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A volte tra ciò che noi crediamo e ciò che pensano gli altri si aprono abissi. Nel 1945, mentre una nuova primavera si approssimava e una guerra mondiale volgeva finalmente al termine, Jack Kerouac scriveva alla sorella Caroline annunciandole di aver appena portato a compimento un libro insieme all’amico William Burroughs. «È ora nelle mani dell’editore Simon & Schuster, e lo stanno leggendo» spiegava nella lettera. «Non so cosa succederà. Nel suo genere — il ritratto del segmento “perduto” della nostra generazione, cinico e di una realtà strabiliante — è un buon libro». Successe che l’editore non restò granché impressionato da questa “realtà strabiliante” e restituì il manoscritto al mittente. A onor del vero, qualche dubbio Kerouac se l’era posto. Presagiva che i tempi non fossero ancora maturi, ma era comunque certo che dopo la guerra ci sarebbe stata una vera e propria valanga di libri sulla generazione perduta. E non si sbagliava, quella generazione era destinata a diventare la nuova protagonista della scena letteraria. Fu chiamata “beat” anziché “perduta”, ma poco importa. Nel 1945 Sulla strada era però ancora di là da venire. Jack Kerouac era soltanto un solitario giovanotto ventiduenne intriso di misticismo cattolico. Veniva da Lowell, nel Massachusetts, e in quel di New York era entrato in contatto con un buon numero di sbandati ed eccentrici, tra cui per l’appunto William Burroughs, il quale, malgrado si fosse già distinto per una spiccata e metodica inclinazione alle condotte estreme, non coltivava ancora ambizioni artistiche. Per farla breve, quando scrissero E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche, entrambi erano ancora illustri sconosciuti. A ispirarli fu un fatto, o per meglio dire un fattaccio di cronaca, che li aveva visti direttamente coinvolti. L’estate precedente, in un’afosa notte d’agosto, in un parco dell’Upper West Side, si era consumato un delitto che occupò le prime pagine dei giornali per una settimana intera. Lucien Carr, studente alla Columbia University, uccise l’amico nonché pigmalione David Kammerer. Nulla di premeditato. I due erano ubriachi, impegnati in un alterco scaturito da avances non gradite. A un tratto la discussione degenerò in zuffa, Lucien estrasse un coltellino da scout e colpì al petto David, il quale si accasciò in terra privo di sensi. Convito di averlo ucciso, Lucien riempì di sassi le tasche dei pantaloni di David e fece rotolare il corpo nel fiume Hudson nella speranza che affondasse. Dopodiché, preso dal panico, corse da Burroughs, che gli era stato presentato da Allen Ginsberg, suo compagno d’università. Una volta udito l’accaduto, Burroughs non ebbe dubbi. C’era una sola strada da prendere: trovare un buon avvocato e appellarsi alla difesa dell’onore. Il consiglio non piacque per niente a Lucien, che si affrettò pertanto a bussare alla porta di Kerouac, la cui reazione fu decisamente più amletica, un po’ perché questa era la sua natura e un po’ perché non aveva ancora capito come gestire le proprie inclinazioni bisessuali. Jack accompagnò l’amico in un disperato giro per la città. Vagarono da un bar all’altro. Bevvero e parlarono a lungo, cercando di inquadrare il tragico evento nel grande e misterioso disegno dell’universo. Riuscirono persino a trovare il tempo di visitare una galleria d’arte e vedere film d’autore. Al sopraggiungere del tramonto, dovettero tuttavia arrendersi all’evidenza: il fattaccio non poteva essere cancellato, la qual cosa implicava che una fase della loro vita si era chiusa per sempre.

Il giorno seguente un avvocato accompagnò Lucien nell’ufficio del procuratore distrettuale. Burroughs e Kerouac si beccarono una denuncia per favoreggiamento. Kerouac restò dentro per un po’ in qualità di testimone chiave perché suo padre non volle saperne di sborsare i 100 dollari per la cauzione. Qualche mese dopo, in ottobre, i due amici si trasferirono in un appartamento in Riverside Drive e lo divisero con le rispettive compagne, Edie Parker e Joan Vollmer, destinata anche a lei a morire per un tragico incidente: un colpo di pistola sparato per sbaglio da Burroughs nel 1951. E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche nacque in questo appartamento, rievocando l’omicidio di Kammerer. È scritto a capitoli alternati nei quali gli aspiranti scrittori raccontano gli eventi in prima persona, assumendo identità di comodo ma comunque riconoscibili. Da buon vagabondo Kerouac si immaginò nei panni di un marinaio finlandese dai capelli rossi, mentre Burroughs scelse per sé lo sguardo distaccato di un barista tossicomane costantemente preceduto dalla propria ombra. Lo stile è quello stringato e diretto tipico dei romanzi pulp, e difatti, dopo aver collezionato un ragguardevole numero di rifiuti, Kerouac cercò un aggancio con la Ace Books, editore specializzato nella pubblicazione di libri da quattro soldi le cui copertine mostravano immancabilmente gaglioffi con la sigaretta in bocca e signorine in vestaglia che portano la mano al volto nel tentativo di soffocare un grido di spavento. Non andò bene neanche stavolta. Il manoscritto fu chiuso in una scatola e lì rimase per molto tempo. Va detto che a impedirne la pubblicazione fu anche la contrarietà di Lucien Carr. Uscito di galera, si rifece una vita. Si sposò e divenne un giornalista stimato. È dunque facile immaginare che la prospettiva di vedere rispolverata quella brutta vicenda non lo allettasse affatto. Lo scheletro riuscì però dall’armadio nel 1976 in forma di articolo sulla rivista «New York». Si trattava, per la precisione, del primo capitolo di una biografia di Kerouac rimasta inedita dove il manoscritto degli ippopotami veniva citato alla lettera come fosse una fonte storica. Il titolo del pezzo era fin troppo eloquente: L’omicidio alla Columbia che diede alla luce la Beat Generation. Lucien andò su tutte le furie, ma trovò un alleato in William Burroughs che sporse querela per violazione dei diritti d’autore e della privacy nonché per diffamazione. Nessuno osò più pubblicare una parola di quel libro. Soltanto di recente, con Lucien passato a miglior vita, questo romanzo di una “realtà strabiliante” ha potuto vedere le stampe. Leggerlo adesso, a distanza di decenni, sapendo che i suoi due visionari e ancora sgangherati autori sarebbero diventati leggenda, è come salire su una macchina del tempo. Un viaggio in un mondo scomparso, in una Manhattan allucinata che non c’è più, regno esclusivo di vagabondi, puttane, invertiti e assassini per caso. Un luogo del mito dove la radio diffonde strane notizie come quella di alcuni ippopotami lessati nelle loro vasche.

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