglio dire, in compagnia del suo cavallo moderno, un’automobile. Non che sia indifferente al fascino femminile. Vernon è uno dei tanti uomini che aspirano a fare breccia nel cuore di Aurora Greenway, protagonista del romanzo, una vedova alla soglia dei cinquant’anni che si lascia corteggiare da tutti, tenendo tutti però a una certa distanza e non risparmiando a nessuno frecciate spietate, giacché che ai suoi occhi ogni uomo è un maschio inadeguato. Nemmeno il defunto consorte è al riparo da suoi commenti sardonici. Il bersaglio preferito resta tuttavia il marito della figlia Emma e non senza ragione, visto che parliamo di un uomo inconcludente, un inetto – guarda caso uno studioso di letteratura – per il quale entrare in sintonia con la moglie e capirla è impresa impossibile. Va detto che Aurora critica anche la figlia, anzi l’incipit del libro è proprio un rimprovero implicito a lei rivolto: «Il successo di un matrimonio dipende immancabilmente dalla donna». La frase serve tanto a introdurre un tratto saliente del personaggio, l’inclinazione a parlare per massime spacciate per verità inoppugnabili, quanto a omaggiare un’altra frase d’esordio, quella notissima di Orgoglio e pregiudizio, e più in generale, il romanzo inglese dell’Ottocento. Sebbene americano, per non dire texano fino al midollo, Voglia di tenerezza è infatti un romanzo per tanti aspetti europeo. McMurtry lo scrisse mentre era in viaggio nel vecchio continente e leggeva Middlemarch di George Eliot, la cui influenza è palpabile. Del resto, la stessa Aurora non è texana, non viene dall’America profonda ma dal New England e possiede due di dipinti di artisti europei, un Renoir e un Klee. In lei convivono una velleitaria sintonia con la modernità raffinata del vecchio mondo e il bisogno di venire a patti con una città, Houston, dove ancora sopravvivono gli arretrati retaggi del vecchio Texas.

Il contrasto tra vecchio e nuovo, spesso ambiguo, trova appunto la sua sintesi nella relazione tra madre e figlia, nelle loro conversazioni caratterizzate da dualismi di ogni ordine e grado ma alla fine tutte imperniate sul matrimonio, istituto dove la perfezione si rivela sempre irraggiungibile, un ideale destinato a essere continuamente sporcato dai difetti, dai compromessi al ribasso, dal tradimento. Il romanzo stesso è diviso in due. La prima parte, la più corposa, è centrata sulla madre e ambientata a Houston nel 1962; ha un andamento leggero, da commedia, a tratti quasi farsesco. La seconda sposta invece l’attenzione sulla figlia e l’azione in Nebraska e copre un arco temporale più vasto pur essendo sensibilmente più corta, tingendo di dramma un romanzo che sembrava avviato a un finale tutto sommato lieto. All’indomani dell’uscita la critica vide in questo contrasto di toni e proporzioni un limite. In realtà, l’apparente scollamento ha un senso profondo: riflette il conflitto tra unità e caos che dilania Aurora e va comunque inserita in un quadro più ampio. Voglia di tenerezza arriva infatti al termine di un lungo e coerente percorso narrativo che ha pochi eguali nella letteratura americana. È l’ultimo atto di una trilogia dedicata alla città di Houston, la quale segue a sua volta una serie di altri tre romanzi che hanno invece per oggetto le vite di un piccolo centro di provincia. Fa parte cioè di un corpo di sei libri in cui McMurtry si sposta progressivamente dal mondo rurale a quello urbano, avendo però sempre in mente il mondo del vecchio Texas al cui tramonto dedicherà una memorabile saga western iniziata nel 1985 con Lonesome Dove. Il paragone di McMurtry con Flaubert rimane comunque peregrino. La sua opera è semmai assimilabile a Balzac, a una grande commedia umana in versione cowboy dove le donne sono capite meno dei cavalli ma vanno comunque accettate, perché «dopotutto nemmeno i cavalli sono perfetti».