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Nil sapientiae odiosius acumine nimio. Improbabile che Andy Warhol avesse famigliarità con la lingua latina, ma la frase gli calza a pennello. Il perfetto compendio del suo pensiero, del suo modo di procedere e fare arte. A questo principio, infatti, sempre si attenne: nulla risulta più odioso alla sapienza quanto l’eccessivo acume. Ci si attenne al punto che alcuni preferirono considerarlo un genio per caso se non un idiota baciato dalla fortuna. Ancor più calzante tuttavia è il racconto di Edgar Allan Poe in cui la massima serve da epigrafe. Lo scrittore la spacciò per una una citazione di Seneca sebbene nessuno ne abbia mai trovato traccia negli scritti del filosofo. Potremmo definirla “la citazione scomparsa” o meglio ancora “nascosta”. Considerato che il racconto in questione è La lettera trafugata può anche darsi che la dubbia attribuzione non sia affatto una svista. Certo è che la storia narrata ricorda le origini di un’icona della Pop Art, i barattoli di zuppa Campbell che Warhol cominciò a dipingere dal 1962; origini che risalgano a una sera di novembre dell’anno prima. L’artista era depresso. Lo aveva annientato la notizia che un suo giovane collega di nome Roy Lichtenstein e da poco entrato nelle schiere del gallerista Leo Castelli, stava riscuotendo attenzioni per certi suoi dipinti ispirati al mondo del fumetti. Il guaio è che anche Warhol stava lavorando sul medesimo soggetto. Gli sembrava una splendida trovata, dipingere Dick Tracy e Topolino. Ora doveva inventarsi qualcosa di nuovo, qualcosa che lo facesse sembrare diverso da Lichtenstein, che non lo esponesse all’accusa di aver copiato l’idea di copiare i fumetti. L’originalità è una nozione tortuosa, soprattutto quando si tratta di arte. Risponde a regole di assurda spietatezza, idiote persino; ignorarle è tuttavia impossibile. Warhol si trovò pertanto in una situazione analoga a quella del Prefetto nel racconto di Poe: dove sbattere la testa? Il Prefetto non sa più dove cercare una lettera compromettente che un sordido Ministro ha sottratto dalle private stanze di una dama. L’ha cercata dappertutto. Ha ispezionato gli anfratti più impensabili. Ha scandagliato lo studio del Ministro da capo a fondo, col microscopio persino. Si è immedesimato nel ladro, immaginando i nascondigli più astuti. Ma niente: della lettera, nessuna traccia. A Warhol è stata invece trafugata un’idea e deve trovarne un’altra. Si guarda attorno in cerca d’ispirazione. Si spreme le meningi come un limone. Ma niente: di nuove idee, nemmeno l’ombra.

Non resta che rivolgersi a un soccorritore e caso vuole che entrambi ne abbiano uno a disposizione. Il Prefetto può rivolgersi a un grande solutore di misteri, Auguste Dupin. Warhol deve accontentarsi di Muriel Latow, gallerista sull’orlo della bancarotta. Entrambi espongono il proprio problema ai rispettivi soccorritori, i quali, serafici, affermano di sapere dove cercare. I soccorritori non sono però disinteressati; nessuno fa niente per niente. Entrambi vogliono essere pagati. “Quanto?” domandano ansiosi il Prefetto e Andy Warhol. “Cinquantamila franchi” risponde Dupin. “Cinquanta dollari” risponde Muriel Latow. Senza pensarci un istante, i due disperati mettono mano al libretto degli assegni e vi scrivono la cifra richiesta. “Mia dia la lettera” pretende ora il Prefetto. “Dimmi questa idea favolosa” reclama Andy Warhol. La soluzione proposta nel racconto di Poe è nota: la lettera si trovava in bella vista su un caminetto, ma proprio perché in bella vista, proprio perché gli occhi dei poliziotti erano troppo impegnati a pensare dove guardare anziché limitarsi al puro guardare, era passata inosservata. Quanto a Warhol, pare che la gallerista gli abbia suggerito qualcosa di analogo: “Dipingi qualcosa che vedi tutti i giorni e che tutti riconoscano al volo. Che so, una lattina di zuppa Campbell”. Mai cinquanta dollari furono spesi meglio. Ammesso sia andata davvero così, ben inteso. Perché i dubbi sussistono. L’episodio potrebbe essere apocrifo. Ne esistono più versioni: quella della gallerista, quella di un testimone, quella di un critico che la udì raccontare da un amico dell’artista. Ognuna diverge per qualche dettaglio. Ognuna presenta contraddizioni che la rendono sospetta. Del resto, quando si tratta di miti (e i barattoli della Campbell sono uno dei miti dell’arte recente), la mamma di chi pretende di conoscere la verità è sempre incinta. Robert Indiana, per esempio. Con ammirevole sicumera ha affermato: “Conoscevo benissimo Andy Warhol. La ragione per cui dipinse i barattoli di zuppa è che gli piaceva la zuppa”. Peccato sia impietosamente smentito dall’amante di un caro amico dell’artista: “La ragione per cui dipinse i barattoli della Campbell è che li odiava. Quand’era bambino sua madre gli preparava ogni giorno una di quelle zuppe. Andy si sedeva a tavola e diceva: Mio Dio, mamma, ancora zuppa?” Esistono ovviamente anche le versioni del diretto interessato, ma proprio per questo, proprio perché del diretto interessato, sono inattendibili in sommo grado. Tranne una, forse. “Non volevo dipingere niente. Cercavo qualcosa che fosse l’essenza del nulla”. È lo stesso stratagemma di Poe. Con una sostanziale differenza, però. A esser sottratto alla vista non è l’oggetto, ma la vista in sé. Crediamo di vedere qualcosa, nella fattispecie un barattolo, e invece contempliamo il vuoto, un’assoluta mancanza di senso, l’invisibile. Spiace soltanto che Muriel Latow abbia incassato l’assegno. Incorniciato, non avrebbe sfigurato. Sarebbe stata una magnifica rappresentazione del valore del nulla. Oggi varrebbe ben più di cinquanta dollari e di certo non mancherebbero i collezionisti desiderosi di acquistarlo.

 

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