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Richard Price ha cinquantotto anni e un paio d’occhi tristi e gonfi alla Lou Reed. E come Lou Reed è un newyorchese di New York che ama raccontare la sua città. La vita facile è invece una crime-story dal respiro epico che sconfina nel romanzo sociale. L’azione è tutta concentrata nel Lower East Side, una manciata di isolati con strade strette come gole, costellate di giardini pensili e scale antincendio, e cinte da casamenti popolati. Per un secolo è stato il quartiere in cui si accalcavano famiglie d’immigrati. Qui italiani, ebrei e cinesi iniziavano la loro avventura nel paese delle grandi opportunità. Era probabilmente la zona più caotica, povera e claustrofobica di Manhattan, ma anche la più viva e variegata, la più vogliosa di realizzarsi e dunque la più volta al futuro. Il che ne ha fatto un quartiere di passaggio: non appena potevano, infatti, le persone lo abbandonavano per lasciarsi definitivamente alle spalle la miseria da cui erano partiti. Viene da sé che la reltà odierna è assai diversa. Quei lerci e malandati appartamenti sono stati ristrutturati per offrire dimora a un esercito di nuovi giovani benestanti. Qualcosa dello spirito di un tempo è però rimasto. Qualcuno, benché non immigrato di fresco, seguita ancora a cercar fortuna in quelle strade. Eric Cash fa il manager in un ristorante, ma come la quasi totalità di coloro che servono ai tavoli nei locali di New York aspira a ben altro, coltiva sogni di gloria artistica e letteraria. Il guaio è che ha già varcato la linea d’ombra ovverosia è abbastanza in là con gli anni perché il suo frustrato desiderio di affermazione gli renda pressoché intollerabile il successo dei coetanei. Eric non immagina, però, che il destino ha serbo per lui guai più seri dei sogni che faticano a uscire dal cassetto: senza quasi sapere come, una sera si ritrova sospettato di un banale delitto di strada che non ha commesso. «Nel 2002 c’è stato un omicido» mi spiega Richard Price, un po’ provato per via del gran numero di film che ha dovuto visionare in qualità di giurato del Noir in Festival di Courmayeur. «Due ragazzi stavano andando in giro per locali quando gli si è parata davanti una coppia di tossicodipendenti armati di pistola. Uno dei ragazzi era del Midwest, veniva da Chicago o da un qualche altro posto dell’Illinois, per cui non conosceva le regole del quartiere. È diventato aggressivo, ha reagito ed è rimasto ucciso. Un caso emblematico del contrasto tra i nuovi arrivati e chi da sempre abita nel Lower East Side, in particolare gli ispanici che vivono nei casamenti. È da qui che è nata l’idea del romanzo».

Il vero protagonista di La Vita facile è proprio il Lower East Side. Perché questo quartiere, ci ha forse trascorso parte della sua vita? No, non ci ho mai vissuto. La mia famiglia, come tanti immigrati provenienti dall’Europa dell’est, ha cominciato lì la sua nuova vita. A un certo punto mi sono reso conto che i miei figli lo conoscevano molto meglio di me, seppure in maniera diversa. Lo vedevano come una sorta di zona deputata allo svago serale. Non avevano alcuna consapevolezza che in quelle strade si era appena chiuso un ciclo di cinque generazioni. La cosa mi è parsa molto ironica.

Che sensazioni le scuscita il Lower East Side di oggi? Ci sono stati cambiamenti profondi e aspetti che sono rimasti uguali. Una cosa che non è cambiata affatto è che molti degli immigrati cinesi sono clandestini e vivono ammassati in poco spazio come gli ebrei di un secolo fa. C’è poi la realtà dei figli della nuova borghesia americana che vivono accanto ai cinesi. Il tutto nella più assoluta e reciproca indifferenza. Quel che è sparito sono i mondi che un tempo si trovavano schiacciati tra queste due entità, mi riferisco ai neri e agli ispanici. Italiani ed ebrei ortodossi si sono ormai trasferiti altrove.

Se non sbaglio la sua intenzione iniziale era quella di scrivere un romanzo storico. Cosa l’ha indotta a cambiare prospettiva? Perché il Lower East Side è forse il quartiere più documentato della letteratura. C’è una gran quantità di libri scritti da persone che vi hanno vissuto quando era ancora affollato e povero. In un primo momento ho pensato di non poter competere con tanta abbondanza, ma frequentando le sue strade ho scoperto che c’era ancora un romanzo da scrivere, quello sulla profonda evoluzione degli ultimi due decenni.

Eric Cash, il protagonista, ha trentacinque anni è dunque giunto a quello che secondo Dante è il mezzo del cammin di nostra vita… Spero proprio che Dante si sbagliasse, visto che ho superato quell’età da un pezzo.

Diciamo allora che Eric si trova à metà di un percorso. È abbastanza giovane per sperare ancora di realizzare il suo sogno di diventare scrittore o artista, ma è anche abbastanza vecchio per ritrovarsi a fare il cameriere tutta la vita. Difficile non cogliere un lato simbolico. Perché ha scelto un personaggio con simili caratteristiche? Ho pubblicato un libro quando avevo ventiquattro anni. Se non l’avessi fatto allora non so dovrei avrei trovato la forza per andare avanti altri dieci anni facendo lavori come il tassista o il camierere. Quindi Eric è quel che sarei stato io se non avessi avuto successo nella scrittura. I giovani bianchi del Lower East Side vivono nella tirannia dell’ottimismo. Sono convinti di avere tutto il futuro davanti a sé. Credono di essere immortali. Pensano che il loro destino sia vincere il Pulitzer o diventare i nuovi Bill Gates. Lo stesso è valso per Eric quando aveva vent’anni, ed è proprio qui che si nasconde il lato oscuro. Un mio psicoanalista sosteneva che ci sono due tipi di pazienti: quelli che sanno che moriranno e quelli che ancora non l’hanno capito. Preferiva il primo tipo perché in genere si tratta di persone più attente, più inclini ad ascoltare. Eric è sulla soglia, nell’età in cui comincia a comprendere che non si è immortali, ma è circondato da persone di dieci anni più giovani che credono nelle stesse cose in cui lui credeva un tempo: recitare a Broadway, pubblicare un romanzo, avere una quantità inesauribile di tempo a disposizione…

Dunque un personaggio per nulla autobiografico, a differenza dei suoi romanzi d’esordio. Si dice spesso che il primo libro si scrive per sé mentre i successivi per gli altri. Sono d’accordo. Quando sei al primo libro sei ancora uno scrittore, dopodiché diventi un autore e non è più la stessa cosa. Da un lato hai realizzato il tuo sogno, dall’altro hai perduto per sempre l’entusiamo degli inizi. È una strana sensazione, ti senti inseguito da te stesso. Non fai che guardarti alle spalle per controllare se i nuovi libri sono altezza dei precedenti.

Michiko Kakutani le ha fatto un complimento non da poco sul New York Times dicendo che nessuno è più bravo di lei a scrivere dialoghi. Quanto è difficile trasferire sulla carta il modo di parlare della gente? È un passaggio che non mi ha mai creato particolari difficoltà, certo è che se scrivessi come la gente parla davvero mi ritroverei con un’illeggibile pièce alla Beckett. Le persone non finiscono mai le frasi, ripetono le stesse parole diciassette volte. Il dialogo realistico è frutto di un illusionismo, il trucco consiste nel prendere tutto quel caos verbale e comprimerlo in qualcosa che vada in una direzione, restituendo l’idea di una cosa che in realtà è falsa.

La vita facile mi ha ricordato per certi versi Mare di papaveri di Amitav Ghosh. Due romanzi ambientati in epoche e contesti tra loro lontanissimi che però hanno in comune il fatto di concentrare in uno scenario di ridotte dimensioni una incredibile varietà di razze e soprattutto di linguaggi e modi di parlare inglese. Lì è una nave ai tempi del colonionalismo, qui un piccolo quartiere di New York negli anni Duemila. C’è qualcosa di specifico nell’inglese, a suo avviso, che lo rende più duttile di altre lingue? Forse, ma non saprei indicare cosa sia con esattezza. So però che negli strati più poveri della popolazione il linguaggio viene costantemente reinventato. Più difficili sono le condizioni di vita, più velocemente la lingua si trasforma. La media e alta borghesia non sono toccate dal fenomeno perché non hanno necessità immediate. Per ragioni analoghe, la lingua è soggetta a mutare perlopiù tra la popolazione non bianca, in particolare tra gli ispanici e i neri. Non appena i bianchi adottano le espressioni slang delle altre etnie, gli slang mutano tornando a diventare incomprensibili ai bianchi, quasi che il perdurare di una doppia lingua sia una garanzia di sopravvivenza per le classi più emarginate.

Dal suo romanzo mi sembra di capire che i poliziotti sono i soli ad avere una visione d’insieme di questo calderone linguistico o sbaglio? È proprio quel che stavo per aggiungere. I poliziotti capiscono i ragazzi di strada, ma fino a un certo punto. Quando usano determinate espressioni lo fanno in maniera un po’ innaturale, quasi mettessero quelle parole tra virgolette, il che rende il loro modo di espremirsi altrettanto unico. La loro lingua è uno strano miscuglio di gergo paramilitare, volgarità da strada e cameratismo. Sanno essere estremamente sarcastici e ironici. A volte persino dispettosi.

«La vita facile» è stato accostato alla commedia umana di Balzac e al Tom Wolfe di Il Falo delle vanità. Non le chiedo se simili paragoni la mettono a disagio, bensì se c’è qualche autore o testo in particolare al quale sente di dover qualcosa. Le faccio due nomi. Il primo è Hubert Selby, quello di Ultima fermata a Brooklyn, e il secondo Lenny Bruce. Entrambi avevano un occhio speciale per cogliere la realtà sociale. Selby era molto realistico ma per lui la lingua era importante quanto il mondo che raccontava. Scriveva alla maniera in cui un musicista compone e non aveva nulla in comune con quell’idea di realismo per cui la materia ha precedenza sullo stile. Quanto ai testi comici di Lenny Bruce, ho sempre ammirato la sua velocità nello stabilire libere associazioni.

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