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Ritorna spesso nei film più significativi di quest’anno il motivo della creazione artistica vista non più quale manifestazione nobile dell’uomo, bensì come il suo contrario, la negazione dell’umano, l’artista spregevole non perché maledetto in senso romantico, ma semplicemente perché votato soltanto all’arte, perché pone la creazione di un’opera e la coltivazione del talento sopra a tutto, perché sacrifica i rapporti con i suoi simili fino a snaturarsi, a negarsi, a diventare altro da sé. Per esempio un’antidonna come il direttore d’orchestra interpretato da una Cate Blanchett strepitosa in Tàr. Lo stesso tema – proposto anche qui in chiave musicale – è al centro del bellissimo The Banshees of Inisherin. Vi diranno che parla della fine di un’amicizia. In superficie, forse. Al fondo però torna sempre la questione della creazione artistica come deviazione dall’umano o meglio dalla natura, visto che anche gli animali sono capaci di affetti e relazioni e sono infatti una presenza importante del film. Di creazione artistica e negazione di sé parlano anche X di Ti West e Pleasure. Alcuni faticheranno a vedere nel porno – entrambi sono ambientati in quel sottobosco del cinema – una forma d’arte. Ma in gioco non è la qualità di ciò che si crea ma cosa si è disposti a diventare pur di creare, anzi pur di disincarnarsi e diventare oggetto di contemplazione. Lo sguardo e la distanza che lo sguardo sembrano promettere sono altri motivi ricorrenti dell’anno. Li troviamo nel complesso film di Park Chan-wook o nel trascurato Watcher, una specie di Blow Up con serial killer ambientato in una Bucarest che ricorda a tratti le inquietudini oniriche di Cartarescu. È l’altra faccia del problema, ciò che si spera di ottenere con l’arte. Sopravvivere al corpo, restare nel tempo, diventare fantasmi in pratica, come i dittatori di Sukorov. Il loro paradiso e quello degli artisti – perlomeno degli artisti di questi film – è in fin dei conti simile: una sorta di anticamera, una sala d’attesa bella quanto si vuole ma pur sempre una sala d’attesa, anzi del rinvio, una sala in cui attendere un’estinzione soltanto procrastinata. Perché l’arte si è trasformata in tutto ciò? Sempre che si sia trasformata, ben inteso, e non semplicemente e finalmente rivelata. Tra le risposte possibili vi è la pandemia. L’arte antiumana di questi film sembra infatti un suo strascico, una conseguenza, l’eredità di quell’isolamento planetario, ma è evidente che certe cose covassero da tempo, che aspettassero soltanto il loro momento.

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One thought on “LE MIGLIORI VISIONI DEL 2022

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