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Durante i primi e affannosi mesi della pandemia, che ho trascorso bloccato in una piccola isola nel sud-est asiatico, non ho scritto una sola parola. Essendo il mio mestiere, almeno in teoria, e vedendo altri scrittori (e non solo scrittori) riversare fiumi di pensieri e impressioni su giornali e social, mi chiedevo se non ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Dall’Italia arrivavano immagini da apocalisse, non si sapeva se il mondo sarebbe continuato o no e io non sentivo alcun bisogno di esprimermi, mi ero ammutolito più di Bartleby. Soltanto una cosa facevo: fotografavo e questo, se vogliamo, era ancora più strano del silenzio. Fotografare non era mai stata una mia priorità, eppure adesso mi pareva diventato indispensabile. In prossimità del tramonto andavo a passeggiare e scattavo. Gli alberi, le abitazioni, le attività commerciali, la strada. In sostanza fotografavo paesaggi e sempre orientando l’obiettivo in senso verticale. Anche questa era una stranezza, pensandoci. Chiunque visiti una pinacoteca dovrebbe uscirne con almeno questa certezza: che nella storia della pittura d’occidente, il paesaggio è stato un genere perlopiù orizzontale; la verticalità veniva riservata all’uomo, al ritratto. Il telefono ci ha però cambiati, la natura di questo dispositivo ci ha portati a non operare più distinzioni tra paesaggi e ritratti, tendiamo a vedere tutto come un soggetto verticale. Abbiamo cioè trasformato l’obiettivo in una versione in miniatura della psiche, il grande specchio verticale arredo comune nelle camere borghesi di un tempo.

 

Solo oggi capisco che in quegli scatti riversavo la mia inquietudine di fronte agli eventi. Erano paesaggi psichici, quelle foto, come lo erano molte opere di James G. Ballard, lo scrittore che più e meglio di tanti altri ha investigato sui legami tra ambiente circostante e dimensione interiore. Celebre è la sua tetralogia degli elementi, quattro romanzi risalenti agli anni Sessanta che vedevano il nostro pianeta patire le conseguenze di svariati flagelli climatici. Il più riuscito, Il mondo sommerso, una rielaborazione avveniristica e assai poco velata di Cuore di tenebra, prefigurava una Londra irriconoscibile, arroventata da un sole impazzito e invasa dalle acque. In quella laguna pestilenziale, tra iguane giganti e nervosi nugoli di insetti, gli uomini conoscevano una regressione ancestrale. Il paesaggio, regredito a uno stato primordiale, pareva metterli in contatto con memorie sopite, quasi che l’innalzarsi delle temperature li ricacciasse indietro nel tempo. Cresciuto in Cina sul finire della Seconda guerra mondiale, Ballard ha più volte spiegato quanta importanza avessero rivestito per lui i panorami visti da bambino nel campo di detenzione nei pressi di Shanghai in cui venne internato insieme ai genitori. Ancora più interessante è il fatto che Ballard fosse rimasto particolarmente segnato dal «periodo in cui non sapevamo se la guerra fosse finita: i giapponesi avevano pressoché abbandonato l’intera zona e gli americani non erano ancora arrivati». Questa indeterminatezza angosciosa che percepivo nel paesaggio, nella sua apparente indifferenza al disastro, è stato appunto ciò che mi ha spinto a fotografare anziché tenere un diario della pandemia.

 

Non era ovviamente un’invenzione mia e neppure di Ballard. È piuttosto un motivo ricorrente già nell’Ottocento, tanto nell’arte che nella letteratura, soprattutto inglesi. Il pittore più emblematico è William Turner nei cui paesaggi mancava una separazione netta tra cielo e terra, tra ciò che impalpabile – la pura luce e l’aria – e ciò che è materia. Lo ritroviamo poi in John Constable, nell’attenzione che egli riservava alle nuvole e nel modo in cui gli alberi e il resto del paesaggio sembravano replicare le fibrillazioni di suoi cieli agitati. Quanto alla narrativa il riferimento immediato è Cime tempestose, dove la brughiera spesso descritta come inospitale si proponeva nei termini di una presenza attiva capace di plasmare l’anima dei personaggi. È però in Thomas Hardy, nelle prime pagine del meno noto Il ritorno del nativo, che leggiamo qualcosa di davvero definitivo: «Sembra avvicinarsi il tempo, sempre che non sia già giunto, in cui solo la sublimità di una landa, di un mare, di una montagna si intonerà in modo assoluto allo stato d’animo dei più pensosi tra gli esseri umani». Se gli inglesi prestavano già nell’Ottocento tanta attenzione alle qualità psichiche del paesaggio è perché lo vedevano in frenetica trasformazione, minacciato dalla rivoluzione industriale, dal «trambusto della società» per dirla alla maniera di Emily Brontë. Immersi in Cime tempestose, la nostra impressione è quella di una natura selvaggia e lontana da tutto, quando invece il luogo in cui visse la scrittrice era sì circondato dalla brughiera, ma era anche un villaggio operaio non distante da Manchester, la shock city sulla cui classe lavoratrice Friedrich Engels scrisse in quegli stessi anni un ponderoso saggio. Fu in quel tempo ormai lontano che si posero le basi del nostro, perché è con la rivoluzione industriale che il paesaggio comincia a mutare, a farsi psichico, innescando il processo che porterà a mutamenti di maggiore consistenza, quelli a noi oggi ben noti.

 

Quanto Ballard possa funzionare da ponte tra quel passato e il presente lo ha illustrato alla perfezione Simon Sellars in Ballardismo applicato, libro insolito quanto tipico del nostro tempo, un tempo in cui la scrittura si va facendo ibrida, sospesa tra una cosa e un’altra, tra saggio e racconto, pratica e teoria, testo e immagine, autore e alter ego. Pensiamo a Austerlitz di Sebald, che di questo modo di scrivere viene considerato l’iniziatore o comunque la stella polare; pensiamo a quanto fosse centrale il paesaggio in quelle pagine. Si direbbe che la scrittura sia diventata ibrida proprio perché guarda sempre più al paesaggio in chiave psichica; perché in un mondo dove le immagini tendono sempre più al verticale, scorgere l’orizzonte è diventato d’un tratto un’impresa complessa, diversa dal passato. Ci sono poi quei libri che pur non scostandosi dalla narrazione in senso stretto, si presentano comunque ibridi, sfuggenti; libri dove i motivi della letteratura di genere filtrano in forma di echi; libri come Annientamento di Jeff VanderMeer e gli altri romanzi della trilogia dell’Area X.

 

Recentemente ne è apparso un altro, Riaffioreranno le terre inabissate di M. Johh Harrison, con i crismi dell’opera miliare, sorretta da una scrittura ipnotica. Delinearne anche per vaghi cenni la trama peraltro quasi assente avrebbe poco senso. La sua forza consiste proprio nella costante sospensione. Assistiamo al dispiegarsi delle esistenze irrisolte dei due personaggi principali, un uomo e una donna di mezza età legati da una relazione esile e anch’essa poco risolta, e mentre assistiamo sembra profilarsi il momento in cui un mistero annunciato e sempre incombente irromperà concretamente in questa storia senza storia e la smetterà di occhieggiare dallo sfondo. È un mistero legato a The Water-Babies, un vecchio libro dell’Inghilterra vittoriana, una favola per bambini che era però in parte anche una satira a sostegno delle teorie di Darwin sull’origine della specie. Per dirla in breve: nell’Inghilterra post Brexit di questo romanzo ci si attende che dalle acque onnipresenti in varie forme emerga prima o poi qualcosa, forse una sottospecie di persone che da neonate avevano l’aspetto di pesci. Potremmo metterla anche così: ci si attende che un grigio romanzo esistenzialista deragli a un certo punto verso il racconto di genere, l’horror, il fantasy, la fantascienza. Ma appena si ha l’impressione che il momento fatidico e fantascientifico stia per arrivare, il quotidiano e i suoi tristi riti riprendono puntualmente il sopravvento e ciò che era in sospeso rimane com’era, in sospeso, un grigio romanzo esistenzialista, e questa sospensione diventa di fatto il paesaggio del romanzo; un paesaggio psichico naturalmente nonché un paesaggio nel quale è fatale riconoscere cambiamenti climatici e distanziamenti sociali ovvero il mondo ansioso in cui oggi viviamo tutti noi, il nostro futuro incerto per non dire sospeso.