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«Tutto succede alle feste». Lo scriveva Jane Austen e al nostro orecchio di lettori potrebbe forse suonare al più come una promessa. In particolare se consideriamo questa frase con la mente rivolta alla giovinezza, al tempo in cui andare a una festa significava fare il pieno di emozioni e speranze sempre o quasi legate alla possibilità di un incontro amoroso. È tuttavia solo in seguito, col subentrare della noia, quando le disillusioni della maturità sottraggono molte aspettative; soltanto allora è davvero possibile cogliere il senso profondo di queste parole, perché è soltanto quando le feste cominciano a somigliare un «affascinante incubo» che si rivelano un osservatorio ineguagliabile della natura umana. A definirle un incubo è Lawrence Osborne che si dichiara fortemente ispirato da film di Antonioni e Fellini come L’eclisse o La dolce vita in cui alle feste sono riservate scene importanti. Le feste intese come piccoli esperimenti sociali, dunque; come momenti in cui le conversazioni si fanno più teatrali che mai e sature di implicazioni sessuali, e le persone scoprono l’impellenza di non passare inosservati, magari anche a costo di non andarci proprio, a una festa, o di presentarsi in ritardo, che è appunto quanto accade in Nella polvere. Il romanzo si apre con una coppia di inglesi, gli Henninger, la puntigliosa Jo e il malmostoso David, che noleggiano un’auto per recarsi in mezzo al deserto, in Marocco. Siamo del resto in un romanzo di un autore espatriato, che vive da sempre lontano dalla terra natia, un nomade per vocazione che ambienta le sue storie in angoli di mondo sempre diversi, può essere il Marocco come in questo caso oppure Bangkok o la Cambogia o Macao, come accadrà nei libri successivi. Nella polvere risale infatti a una decina di anni fa anche se arriva da noi soltanto ora. È il secondo romanzo di Osborne ma è lecito considerarlo alla stregua di un esordio, visto che il primo vide le stampe molto prima, nel 1986, e mostrava uno scrittore alquanto diverso, oltre che acerbo. Ania Malina era infatti una sorta di romanzo storico dal sapore vagamente lolitesco e malgrado presentasse un viaggio, un tour nel Mediterraneo, era comunque sprovvisto di un elemento poi diventato imprescindibile per Osborne: l’esotismo effimero del viaggiatore d’oggi, lo sradicamento salottiero del turista. Mancava inoltre un tratto ancor più caratterizzante di questo scrittore: il conflitto di prospettive tra chi viaggia per svago o noia e comunque per scelta e chi invece o vi è costretto dal bisogno o non viaggerà mai perché non ne ha possibilità.

Nella polvere | Lawrence Osborne - Adelphi Edizioni

Il viaggio, similmente alla festa, rappresenta per Osborne un momento di crisi in cui la vita del ricco marca la sua distanza da quella del povero e si mostra nelle sue contraddizioni con esiti sempre letali. La festa nel deserto cui sono diretti gli Henninger ha luogo nella grande casa di una coppia gay avvezza a organizzare raduni per amici internazionali, alcuni dei quali arrivano perfino in elicottero. Ci sarà tutta l’indispensabile: fuochi di artificio, discoteca all’aperto, finte palme d’argento, appetitose ragazze francesi, giovanotti locali abbigliati come pirati, fichi, orchidee bianche, cocaina a volontà, miele con la cannabis. Per l’inferocita gente del posto non si tratta ovviamente di feste ma di orge di infedeli con la Jaguar. In quegli stessi paraggi un tempo era stanziata la Legione Straniera ora vi dimorano gli stranieri e i loro ospiti, che i marocchini chiamano les visiteurs quasi a implicare la convinzione o almeno la speranza «che prima o poi, se ne sarebbero andati con la stessa istantaneità di quando si erano presentati». Che siano ricci e spendano i soldi con incoscienza e disinvoltura torna certamente utile, ma ciò non basta a redimerli agli occhi dei locali, e non tanto per le abitudini sessuali sulle quali ci sarebbe comunque «molto da dire», bensì per il fatto di «starsene sulle loro terrazze, la notte, a guardare le stelle coi binocoli», per quel loro «dormire, ogni tanto, tutto il giorno fino al tramonto» e andarsene poi in giro al calare della sera «sui vecchi sentieri con ghirlande di fori e secchielli pieni di ghiaccio». I ricchi visiteurs non nutrono sentimenti tanto migliori verso i locali, ovvio; non li disprezzano espressamente perché l’etichetta contemporanea non lo consente, ma la loro apparente tolleranza è spesso ipocrita e carica di sussiego, quel malcelato senso di superiorità che è proprio dell’occidentale evoluto in mezzo ai selvaggi. Osborne è un maestro nel mostrare le fibrillazioni sotterranee e costanti tra questi due mondi, nell’orchestrare scontri di civiltà sempre sul punto di esplodere. Un incidente anche minino è sufficiente a risvegliare diffidenze reciproche, rancori antichi ma mai sopiti, incomprensioni irrimediabili.

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A innescare la scintilla sono proprio gli Henninger; mentre si recano alla festa, beccandosi di continuo perché il loro è un matrimonio che sta colando a picco, investono e uccidono un giovane del posto che se ne sta lungo la strada in mezzo al nulla a vendere fossili. Non sapendo bene che fare, lo caricano in macchina e lo portano alla festa. L’idea si rivelerà ovviamente infelice, anche perché David Henninger, l’investitore, non nasconde il suo disprezzo per i musulmani; allo stesso modo, se non di più, detesta la codardia, il perbenismo sinistrorso che sensi di colpa decennali hanno instillato nei bianchi. In altri termini, è un convito oppositore della correttezza politica e si rifiuta di credere che «questa gente che viveva nella merda in mezzo al Sahara» possa mai pensarla come lui. Vuoi per l’ambientazione, vuoi perché il romanzo è tra le tante altre cose il ritratto di una coppia allo sfascio, torna alla mente Il tè nel deserto peraltro espressamente evocato proprio da David. Difficile poi non pensare anche alla congrega di scrittori anglosassoni che nel secondo dopoguerra hanno transitato tra Tangeri e Casablanca, dai beat a Capote, a Tennessee Williams, a Vidal. Più in generale, la tentazione è quella di ricondurre l’opera di Osborne alla grande letteratura espatriata che trova in autori come Graham Greene il proprio canone. Sebbene certi riferimenti siano tutt’altro che peregrini, andiamo però molto oltre quella tradizione e non potrebbe essere altrimenti visto quanto il mondo è cambiato. La fiacchezza occidentale che troviamo in romanzi come Nella polvere è di tipo nuovo. I bianchi di Osborne hanno ormai perduto il fascino decadente dell’espatriato. Non sono che turisti e questo li rende decisamente più patetici e irrisori dei loro predecessori. Esposti a errori continui, a una superficialità dalle pieghe sinistre e per molti versi parente della morbosa moralità di Patricia Highsmith, questi visiteur del villaggio globale contemporaneo incarnano ciò che può capitare agli uomini una volta finita la festa e non restano che i soldi, e i soldi sono un problema, perché, come dice la gente del posto, gli stranieri ne hanno sempre.