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Cominciamo dal titolo scelto per questa nuova edizione: La sfida. Non di sfida si tratta, ma di un combattimento. The fight, come recita l’originale. Il combattimento. Quello che per importanza, per mito, per leggenda, sovrastata tutti gli altri. Quello che incarna l’essenza di ogni combattimento. Quello senza il quale la boxe esisterebbe comunque, ma sarebbe mutilata del capitolo più memorabile della sua storia. Quello che mostrò la sua vera anima. Un’anima che non consiste soltanto nell’essere più di uno sport brutale. Un’anima cui non basta essere un’arte, ma che punta anche al fondo di qualcosa di oscuro e ancestrale. In principio una sfida ci fu, ovvio. Ci fu perché così prevede il rito. Nel 1974 un poeta, il pugile più grande di ogni tempo, decise di riprendersi il titolo dei pesi massimi. Lo davano ormai sul viale del tramonto, ma lui reclamava ugualmente il titolo conquistato dieci anni prima, quello che aveva difeso per otto volte. In una di queste vinse mandando al tappeto l’avversario al primo minuto del primo round con un pugno fantasma. Lo chiamarono così, fantasma, perché non sembrò per nulla letale, come pugno. L’avversario non lo vide nemmeno partire, ci restò tramortito. Il poeta non aveva mai perso il suo titolo. Glielo tolsero d’ufficio. Glielo tolsero perché si rifiutò di arruolarsi. Si rifiutò perché non voleva combattere in Vietnam. Non ho niente contro i vietcong, diceva, loro non mi hanno mai chiamato “negro”. E quando gli chiedevano se sapesse dov’era il Vietnam, lui rispondeva sicuro, da poeta qual era. Sì, in tivvù, rispondeva.

Per riprendersi il suo titolo doveva sfidare un altro grande pugile, il nuovo detentore. Costui non era alla sua altezza quanto a poesia, ma aveva possanza. Gli bastava restare in silenzio, immobile, mostrarsi nella sua imponenza per intimorire gli avversari. Nessuno l’aveva mai battuto sul ring. George Foreman, era questo il suo nome. Lo sfidante invece, il poeta, ne aveva invece due, di nomi. Uno, quello con cui fu registrato alla nascita: Cassius Marcellus Clay jr. L’altro, quello che si scelse quando si convertì all’islam: Muhammad Ali. Lanciata la sfida, bisognava trovare un luogo adatto, un palcoscenico adeguato. Ci pensò Mobutu Sese Seko, neopresidente dello Zaire, il nome che allora aveva il Congo. Mobutu fece di tutto per ospitare l’incontro a Kinshasa, la capitale. Il progetto era semplice: “Un combattimento tra due neri in una nazione nera, organizzato da neri e visto in tutto il mondo”. E andò proprio così, fu visto in tutto il mondo. Ma non solo: una parte di mondo volò in Africa per vedere dal vero questo combattimento in cui la vittoria di Foreman sul poeta era data per scontata. Tale era certezza del risultato che qualcuno pregò Foreman di andarci piano, di non uccidere Ali. La parte di mondo che volò in Africa non era gente qualunque. C’erano celebrità, c’erano divi del cinema e campioni di boxe. C’era un geniale scavezzacollo del nuovo giornalismo, Hunter Thompson. C’era George Plimpton, che fu sia giornalista che attore. C’erano B.B. King e James Brown, che dovevano esibirsi in un concerto programmato prima dell’incontro. E c’era infine Norman Mailer, che da quei giorni africani ha ricavato questo libro straordinario; un cuore di tenebra della boxe, un risalire alla fonte, alla filosofia nera del pugilato. Il viaggio dell’uomo bianco alla scoperta del nero che è in lui.

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