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In un futuro forse non lontano qualcuno scriverà una storia drogata dell’umanità. Non una storia di tossicomani più o meno illustri, attenzione. E neppure una storia delle sostanze psicotrope e voluttuarie, e men che mai una storia scritta sotto l’effetto di una di queste sostanze. Bensì una storia in cui le droghe offrano una prospettiva, una lente attraverso cui guardare l’umanità e il suo cammino. Esistono storie dell’umanità nelle più svariate chiavi; economiche, sociali, politiche, sessuali e chissà cos’altro ancora. Perché mai non dovrebbe esisterne una in chiave drogata? L’uso e l’abuso di determinate sostanze, nonché il modo in cui vengono giudicate, mercificate o bandite, costituiscono un termometro attendibile del posto che gli uomini credono di occupare nel mondo. Le droghe possono segnare il confine tra ciò che lecito e ciò che è proibito, tra medicina e veleno, tra paradiso e inferno, tra divino e terreno, tra sogno e realtà. Possono inoltre forgiare l’identità, tanto di un singolo individuo quanto di una comunità. Ma se una storia drogata del mondo ancora manca all’appello, ne esiste una dedicata a una città. Opium City di Amar Farooqui, storico indiano, mostra quanto importanza abbia avuto il commercio dell’oppio nello sviluppo di Mumbai. La pubblicazione dello snello volume (di fatto una raccolta di tre saggi) risale al 2006 e anticipa dunque di qualche anno la recentissima uscita di un romanzo che, di quella Storia, sembra raccontare la malinconica consunzione. E se Farooqui parla di città dell’oppio, il poeta Jeet Thayil opta per qualcosa di più suggestivo: Narcopolis. Il senso è tuttavia lo stesso, come identico è il luogo, benché in questo caso si preferisca chiamarlo Bombay anziché Mumbai. La ragione di questa scelta viene dichiarata da subito, incorporata nell’incipit: “Bombay, la città che ha cancellato la sua storia cambiando nome e alterando chirurgicamente il proprio volto, è l’eroe o l’eroina di questo racconto”. All’origine, dunque, un problema di divisione, una mutazione dove rinnegare e inventarsi una nuova identità sono, oltre che facce di un’identica medaglia, il segno del tempo che passa. E da quale parte del tempo stia il narratore sembrerebbe evidente, giacché Bombay è un nome del passato, dell’epoca coloniale, degli anni dell’oppio.

Spiegando come prende forma il racconto, il narratore ci dice di aver setacciato la mente “in cerca d’immagini, di un volto, di un brandello di musica o dell’eco di una voce, cercando di ricordare com’era il passato, di ricostruirlo come farei con il paesaggio e la luce di una terra straniera, perché il passato è proprio questo, non è letteratura o storia morta ma il posto in cui un tempo vivevi e dove non puoi più tornare”. Viene anche impiantata un’equazione al riguardo: “memoria = dolore = essere umano”, il che è come riconoscere all’oppio il merito di essere la panacea di tutti i ricordi. Il racconto si immagina allora scritto a occhi chiusi, direttamente dal bocchino di una pipa e nel corso di una sola notte, sebbene copra un arco lungo decenni e molte e diversissime vite, accomunate dai fumi narcotizzanti della droga, dalla ricerca del nasha, che nella lingua hindi indica il nirvana del tossicomane, ovverosia lo sballo. Nascendo da uno stato di trasognata rimembranza, il racconto perde il suo narratore per strada. Irrompe nella forma più invadente possibile, quella del flusso di coscienza. Ma già nel secondo capitolo la voce, pur seguitando a parlarci in prima persona, assume un tono più convenzionale, più narrativo. È però una voce che ci dice poco di sé, incline a estinguersi. Di costui, del narratore, conosciamo poco o niente. Sappiamo che lavora in un’azienda farmaceutica per conto della quale revisiona i bollettini informativo. Intuiamo che è un persona acculturata, dai gusti raffinati, interessata all’arte e alla poesia. Ci confessa poi di essersi messo nei guai con la legge. Viveva a New York, dove fu arrestato mentre acquistava “roba” e quindi rispedito in India. Qui scopre Bombay e l’oppio, “la città dell’oppio e la droga Bombay”. Di questa capitale di estremi ed eccessi, crogiolo di ogni forma di ricchezza e povertà, di lingua e religione, al nostro narratore interessa un’enclave particolare o, meglio, una strada, Shuklaji Street, situata nel cuore del famigerato Kamathipura, a sua volta cuore del commercio di carne umana, della prostituzione. Perché è qui, in Shuklaji Street, che si trova il chandu-khana di Rashid, una fumeria vecchio stile con pagliericci, materassi e cuscini a fare da tappeto al pavimento.

Qui il nostro narratore Dimple, che gli prepara la pipa e gli insegna a fumare. Dimple lavora di giorno nella fumeria e di notte sparisce nel vicino bordello delle hijra, dei transessuali. Perché Dimple è un eunuco, un ibrido frutto di una brutale operazione chirurgica, come Bombay, e che, come Bombay, acquisterà un nome nuovo e cambierà d’abito a seconda delle circostanze, passando dalla sari al burqa, restando così sospesa non tanto tra due sessi quanto tra le due e più culture della città. Dimple, che da analfabeta diventa anche lettrice sofisticata e vorace, è ovviamente una personificazione di Bombay, un’incarnazione dei suoi vizi. L’allegoria si fa sin troppo sfacciata quando l’eunuco eredita due meravigliose pipe da mister Lee, un oppiomane cinese in esilio, fuggito dal proprio paese dopo che il Partito Comunista gli ha portato via ogni cosa; “fin troppo sfacciata” giacché è fin troppo noto quanto le storie Cina e India siano state legate dall’Impero britannico con il laccio dell’oppio. In questo senso, Narcopolis può essere considerato una sorta di sequel della trilogia (ancora in progress) dell’Ibis, saga dal sapore epico in cui Amitav Ghosh ricostruisce proprio la via dell’oppio che nella prima metà dell’Ottocento unì e segnò i destini di questi due immensi paesi orientali, costringendoli a misurarsi con la spietatezza dell’Occidente. E se in Ghosh mondi vastissimi sono concentrati nelle peripezie di una goletta poliglotta, nel caso di Thayil a fare da microcosmo al tornasole è per l’appunto la fumeria di Shuklaji Street. Diversamente da Ghosh, che fotografa il traffico dell’oppio nella sua ascesa, Narcopolis si concentra sulla sua caduta, gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, quando sulle fumerie si abbatte la scure della legalità, dell’Ufficio Dazi e Dogane. L’oppio diventa una reliquia del passato, soppiantato da un suo derivato in polvere, l’eroina, e da altri veleni chimici, in teoria non molto più nocivi, ma di fatto assai più letali perché il loro uso è più indiscriminato, privo di riti, di una cultura sedimentata. Non c’è vera trama, ma un susseguirsi di personaggi, di situazioni, molti dei quali, a cominciare dalla stessa voce narrante, appaiono soltanto per scomparire. Puttane, papponi, gangster, disperati, hippie. Un’umanità affacciata sull’orlo di un abisso ma troppo intontita dal nasha per accorgersene. Il tutto raccontato con grazia trasognata, con la prosa fluttuante di chi per anni s’è lasciato cullare dallo sciabordio di un mare di fumo, giacché è palese che, in quella Bombay, Jeet Thayil era di casa.

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