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Un tempo la trama dei romanzi ruotava attorno a un semplice nocciolo: due giovani si incontrano, si piacciono e, innamorandosi, danno inizio ai rituali di corteggiamento che preludono al matrimonio. Capitava spesso che tra i sospirosi amanti e il sogno dell’altare si frapponesse un ostacolo: il divario sociale, un terzo pretendente, la contrarietà di qualcuno per il quale l’unione non s’aveva da fare. Gli studiosi hanno dato un nome a questo canovaccio romanzesco che andava per la maggiore nell’Ottocento. Un nome che non necessita spiegazioni: the marriage plot, la trama del matrimonio. Ora La trama del matrimonio è però anche il titolo di un romanzo dei nostri tempi, l’ultima incantevole e attesissima fatica di uno fra i più amati scrittori americani, Jeffrey Eugenides. La sua prova d’esordio, Le vergine suicide, risale al 1993. Una malinconica favola in cui cinque sorelle di un sobborgo di Detroit si toglievano la vita una dopo l’altra senza un chiaro motivo. Mandò in estasi le adolescenti di allora, tra cui anche Sophie Coppola che ne ricavò un film, il suo primo lungometraggio. Ci volle un decennio intero prima che Eugenides regalasse ai suoi lettori una nuova meraviglia. L’attesa, lunga ma non vana, terminò con Middlesex, fantastica epopea di un ermafrodito, un americano di origine greca che nasce bambina per poi scoprire d’essere uomo o qualcosa in bilico tra i due sessi. Vinse il premio Pulitzer e vendette tre milioni di copie. Era il 2003, dopodiché più nulla per altri otto anni, vale a dire fino a oggi, fino a questo romanzo, il terzo dell’autore. Al centro vi troviamo tre giovani, tre studenti universitari presi nel più classico dei triangoli. Madeleine è una bella ragazza di buona famiglia. È ossessionata dalla semiotica e per questo porta sempre con sé un libro dove i sentimenti sono catalogati come in un inventario, Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes. Madeleine è innamorata di Leonard, carismatico e brillante compagno di studi, ma purtroppo anche mentalmente instabile. Forse sarebbe più saggio lasciarsi corteggiare da Mitchell, ragazzo sensibile, assennato e soprattutto perdutamente invaghito di lei. Ma si sa, al cuore non si comanda.

Com’è nato questo nuovo romanzo? Dall’idea una donna che nutre scetticismo per l’amore romantico ma che nonostante ciò finisce per innamorarsi. Ho cominciato a chiedermi quale tipo di uomo potesse attrarre una ragazza del genere. Quindi l’ho immaginata perdere la testa per un giovane straordinariamente dotato ma con problemi psichici, una persona che in certi momenti è la più affascinante e simpatica che si possa incontrare, e in altri diventa invece incredibilmente depressa e insopportabile.

C’è qualche precisa ragione per cui ha scelto di ambientare questa storia all’inizio degli anni ’80?
Sono gli anni in cui anch’io frequentavo l’università e li ricordo come il periodo molto difficile. È un momento decisivo per chiunque. D’un tratto ti trovi catapultato in un mondo nuovo, senza più la protezione dei genitori. Devi capire cosa fare del tuo futuro, come ti guadagnerai da vivere. La relazioni con gli altri si complicano e l’amore può rivelarsi una fonte di angoscia.

Quant’è cambiato l’amore rispetto ai romanzi di Jane Austen, tanto cari a Madeleine? Frequentando l’università Madeleine apprende che l’amore romantico è un’invenzione sociale. Questa scoperta non le impedisce però di innamorarsi follemente di Leonard. Ha bisogno di credere che esista l’anima gemella, l’amore della sua vita. E lo stesso vale per tutti noi. Nonostante siano cambiate molte cose dall’Ottocento, continuiamo a sognare l’amore romantico.

E che mi dice del matrimonio? Quando ero studente pensavo di sposare ogni donna con cui avessi una storia. Meditavo persino di sposare donne con le quali non avevo nessun rapporto. E non penso di essere il solo. L’idea del matrimonio permea ancora le nostre aspettative. È ancora il sogno di molti perché abbiamo interiorizzato l’idea matrimonio descritta nei romanzi dell’Ottocento. Certo, non esistono più gli stessi ostacoli di natura sociale o religiosa, ma li abbiamo sostituiti con impedimenti nuovi, con barriere emotive e psicologiche.

Madeleine è un personaggio meraviglioso. Non è la prima volta che dimostra di possedere uno speciale talento nel descrivere la natura femminile. Le donne costituiscono metà del mondo. Come potrei scrivere dell’umanità escludendo metà dei suoi membri? Affronto la costruzione dei personaggi femminili con lo stesso criterio che uso per quelli maschili. Mi limito a “interpretare” il ruolo femminile. È un po’ come fare l’attore ai tempi di Shakespeare, quando a recitare tutti i ruoli erano sempre e comunque gli uomini.

Alcuni hanno riscontrato delle somiglianze tra il personaggio di Leonard e lo scrittore David Foster Wallace. Leonard è un biologo, non scrive e odia il tennis. I suoi genitori sono divorziati e alcolisti. Non vedo tutte queste somiglianze. Nel creare il suo personaggio ho ripensato alle persone con problemi di depressione che mi è capitato di incontrare nel corso degli anni, ma David Foster Wallace non è tra queste. Insieme a lui ho trascorso una settimana in Italia, a Capri, tutto qua. Di fatto non lo conoscevo. Non sapevo nemmeno che prendesse psicofarmaci, e la notizia del suo suicidio mi ha colto di sorpresa. Hanno detto che mi sono ispirato a lui perché Leonard porta la bandana, come Wallace. Eppure, fino a poco tempo fa, un sacco di gente portava la bandana in America. La verità è che mi sono ispirato ad Axl Rose, il cantante dei Guns N’ Roses.

Il personaggio di Mitchell ha invece alcuni tratti in comune con lei. Viene da Detroit ed è di origine greca. Sembra inoltre incline a vedere le cose in termini di predestinazione. Mi domandavo se nella sua decisione di diventare scrittore abbia pesato, come per Mitchell, l’idea del fato. Incontrai una persona una volta. Mi disse che sarei diventato romanziere. Ero ancora uno studente e avevo appena vinto un premio di scrittura. La persona, che non mi riuscì di riconoscere, apparve all’improvviso proprio per dirmi questo. Distolsi lo sguardo per un attimo e quando tornai a voltarmi nella sua direzione, la persona era svanita. Può sembrare una storia folle, e in effetti è folle. Eppure in quel momento provai la netta sensazione di avere incontrato il mio angelo custode. Probabilmente, nell’intimo volevo diventare uno scrittore, il che mi portò ad alimentare questa sensazione. Del resto, la disposizione psicologica ed emotiva verso simili fantasie è in fondo una sorta di predestinazione. Ci vollero tuttavia altri sedici anni affinché il mio primo romanzo fosse pubblicato. Alla resa dei fatti, dunque, più che di una questione di destino, si è trattato di ostinazione.

Dovremo aspettare un altro decennio per il suo prossimo libro?
Scrivo tutti i giorni, senza concedermi pause, ma il completamento di un romanzo richiede tempi che non possono essere forzati. Superfluo aggiungere che ho molta simpatiche per le tartarughe.

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