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Voglio ricordare Enrico Ganni, scomparso un anno esatto fa. Non l’ho mai incontrato, non ho mai avuto con lui contatti di alcun tipo, per cui non ho ricordi da condividere, episodi da raccontare, dire che persona fosse. L’ho conosciuto soltanto da lettore, ma tanto mi basta per volerlo ricordare, perché anche a distanza, sulla pagina, mi ha offerto e seguita a offrirmi piaceri preziosi. Ganni era un germanista, traduceva dal tedesco. In libreria è possibile trovare sue versioni di grandi testi scritti in quella lingua. La metamorfosi e Lettera al padre di Kafka, I turbamenti dell’allievo Törless di Musil, I «passages» di Parigi e molto altro di Benjamin, Il disagio della civiltà di Freud, Novella degli scacchi di Zweig, I dolori del giovane Werther e Dalla mia vita di Goethe, Effi Briest di Theodore Fontane. Soprattutto Effi Briest, devo dire, anche perché è stato proprio grazie a questo romanzo che ho scoperto quasi per caso le sue traduzioni. Parliamo di alcuni anni fa. Ero in libreria per comprare un nuovo romanzo di Houellebecq uscito proprio quel giorno. Avevo già il volume tra le mani ma prima di andare alla cassa incontro un’amica. Mi trattengo a chiacchierare per qualche minuto, dopodiché, tornato solo, apro alla prima pagina il romanzo di Houellebecq, leggo l’incipit e succede qualcosa. Dalle Particelle Elementari in poi avevo sempre acquistato i suoi romanzi il giorno dell’uscita, ora per la prima volta quella scrittura, quei temi, quei toni non mi sembravano più indispensabili, almeno per me. Deluso ho posato il libro ma non potevo andarmene così, qualcosa dovevo comprare a quel punto. Mi sono ricordato allora, non so perché, dell’edizione Feltrinelli di Effi Briest che avevo adocchiato da tempo. Mi piaceva molto la copertina, il ritratto di una donna in rosso opera molto bella di un pittore olandese, anche se a conti fatti poco quel dipinto c’entrava con l’epoca di Fontane e del romanzo. Siccome non mi decidevo ho letto l’incipit, che nella versione di Ganni suona così:

«Davanti al palazzo di Hohen-Cremmen, dimora della famiglia von Briest sin dall’epoca del principe elettore Giorgio Guglielmo, l’intensa luce del sole illuminava la strada immersa nella quiete del meriggio mentre, sul lato del parco e del giardino, un’ala aggiunta ad angolo retto gettava la sua vasta ombra dapprima su una terrazza a piastrelle bianche e verdi, e poi, più oltre, su una grande aiuola circolare che aveva al centro una meridiana e ai margini canna indica e cespi di rabarbaro. Qualche ventina d passi più in là, conformandosi per andamento e posizione all’ala del palazzo, correva – tutto coperto d’edera a piccole foglie e interrotto in un unico punto da una porticina in ferro verniciata di bianco – il muro del cimitero, dietro al quale sorgeva il campanile di Hohen – Cremmen con il tetto a scandola e in cima il gallo, che, dorato di recente, luccicava al sole. L’edificio principale, l’ala aggiunta e il muro del cimitero formavano un ferro di cavallo, con al centro un piccolo giardino. Il lato aperto si affacciava su uno stagno con un pontile al quale era ormeggiata una barca; subito accanto si scorgeva un’altalena: la tavola era fissata a entrambe le estremità con due funi e i pali apparivano un po’ inclinati. Tra lo stagno e l’aiuola, inoltre, crescevano crescevano alcuni imponenti vecchi platani che nascondevano per metà l’altalena». Di Effi Briest basterà dire ciò che è noto a molti ovvero che ogni pagina di questo controcanto dimesso a Anna Karenina e Madame Bovary merita soste e contemplazioni. Mi limito all’incanto della prima, alla sua lingua priva di effetti esibiti, a come le parole procedono in un lunga descrizione senza quasi mai ricorrere a un aggettivo, solo nominando, spostandosi cioè di cosa in cosa, di luce in ombra, per andare dal luogo nel suo insieme, la dimora della famiglia von Briest, al dettaglio finale, al simbolo premonitore. Non bisogna essere geni né lettori particolarmente esperti infatti per intuire che quell’altalena con i pali di sostegno un po’ inclinati e seminascosta dai platani va intesa come l’annuncio di un triste destino. Non è ancora comparso nessuno ma già ce la figuriamo, Effi, questa figlia mancata dell’aria, la sua vita solo un po’ storta, la sua tragedia dimessa, quasi trascurabile, comunque non ardente e tempestosa come quelle delle sue colleghe di Francia e Russia. In questo attacco di rarefatta bellezza la lingua descrive un movimento che è tipico del tedesco, il dilungarsi per parole e parole girando attorno a un unico punto, l’avvitamento ossessivo, quasi pauroso di frasi e incisi, che funziona come un trapano. Qualcosa di simile e altrettanto esemplare si trova nel primo capitolo dello Stendardo di Lernet-Holenia, nella maniera in cui il narratore ci presenta il protagonista della storia: con una lunga ellissi, muovendosi per un paio di pagine tra i commensali presenti a una festa solo per tornando dove era partito, il vicino di tavola. È un movimento che trovo in tanti autori di lingua tedesca, anche se con accenti vari e diversi. Lo vedo in Bernhard, ovvio, e poi in Kafka, ovvio anche lui, in Thomas Mann, nel Peter Handke del Mio anno nella baia di nessuno, in Walser. Non escludo possa trattarsi di una mia allucinazione, l’abbaglio di un incompetente, visto che non parlo tedesco. Ma ormai è così, mi sembra sempre di riconoscerlo, questo movimento percussivo che tocca sia la natura e il ritmo dei pensieri sia il modo in cui cose e idee e sentimenti emergono dal succedersi delle parole. È un movimento che in cui incoccio di rado dalle nostre parti e quando si manifesta mi presenta sempre, anche nei casi migliori e insuperabili, in Manganelli o Landolfi per dire, l’alea dell’arabesco. E qui si potrebbere chiedere aiuto a Bernhard, quando in Estinzione, marca la differenza tra le due lingue dicendo per interposto personaggio che l’agilità e la leggerezza dell’italiano stanno al tedesco come una bambino di una famiglia agiata e cresciuto in libertà sta a un bambino di famiglia poverissima, oppresso, picchiato e reso astuto dalle botte. Ma andrei lontano. Rimane che se a volte fatico a leggere testi tradotti dal tedesco è proprio perché mi sembra sempre di sentire in sottofondo l’eco delle botte, le ragioni di questo movimento così diverso dalla nostra lingua.

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Enrico Ganni aveva il dono di saperlo piegare all’italiano, questo movimento; di farlo apparire naturale, non estraneo o almeno non inadeguato alla nostra lingua, offrendomi piaceri e armonie, svelandomi possibilità nuove. Houellebecq non me ne vorrà, spero, se quel giorno ho comprato Effi Bries invece del suo romanzo (ho rimediato in seguito) e se considero il ripensamento favorito dall’incontro con la mia amica un colpo di fortuna. Da allora ho fatto mio quasi ogni libro tradotto da Ganni (me ne mancano solo un paio fuori di catalogo) imparando e godendo a ogni pagina. Ganni aveva un predilezione particolare per Goethe e in Dalla mia vita la lingua tocca vertici che stordiscono. Il Werther uscito da poco per Einaudi nella collana delle grandi traduzioni che proprio lui aveva voluto è stato il suo ultimo lavoro. A volte mi fermo a pensare quanto sarebbe stato bella una sua versione della Montagna magica, che è il mio libro del cuore. E comunque gli sono grato. Mi ha dato tanto, senza parlarmi, senza conoscermi, solo traducendo.