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Un gelido crepuscolo novembrino nel 1910, un treno che avanza con lentezza esasperante nel cuore della Russia, tre passeggeri i cui destini stanno per diventare parte di un’unica storia. Con un simile scenario a fare da inizio a un nuovo romanzo difficile non pensare alla famosa Sonata a Kreutzer. Quel treno terminerà infatti il suo viaggio ad Astapovo, sperduto villaggio dove l’anziano conte Lev Toltstoj giace ansimante in casa del capostazione. Da qui, dalla morte di questo grande scrittore «tormentato da contraddizioni immani, gigantesche», parte Il compagno Astapov dello statunitense Ken Kalfus. Giornalisti e opportunisti di ogni sorta giungono da tutto il mondo in un piccolo abitato dimenticato da Dio e vi si accampano per allestire un prototipo di quei circhi mediatici che nella nostra epoca sono diventati il seguito importuno quanto imprescindibile di ogni tragedia di qualche importanza. Proprio come gli attuali sciacalli di storie, dolore e morte, l’umanità internazionale del romanzo di Kalfus accorre al capezzale della letteratura nella speranza di trarne vantaggio. C’è un certo Grisbin, giovane operatore con «l’impressione di essere sballottato dalla propria epoca» e l’incarico di filmare l’evento per un cinegiornale; c’è un’anatomista che si propone di imbalsamare il corpo di Tolstoj con una tecnica rivoluzionaria e — rimanendo in tema di rivoluzioni — ci sono perfino Lenin e Stalin, i quali si aggirano nei pressi cercando di capire se la morte dello scrittore possa tornare utile alla loro causa. Non tutto risponde alla verità storica. Non tutto è finzione romanzesca. Tolstoj morì davvero ad Astapovo, così come è vero che i rappresentanti della stampa mondiale si affrettarono a raggiungere quel luogo inaspettatamente toccato dalla Storia. Non è vero invece che Lenin e Stalin ci andarono, così come è falso che l’anatomista Vladimir Petrovic Vorob’ëv abbia mai tentato di imbalsamare l’autore di Guerra e Pace, sebbene in un secondo tempo abbia in effetti dimostrato la sua abilità lavorando sul corpo di Lenin. Ci troviamo dunque in quella terra di mezzo dove personaggi realmente esistiti rispettano solo in parte il ruolo per il quale sono stati consegnati alla Storia. Non per nulla, in una nota finale, l’autore precisa: «Quali che siano i pregi del libro in quanto romanzo, non ne rivendico alcuno per quanto riguarda la verità storica». Il compagno Astapov non è però il solito colto tentativo di mischiare elegantemente le carte. Quantomeno non è solo questo, perché semmai stiamo parlando dell’ennesimo pastiche di matrice postmoderna, si tratta si tratta comunque di un’opera rara, tra il farsesco e il sublime, costruita con una scrittura molto sorvegliata e lenticolare.

Val la pena di citare per esteso uno dei passi nodali del romanzo per coglierne il motore propulsore: «L’Occidente stava creando un impero governato dall’immagine, una rete scintillante ed elettrica di immagini, significati inarticolati e associazioni travolgenti fra idee irrelate. Così bisognava fare: tenere le masse a digiuno di qualsiasi significato o esporle a una tale abbondanza di significati che la loro somma sarebbe risultata incomprensibile. Il cinema senza fili era imminente. Il cervello umano sarebbe stato continuamente massaggiato, investito e manipolato in modo che non avrebbe saputo completare un pensiero senza agganciarsi a qualche immagine creata proprio allo scopo di persuaderlo. La mente, esausta, avrebbe agognato l’assenza di ogni pensiero. Potere politico e guadagno commerciale ne sarebbero seguiti». Kalfus sceglie la Russia e un momento cardine della storia, a cavallo tra la fine di un mondo e la fase germinale di uno nuovo, per raccontare come nel ventesimo secolo l’immagine abbia conquistato una supremazia quasi assoluta sul linguaggio. Il mondo che egli rappresenta sembra lontano anni luce ai nostri occhi, non tanto per il tempo trascorso quanto per gli abissi culturali e le cortine di ferro che fin dall’inizio lo hanno diviso dall’occidente capitalista. Ciò nonostante appaiono fin troppo evidenti gli ironici legami di contiguità tra la propaganda sovietica e l’elefantiaca macchina mediatica americana dei giorni nostri. L’epopea del giovane operatore Grisbin che, pungolato da Stalin, fa del cinema uno strumento al servizio della rivoluzione fino ad assurgere al ruolo di grande mistificatore nelle mani del potere, non vuole essere la mera satira di una realtà parziale e scomparsa per sempre, ma una discesa agli inferi di respiro globale. Che poi il protagonista del romanzo porti il fardello della propria cattiva coscienza come niente fosse, senza mai porsi domande scomode, al riparo da qualunque questione morale, lo rende un antieroe ancor più assoluto, un modello di catatonica depravazione buono per tutte le culture. Perché laddove l’umanità diventa poco più di una palla al piede di un esercito di immagini capaci di fare il bello e il cattivo tempo, la vita interiore cessa di esistere e semmai sopravvive non ha comunque abbastanza fiato per essere udibile in un mondo dove la parola non ha più voce in capitolo, in un’epoca in cui il meglio che si possa sperare è l’immortalità fittizia dell’imbalsamazione o di un cinegiornale.

Pur essendo questo il primo romanzo di Kalfus, il suo particolare interesse per la cultura russa è noto da tempo. È del 1999 infatti la raccolta PU-239 and other Russian fantasies. Un volume di preziosi capricci in cui l’autore raccontava le storie più disparate. La notte di Yuri Gagarin prima di partire per lo spazio. L’angoscia di una ragazzina che viene indotta a sentirsi responsabile per la morte di Stalin. Una favola economica sull’eterna legge della domanda e dell’offerta. Una rassegna della finzione storica per opera di Breznev. E infine il dramma di un ingegnere nucleare che dopo essersi beccato un quantità ingente nonché letale di radiazioni ruba un po’ di plutonio da piazzare sul mercato nero per lasciare di che vivere alla sua famiglia. La naturalezza con cui Kalfus si muove nella Russia moderna, dagli anni febbricitanti che precedettero la rivoluzione a quelli non meno carichi di aspettative che seguirono l’era Gorbaciov, si spiega non soltanto con uno studio meticoloso. Prima di esordire come scrittore, la vita di Kalfus è stata infatti quella di un giornalista errabondo che ha soggiornato a lungo in Europa: Parigi, Dublino, Belgrado e naturalmente Mosca. Questo bagaglio di esperienze traspare anche nel libro che valse all’autore l’ammirazione di David Foster Wallace, Sete, altra raccolta di racconti audaci, irriverenti e ancor più vagabondi: centri commerciali invisibili che fanno il verso a certe città di Calvino, gioie e malinconie dei quiz su baseball, guerra e morte nella Repubblica di San Marco del 1849. L’unico rammarico è l’insipido Compagno Astapov scelto quale titolo per l’edizione italiana al posto dell’originale, Il Commissariato dei Lumi. Non fosse perché la scrittura di Kalfus è illuminata. In molti sensi.

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