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Jerome D. Salinger si è spento lo scorso 27 gennaio all’età di novantuno anni. Nel precipitarsi a darne notizia, i giornali di tutto il mondo, per la fretta, diffusero false informazioni. Dissero, per esempio, che Salinger è nato un certo giorno a New York ed è in un certo altro giorno in una località del New Hampshire. Inesatto. Ma bisogna capirli: è quello che c’è scritto su Wikipedia. Avessero avuto agio di riflettere, sarebbero giunti alla conclusione evidente che Salinger è preliminarmente scomparso il 19 giugno 1965 sul «New Yorker», in attesa della definitiva sparizione compiutasi il 28 gennaio 2010 a Cornish, la località del New Hampshire di cui sopra. Certo, i giornali non hanno mancato di notare che lo scrittore aveva smesso di pubblicare e conduceva da mezzo secolo un’esistenza da recluso, minacciando col fucile chiunque si avvicinasse alla propria casa con l’intenzione di fotografarlo o peggio ancora di intervistarlo. Nel farlo, hanno però citato l’altro grande della letteratura statunitense del secolo scorso, dimostrando di avere compreso pochissimo o nulla del suo eremitaggio. Ma pure in questo bisogna capirli: l’accostamento di Salinger a Pynchon è un vecchio ritornello, un’altra delle false informazioni che è possibile leggere su Wikipedia. Ai tempi, qualcuno azzardò perfino che i due fossero la stessa persona, rimediando una laconica smentita di dubbia autenticità da parte di uno dei diretti interessati.

Dietro il velo della segregazione volontaria si nascondono due figure agli antipodi, antitetiche quasi. L’uomo Pynchon ha sempre disertato la scena pubblica ma non ha mai smesso di scrivere. Per Salinger, l’allontanamento dai riflettori è stato invece l’atto terminale o comunque una tappa centrale di un percorso, dopodiché ha smesso di scrivere. Naturalmente sarebbe più corretto dire «pubblicare», ma non cavilliamo: nei fatti e probabilmente anche nelle intenzioni ha smesso di scrivere. L’invisibilità di cui Pynchon si ammanta non costituisce il prodromo di un mutismo letterario. Al contrario, ne amplifica la voce, contribuisce a prestare attenzione unicamente a ciò egli ha da dire. E che Pynchon non voglia tacere lo dimostra il fatto di essersi mostrato in pubblico in forma di voce: prima nelle vesti di cartone animato in una puntata dei Simpsons, poi in quelle di narratore nel trailer che ha accompagnato il lancio del recente Inherent vice . L’invisibilità salingeriana è invece tutta volta al mutismo. Al centro della scomparsa dello scrittore non c’è tanto l’annichilamento fisico dell’uomo quanto la negazione stessa del principio primo della scrittura, la parola. Salinger appartiene alla ristretta famiglia di autori più o meno misticheggianti, più o meno pervasi da una malinconica quanto tragica comicità da circo, che vede nel mutismo, nella cessazione di qualunque forma di linguaggio, la sola strada possibile per rappresentare l’inautenticità dell’esperienza e della coscienza. In questo, è assai vicino a un filone centrale della letteratura europea, che vede in Beckett e Kafka i suoi capisaldi. Più che a Pynchon, la sparizione di Salinger è assimilabile alle disposizioni – per nostra fortuna tradite – che Kafka lasciò all’amico Max Brod: bruciare tutto quel che aveva scritto. Pynchon è inoltre costituzionalmente un rivoluzionario, un anarchico, un portavoce della controcultura, un irriducibile hippy e – diciamolo – anche uno sporcaccione, un gaudente che non disegna né il sesso né le sostanze psicotrope. Ma tutto ciò non fa di lui un antiamericano. È anzi più realista del re, americano fino al midollo cioè, appartiene a quel tipo di ribelli che prendono alla lettera le verità per sé stesse evidenti annunciate nella Dichiarazione d’indipendenza, in seguito date in pasto alla nazione con l’accezione intramontabile di Sogno Americano. Salinger non soltanto non crede in quel sogno, lo avversa alla radice. È antiamericano non tanto perché vede nel competitivo e materialistico egocentrismo della società moderna americana un tradimento di valori fondanti, ma semplicemente perché considera falsi sia i valori fondanti che la loro moderna degenerazione. I personaggi di Salinger se ne fregano di ciò che è giusto, dell’uguaglianza dei diritti, della libertà individuale, di quel certo tipo di ricerca della felicità. Se ne fregano perché sono ossessionati o per meglio dire oppressi da quel che di falso c’è in quei presunti valori; non per nulla la parola di cui adorano riempirsi la bocca è phoney , fasullo. Vedere nella loro idiosincrasia per la falsità un vocazione ribelle, per non dire politica, sarebbe un abbaglio. Salinger di persona si è scomodato più volte per rivendicare la visione politicamente agnostica delle sue creature. Coloro i quali si ostinano a pensare a lui come un contestatore dovrebbero domandarsi come simili interpretazioni della sua opera si concilino con il fatto di essere stato registrato ai seggi in qualità di repubblicano. A suo favore alcuni ricordano la lettera che inviò al «New York Post» per dichiararsi contrario all’ergastolo. Colpisce, però, che l’unico intervento pubblico su problemi sociali riguardi la reclusione. Guarda caso, proprio lui si oppone all’ergastolo, uno che si è recluso a vita.

E giungiamo così all’altra immensa falsità profusa a piene mani in questi giorni dai media: la falsità in base alla quale con The catcher in the rye Salinger avrebbe fissato il prototipo del ragazzo ribelle. Premesso che a un simile intento e con esiti alquanto soddisfacenti ci si era dedicato un certo Mark Twain un secolo prima, dipingere il giovane Holden alla stregua di un anticonformista è quantomeno un ritratto improprio. Nei fatti, quel breve romanzo che a tutt’oggi ha venduto nei soli Stati Uniti sessanta milioni di copie e ha aperto la mente all’assassino di John Lennon, è un libro borghese che ha dato voce al disagio dei privilegiati, di quei teenager che negli anni Cinquanta passavano dal dileggiare i professori dei loro college al trangugiare frappé giganti nei drive in. Una ribellione dal cuore tenero che rappresentava l’alternativa liceale al giubbotto di pelle del teppista Marlon Brando. Come scrisse a suo tempo Leslie Fiedler, i giovani scontenti di Salinger non sono omosessuali, drogati o delinquenti, sono ragazzi perbene che «percorrono una strada delimitata da un lato dalla scuola, dall’altro dalle loro case». Nelle pagine finali, il giovane Holden dà la misura della sua presunta ribellione nonché di ciò verso cui il suo creatore tendeva già in quel romanzo d’esordio. «Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d’essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso. Dopo un po’ ne avrebbero avuto piene le tasche, e per il resto della vita non avrei più sentito chiacchiere. Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d’un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace. Mi avrebbero fatto mettere olio e benzina nelle loro stupide macchine, e in cambio mi avrebbero dato un salario eccetera eccetera, e con quei soldi io mi sarei costruito una capanna da qualche parte e ci avrei passato il resto della mia vita. Me la sarei costruita vicino ai boschi, ma non proprio nei boschi, perché volevo starmene in pieno sole tutto il tempo. Mi sarei fatto da mangiare io stesso, e in seguito, se volevo sposarmi o qualcosa del genere, avrei incontrato quella bella ragazza, sordomuta anche lei, e ci saremmo sposati. Sarebbe venuta a vivere con me nella mia capanna, e se voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un maledetto pezzo di carta, come tutti gli altri».

Non sembra forse il film della vita di Jerome D. Salinger a partire del 1953, quando abbandonò il suo appartamento sulla 57ma strada a Manhattan, e con esso l’intera scena letteraria, per ritirarsi in una casa tra le colline di Cornish, in novanta, invalicabili acri di terreno circondati dai boschi? Tanto il desiderio di essere «lasciato in pace» quanto la regressione al silenzio covavano in Salinger fin dagli inizi. Il giovane Holden è compreso in una rivolta tutta interiore. È un sommovimento dell’anima, il suo, scatenato da ombre private quali la prematura morte per leucemia del fratellino, che incombe come un fantasma lungo tutto il libro. Questo sommovimento lo rende, oltre che mentalmente instabile, inadatto ad interagire con il prossimo, incapace di integrarsi in una società che detesta. Non gli resta che l’isolamento, preludio all’eremitaggio mistico, alla religione del silenzio. Nel giovane Holden si avverte già la chiamata dal profondo che salterà poi evidente nelle successive creature di Salinger; segnatamente i membri della famiglia Glass. Un nucleo compatto di personaggi la cui coltre di tenerezza nasconde il lato duro, algido e finanche crudele, che muove spesso autoesiliati e santoni. Un po’ monaci autarchici, un po’ squilibrati e depressi, questi personaggi si inseriscono in un filone particolare della letteratura americana, che va dallo scrivano di Melville ai contabili dell’ultimo, incompiuto romanzo di David Foster Wallace (The Pale King ); un filone nel quale la parola evapora nell’esoterico, in quella verità assoluta che non ha altre modalità espressive se non il silenzio, il diniego sordo e irremovibile. Il «preferirei di no» di Bartleby è stretto parente del «lasciatemi in pace» di Holden Caufield. Il destino di Seymour è lo stesso che Wallace ha decretato per sé, così come la partecipazione dei piccoli geni Glass al quiz radiofonico anticipa le apparizioni televisive di alcuni personaggi dell’autore di Infinite Jest nonché la maledizione del talento. Sarebbe stato più corretto dire che Jerome D. Salinger non è morto il 28 gennaio 2010 bensì che è preliminarmente scomparso il 19 giugno 1965, perché quel giorno pubblicò per l’ultima volta un suo racconto scritto, Hapworth 16, 1924. Dopo quel giorno si dedicò, indefesso, alla sua opera più importante: il silenzio. E non la si deve intendere in senso lato o come un’iperbole a effetto. Salinger considerava la sua esistenza alla stregua di un’opera d’arte. Le religioni orientali, i Veda, il buddismo zen, ma anche certo misticismo cattolico gli hanno porto la chiave per il retto vivere e il retto esprimersi che egli risolutamente cercava. Ma non è tutta luce ciò che luccica, giacché, lo si è detto, c’era una parte di crudeltà.

Molti pensano che Salinger vada identificato in Buddy Glass, e lo pensano perché è stato egli stesso a dichiararlo. Ma l’esperienza insegna che gli scrittori tendono a confondere le acque su certi argomenti ed è perciò altrove che si deve cercare il suo vero volto, vale a dire nel fratello suicida di Buddy, Seymour Glass, e nel «complesso di perfezione» che uno psicoanalista gli diagnostica. Buona parte del segreto di Salinger è tutta lì: nell’incapacità di tollerare il più piccolo neo. Cosa lo abbia reso così è un problema personale che riguarda soltanto Salinger e chi gli è vissuto vicino, vedi sua figlia Margaret, che qualche anno fa licenziò alle stampe un controverso libro di memorie. A noi, invece, non resta che seguitare a godere di quelle poche pagine che ci sono state concesse, tenendo però a mente che a dodici anni Seymour ferì seriamente una ragazza lanciandole un sasso solo «perché era talmente bella».

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5 thoughts on “JEROME D. SALINGER

  1. E’ stato un privilegio leggere questo saggio “sanante” (gioco apposta con l’allitterazione aggiungendo la sfumatura sibilante per replicare la tua idea della tenerezza salingeriana che è anche crudeltà-uno dei pochi punti che non sono sicuro di condividere), per via delle sue qualità di scrittura (espressione questa che so che attira i sospetti di molti). Io non dirò che sono d’accordo fondamentalmente su tutto (non a causa di quel cenno fatto poco fa sul doppio strato salingeriano ma) perchè credo che questo tuo scritto si dia soprattutto un compito smascherante, e lo adempie perfettamente. Pynchon e Salinger sono davvero agli antipodi (hai volutamente omesso le differenze stilistiche?). E ho sempre pensato ma non ero sicuro di poterlo “dire” (cioè era più una sensazione, tu hai invece allegato un aprova concreta) che ci fosse una “fratellanza” tra Salinger e Wallace. Ma sulla questione del complesso della perfezione ti faccio un mome che secondo me in questo gioco (fatale) di alleanze e duetti è decisivo. Harold Brodkey. Secondo me è a lui che Salinger più che a qualsiasi altro va portato vicino. Ed è in lui che vedo quella crudeltà (o esercizio di crudeltà) che in Salinger non vedo; forse anche perchè alla eccezionalità inesorabile dei personaggi di Brodkey mancava il lenimento o umiltà del “fattore fratelli”:era tutto a suo carico – sì, Salinger è Seymour ma è anche il Seymour che si trasmette agli altri fratelli e diventa forse orientalisticamente gli altri fratelli, in una confortante indistinguibilità. Infine, l’antiamericanismo di Salinger mi sembra più sfumato di quello che scorgi tu (le case americane a schiera “carine” sono un esempio della sua insofferenza verso i luoghi comuni di questo tipo -che come sai è antipaticamente la mia!- ma è anche una indulgenza in quel senso).

  2. Hai ragione, Francesco, Brodkey era un nome da fare. Per quanto, intendevo “perfezione” più in termini d’ossessione, di tarlo per l’appunto. Quanto alle differenze con Pynchon, ho sorvolato per timore di essere “troppo lungo”.

  3. Bellissimo post. Ho letto diversi articoli su Salinger, e anche la recente biografia di Paul Alexander, ma non mi sembra di essermi mai imbattuto nella vicenda della lettera sull’ergastolo; mi è parso un dettaglio perfetto per fare luce sulla sua personalità, ed è molto efficace anche il finale, con il rimando al sasso scagliato da Seymour.

  4. Sì, Tommaso, giustissimo anche restare sul piano degli accenni (riguardo alle differenze profonde anche dal punto di vista della visione della scrittura oltre che della visione del mondo, tra Pynchon e Salinger). Brodkey però per me sarebbe un nome da fare-come gentilmente hai riconosciuto tu- anche nell’ottica del tarlo, della ossessione. Il suo cruccio -che secondo me raggiunge momenti di vera incandescente filosofia morale- era “cosa farne” della perfezione; o cosa significa di tutta questa eccellenza se come le bracciate e l’orizzonte -o gli scalini kafkiani- la perfezione resta sempre alla stessa distanza – a causa dello spreco (“spreco, orribile spreco” è nel finale del suo meraviglioso Stato di grazia).

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