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«Che cosa mai era successo, com’era possibile che il mondo fosse cambiato a tal punto? Ma era proprio cambiato, questo era un fatto. Certo, il suo aspetto era ancora il solito, i campi, le case, il cielo, la luna erano quelli di sempre, ma era mutato qualcosa che stava dietro le cose; ciò ch’era visibile era rimasto uguale, senza dubbio, ma l’invisibile era radicalmente cambiato, nell’animo degli uomini tutto un mondo si stava trasformando, dissolvendo, inabissando… Era una vera e propria fine del mondo».

Tra i romanzi che ho letto da molto tempo a questa parte, Lo stendardo di Alexander Lernet-Holenia occupa un posto speciale. Ogni tanto mi dico che devo rileggerlo, ma non mi decido mai. Non perché abbia paura di non ritrovare le sensazioni di allora. Lo lessi su un valico importante della mia vita, un momento in cui non potevo mettere la mano sul fuoco quanto a quel che ne sarebbe stato di me, per cui è improbabile ritrovare sensazioni tanto intense, così come è probabile che ne rimasi tanto coinvolto perché mi sentivo in sintonia con l’umore, uno sfuggire continuo delle cose, che percorre il libro fin dall’incipit, in cui la voce narrante non fa caso al nome del personaggio chiave, Menis, «ultimo alfiere di un’epoca ingloriosa».

Ancora più affascinante è come, per un buon tratto, il romanzo sembri sul punto di mollare ogni ritegno e abbandonarsi alla svenevolezza più dozzinale, col ricorso ai più vieti cliché del romanzo d’amore e avventura, restando però sul filo, senza mai sbracare fino in fondo, per poi diventare altro, ammantarsi di un’irrealtà imprevista, di un onirismo sospeso, che sono propri di romanzi successivi quali Il deserto dei Tartari del nostro Buzzati o La riva delle Sirti di Julien Gracq, anche se in entrambi questi libri lo scarto è più annunciato, scoperto, assumendo i tratti dell’apologo metafisico che sono invece estranei allo Stendardo.

«I racconti più perfetti sono quelli che, pur potendo pretendere al massimo della verosimiglianza, raggiungono il grado supremo dell’irrealtà» diceva Lernet-Holenia, che nasceva proprio oggi anche se sul finire dell’800, e in effetti Lo stendardo avrebbe potuto pretendere, sia per l’ambientazione sia per la storia narrata. Invece prima dà l’impressione di deragliare nel ridicolo e nel kitsch e poi, quando il disastro sembra ormai inevitabile, diventa altro prendendo una piega insperata quanto non ben individuabile. Questo almeno nel ricordo, ma come dicevo era un momento particolare. Bisogna proprio che mi decida a rileggerlo.

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