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Come ogni altro individuo della mia sottospecie, quella dei sapiens acculturati, nel corso degli anni ho letto libri, sono stato a teatro, ho visto film e opere d’arte, e ho ascoltato storie in varie forme, alcune anche vere e dalla viva voce dei loro protagonisti. Ho cioè accumulato una quantità di informazioni e conoscenze sufficienti a illudermi – almeno fino alla scorsa primavera – che avrei saputo identificare un attacco di panico qualora mi fosse capitato di averne uno. Non che in precedenza girassi il mondo vantandomi tra me e me di una simile capacità. Non avendone mai sofferto – almeno fino alla scorsa primavera – riconoscere un attacco di panico non era in cima alle mie preoccupazioni. Sono convinto tuttavia che una parte dormiente di me si cullasse in questa certezza, come si cullava in tante altre certezze derivate appunto dall’avere letto libri, visto film e ascoltato storie in varie forme. Il mio primo attacco di panico è apparso a mezzanotte, come i fantasmi, a primavera appena iniziata, alla vigilia del più crudele dei mesi e dopo un anno e più di pandemia, e ovviamente non l’ho riconosciuto. Non l’ho riconosciuto neanche mentre ascoltavo con sconcertato scetticismo il medico che mi diceva di prendere un ansiolitico. Come non l’ho riconosciuto dopo, quando, per niente soddisfatto da una prescrizione che mi sembrava assurda, ho chiamato il 118 e l’operatrice mi ha sconsigliato di richiedere un’ambulanza perché l’esperienza di una nottata al pronto soccorso avrebbe potuto rivelarsi ancor più traumatica per una persona nelle mie condizioni. Soltanto quando l’attacco di panico mi è apparso per ciò che davvero era e io ho compreso di non essere stato in punto di morte, soltanto allora ho cominciato a sentirmi uno sciocco e a pormi domande sulla mia mente e su ciò che credevo di avere appreso circa la natura umana e dunque me stesso. Mi sembrava cioè che avere letto tanti libri fosse stato un’immensa perdita di tempo; che la letteratura non servisse a niente – pensiero peraltro nemmeno così originale – o che comunque non fosse servita a me. Dalla massa informe e inutile delle mie letture emergeva però il ricordo di una frase proveniente dal libricino di uno scrittore russo, Memorie del sottosuolo.

San Pietroburgo nei dipinti degli artisti russi dall'inizio dell'Ottocento  a oggi - Russia Beyond - Italia

Nelle primissime pagine di quella novella, Fëdor Dostoevskij o almeno il suo protagonista, una voce narrante che non si presenta con il proprio nome bensì definendosi un uomo cattivo, una brutta persona, un uomo malato che non si cura, si dice convinto che «essere troppo coscienti è una malattia, un’autentica, completa malattia». Ne è talmente convinto che, prima di svelarci questa sua verità, parlando a un consesso immaginario o forse proprio a noi lettori, l’uomo del sottosuolo dice: «Vi giuro, signori». La frase mi si era scolpita nella testa già nel leggerla per la prima volta, ma ora, dopo l’esperienza degli attacchi di panico, mi appariva più carica ancora di significato e non soltanto per una ragione fin troppo ovvia ovvero per quel paradosso estremo in base al quale, se avessi avuto la coscienza di sé propria di un sasso, non avrei mai sofferto di attacco panico. Il fatto è che Dostoevskij è stato il primo a spingere la definizione del pensiero oltre lo steccato, in fondo secondario, di ciò che è davvero reale. Non si chiede se la vita sia sogno o inganno o comunque qualcosa di diverso da come la percepiamo attraverso i sensi. Non cerca nella capacità di pensare una conferma della sua esistenza. Non dice, come Cartesio, penso dunque sono. No. Dal limitare di un abisso vertiginoso sul quale è affacciato, dice: penso, dunque qualcosa in me non va, sono malato perché penso. In sostanza ventila la possibilità che la consapevolezza di esistere non vada intesa come la prerogativa che ci rende speciali, superiori agli altri organismi viventi, alle piante e agli animali, ma sia invece un tratto pernicioso, quasi un’aberrazione contro natura. Ma ciò che davvero stupisce è che questa sconvolgente ipotesi, senza cui non avremmo avuto prima Nietzsche e poi Freud, non la dice neanche Dostoevskij, in fondo, ma un suo personaggio, l’uomo del sottosuolo appunto. Può sembrare una distinzione di lana caprina, mi rendo conto, ma non lo è. Dostoevskij è il primo grande romanziere della Storia veramente abitato dai suoi personaggi, il primo scrittore che non manovra le sue creature e non ne addomestica il linguaggio, lasciandole parlare per come sono, per come pensano.

Sebbene se ne trovi traccia anche nello Stavrogin dei Demoni e naturalmente nel Raskol’nikov di Delitto e castigo, le idee dell’uomo del sottosuolo sono sì forti ma non prevalenti nei romanzi di Dostoevskij. Difficile, per esempio, immaginarsi un uomo come il principe Myškin, esprimersi negli stessi termini. In suo recente libro che ha per sottotitolo L’incredibile vita di Fëdor Dostoevskij e per titolo Sanguina ancora, Paolo Nori afferma che, proprio per via della grande diversità di caratteri proposti da questo scrittore, ognuno ha il suo Dostoevskij. Lo afferma rivelandoci al contempo che, dovendo scegliere, i Dostoevskij da lui preferiti sono due: per l’appunto «L’idiota e Memorie del sottosuolo, che presentano due personaggi completamente opposti, tra loro, uno miracolosamente buono, del quale si innamorano tutti e i cui modelli sono Gesù Cristo e Don Chisciotte e si professa convinto che il “il mondo lo salverà la bellezza”, l’altro disgustoso, l’uomo del sottosuolo». Si intuisce però che, se messo alle strette, Nori sceglierebbe, come me, il personaggio disgustoso. Vuoi perché Nori si definisce un bastiancontrario, vuoi perché ritiene che a avere «delle cose da raccontare, sono quelli che han torto», e vuoi perché nella stessa pagina in cui dice di avere un debole particolare per l’idiota e l’uomo del sottosuolo si sofferma proprio su una frase di quest’ultimo: «io son poi da solo, e loro sono tutti», rimarcando come Dostoevskij abbia detto questa cosa «con una chiarezza e una semplicità stupefacenti». Questa cosa, questa verità, è così cara a Nori che la vediamo campeggiare solitaria perfino nella quarta di copertina del suo libro. Egli rientra inoltre nella schiera di chi pensa che «nei romanzi di Dostoevskij non parla Dostoevskij, parlano i suoi personaggi» e è forse questo il motivo per cui chiama romanzo il suo Sanguina ancora, malgrado tutto sembri fuorché un romanzo: perché quando ci si aggira dalle parti del torto si diventa comunque personaggi, anche se si è semplici lettori, commentatori ammirati o stupefatti di ciò che si è letto. E in effetti Sanguina ancora non è tanto o soltanto un libro sulla vita di Dostoevskij. È il racconto di come la lettura di Delitto e castigo possa produrre una ferita destinata sanguinare nel tempo e aprire la carne di una persona a un mondo intero, a un’intera cultura.

Sanguina ancora by Paolo Nori

Non a caso, molte pagine sono dedicate a altri russi. All’importanza di Puškin, per dirne una, o a Le anime morte di Gogol’, per dirne un’altra. Benché non sia citata nel libro, viene allora da pensare a una profezia di Dostoevskij: «L‘Europa ci scoprirà, come un giorno scoprì l’America». Insomma, Sanguina ancora è la storia di come Paolo Nori ha scoperto la Russia, la sua lingua, la sue gente, i suoi scrittori. Resta da aggiungere che anche i miei attacchi di panico sono stati – nel mio piccolo, ovviamente – una scoperta. Resta poi da chiarire perché l’uomo del sottosuolo abbia ragione da vendere – malgrado parli dalla parte del torto – nel dire che l’eccesso di consapevolezza è una malattia. A pensarci bene, lui e il principe dell’Idiota si somigliano, in fondo. Entrambi sono malati. La vera differenza è che il principe torna in Russia dopo essere stato all’estero per farsi curare l’epilessia, mentre l’uomo del sottosuolo non vuole saperne niente, di cure; vuole restare malato ovvero troppo consapevole. Cosa voglia dire essere troppo consapevoli è però questione complessa, che andrebbe affrontata altrove. Basti intanto sapere che riguarda quello che un trio di biologi chiamava umwelt, universo soggettivo, e che lo scrittore inglese M. John Harrison ha sintetizzato così in un suo romanzo di qualche anno fa: per un gatto è piuttosto difficile immaginare le ragioni della mosca che ha in bocca, ma di sicuro se la passa peggio la mosca.

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