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Edmund White ha accostato la sua bellezza a quella di Guerra e Pace, ma se proprio volessimo ragionare per paragoni, il nuovo romanzo di Hanya Yanagihara somiglierebbe piuttosto a un incrocio ai limiti del temerario tra Washington Square e L’atlante delle nuvole. Da Henry James Verso il paradiso  prende sia l’ambientazione – New York e più in particolare una lussuosa dimora nel cuore di Manhattan – sia, almeno per quel che riguarda la prima parte del libro, lo stile e il motivo di partenza, ovvero la necessità di sorvegliare e proteggere una giovane e timida ereditiera dalla corte di bellimbusti attratti dalla sua posizione sociale. Al romanzo di David Mitchell, invece, quello di Yanagihara somiglia nell’impianto – tre storie distinte e distanti nel tempo – nonché nell’idea della reincarnazione o comunque qualcosa che molto gli si avvicina. Durante lo scorrere dei secoli, conosciamo infatti personaggi che hanno lo stesso nome e tratti simili pur non avendo nulla che in concreto li leghi, se non la già menzionata dimora di jamesiana memoria. La casa in Washington Square non è propriamente il paradiso che viene promesso nel titolo bensì l’assunto, la selva oscura – anche se sfarzosa – da cui sembra di dover uscire se al paradiso si vuole arrivare. Parlare di selva oscura non è un vezzo: ognuna delle tre novelle, infatti, si chiude con la parola paradiso, proprio come le tre cantiche della Commedia terminano con la parola stelle. Ma c’è dell’altro. Per esempio, il fatto che il nome più importante e ricorrente nel romanzo, David, comincia con la D come Dante e fa pensare a un alter ego dalle tante facce dell’autrice. Ne consegue la possibilità di leggere le tre parti come una rivisitazione terrena dei tre regni ultramondani seppure disposti in ordine inverso: il paradiso all’inizio e l’inferno alla fine, lasciando al centro il purgatorio. C’è poi la frequenza con cui ritornano il numero tre e i suoi multipli. Oltre alle tre parti in cui è diviso il romanzo, c’è l’anno in cui ognuna di queste si svolge, sempre un ’93, che è prima un 1893, poi un 1993 e infine un 2093.

Tre sono inoltre i nomi più ricorrenti: a quello di David ne vanno aggiunti due, Charles e Edward, perché anche i David necessitano di due guide spirituali, di un loro Virgilio e una loro Beatrice. A onor del vero, più che di vere guide, si tratta di poli attrattivi, ma poco cambia. Segnati da una comune indecisione, i David di Yanagihara si trovano di fronte a un bivio. La loro selva oscura è la difficoltà di scegliere tra una vita sicura ma anche noiosa e una più incerta e densa di incognite e pericoli ma anche più eccitante. La scelta si presenta sempre nei termini di un dilemma amoroso: da un lato i Charles, i compagni affidabili, gli uomini che sarebbe ragionevole sposare ma che non scaldano il cuore, dall’altra gli Edward, ambigui e misteriosi, forse soltanto scaltri cacciatori di dote e però irresistibili. Si direbbe che per Yanagihara la condizione umana consista dunque nella seguente incertezza: stabilire se andarsene o no da casa, decidere se il paradiso si trovi nel conforto delle mura domestiche o se vada cercato altrove, accettando il rischio che non sia un luogo fisico, qualcosa di raggiungibile, ma soltanto un andare verso, un movimento, una tensione, una ricerca ansiosa. Il che solleva però un nuovo interrogativo: se davvero l’intento si riduce all’esposizione di un dilemma universale perché riproporlo in svariate salse come fosse un karma ineludibile? Non bastava una sola storia eretta a emblema, un solo David, un solo tempo? La risposta più scontata è che si volesse appunto mostrare il ciclico riproporsi di un modello, quello di un carcere da cui l’uomo non riesce a evadere perché è egli stesso il carceriere e l’architetto della cella in cui è rinchiuso. È tuttavia una risposta non solo scontata ma pure parziale: spiega che è stata allestita una complessa macchina narrativa ma non ce ne rivela lo scopo, sempre che ne abbia uno. Torniamo allora alla struttura tripartita, alle storie collocate in tre secoli diversi ma sempre nello stesso anno, un anno fatalmente terminale.

Ogni volta che dividiamo il tempo in tre, il primo pensiero va al succedersi di passato, presente e futuro. Nel migliore dei mondi possibili, il passato dovrebbe essere un inferno da cui riscattarsi per procedere verso un futuro felice. Di fatto, però, la vita ci infligge spesso il percorso opposto, tendiamo cioè a vedere l’infanzia e la giovinezza come un paradiso progressivamente perduto e il domani come denso di incognite e sofferenze. In entrambi i casi, il presente gioca il ruolo di un ponte tra due estremi, né più né come lo è purgatorio. Dovrebbe dunque essere un momento di transito imprescindibile, il presente; un momento senza il quale non esisteremmo e non potremmo porci nessun dilemma. Eppure, in Verso il paradiso, questo momento è assente. Tra i due estremi di un passato che non abbiamo vissuto e di un futuro che non vivremo perché troppo lontani entrambi, troviamo infatti un falso presente, un 1993, passato prossimo di cui può avere memoria diretta soltanto chi è già avanti di un buon tratto nel cammino del vivere. Avviene peraltro un fatto curioso. Il 2093 che Yanagihara immagina funestato da epidemie continue e virologi al potere sembra oggi più credibile di un Ottocento in cui, almeno negli Stati Liberi descritti nel romanzo e di cui New York fa parte, il matrimonio tra persone dello stesso sesso è non solo legale ma vissuto come la cosa più normale di questo mondo. Il romanzo assume i contorni di un’opera speculativa in cui la consueta freccia del tempo non esiste tanto in virtù del consueto binario passato-presente-futuro quanto in quella di un mescolamento di utopie, ucronie e distopie. Alla maniera di Una vita come tante, il romanzo che ha reso famosa Yanagihara, anche qui si soffre molto. È tutto un susseguirsi di patemi, drammi famigliari intricatissimi e amori contrastati ai limiti del melò. Questa volta però la vita privata dei singoli personaggi e i loro segreti indicibili vengono messi nel grande frullatore di una Storia alternativa perché li si possa esaminare da una prospettiva diversa e più ambiziosa. Nel concreto, la scrittrice prova a ipotizzare un passato in cui la secessione si è compiuta e dove gli Stati Liberi sono una metafora dell’enclave liberal e colta dell’America cosmopolita, spesso riducibile alla sola New York se non alla sola isola di Manhattan; una società che si considera migliore e che per certi lo è anche, visto che permette i matrimoni omosessuali, ma che resta snob nel midollo, per non dire classista, incline a chiudersi in sé stessa, a confinarsi nella propria raffinatezza, nell’inseguimento del successo, nel lusso. Tutt’intorno si estende sterminata l’America profonda, quella incolta e inelegante, sempre pronta a schierarsi dalla parte sbagliata, a votare Trump come accade nella realtà, ma che ha dalla sua la forza della natura, la wilderness, il richiamo della foresta. Dove sia il paradiso in questo scenario non è chiaro, ma quando mai lo è stato?