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[Pochi giorni fa è occorso il sessantesimo anniversario dell’uscita del primo numero di “I romanzi di Urania”. Per celebrare l’evento, un breve stralcio da un saggio dedicato alla diffusione della fantascienza in Italia. La versione integrale è pubblicata nel terzo volume dell’Atlante della letteratura italiana a cura di Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà]

[…] È alla mitica «Urania» che dobbiamo il termine «fantascienza», traduzione un po’ impropria di scientifiction, il neologismo coniato nel 1926 da Hugo Gernsback e quasi subito convertito nell’assai più popolare science-fiction. A onor del vero, i primi in assoluto a pensare di importare in Italia questo nuovo genere di narrativa popolare furono i tipi di una piccola casa editrice romana, la Krator, con la rivista «Scienza Fantastica». La Mondadori seguì a distanza di pochi mesi, il 10 ottobre 1952, quando vide luce il primo numero de «I Romanzi di Urania», la cui direzione fu affidata a Giorgio Monicelli, conoscitore e traduttore di letteratura d’oltreoceano nonché fratello del regista Mario. Il termine «fanta-scienza», dapprima scritto con il trattino, è per l’appunto un’invenzione di Monicelli e divenne d’uso comune benché non restituisse fedelmente il senso originario.

È fuor di dubbio che la definizione «scienza fantastica» sarebbe stata più corretta per indicare quel che di fatto era una narrativa a sfondo scientifico, ma è altrettanto innegabile che la parola fantascienza aveva un suono più «semplice, non astruso, e insieme sufficientemente suggestivo». Mediante il prefisso «fanta» la scienza non era più il cuore indiscusso del problema. Così tradotto il termine science-fiction assumeva contorni più ambigui e sfumati, in quanto non chiariva in modo inequivocabile se l’oggetto in questione fosse una scienza della fantasia o una scienza fantastica. All’epoca una simile distinzione non era affatto scontata e oziosa come può apparire oggi. L’Italia dei primi anni cinquanta, sebbene attratta dalle nuove e strabilianti possibilità che scienza e tecnologia promettevano, era ancora un paese sostanzialmente agricolo e di cultura perlopiù umanistica. La scelta di porre l’accento sulla invitante e avvolgente dimensione della fantasia sarà anche stata casuale ma rispecchiava un carattere nazionale. La fantascienza ben si attagliava al clima di allora, poiché evocava mondi di sogno e pura invenzione dove la fredda oggettività della scienza si profilava in lontananza, innocua alla stregua di un fondale da fiaba.

Sotto questo aspetto è ancora il cinema a fornirci i migliori termini di paragone. Divorzio all’italiana, pellicola del 1961 diretta da Pietro Germi, offre una sequenza in cui la fantascienza fa una fugace apparizione nella mani dell’attrice Daniela Rocca che nell’occasione interpreta la parte della moglie ardente di passione ma bruttina, di un barone siciliano, anche in questo caso interpretato da Marcello Mastroianni, il quale dirotta i suoi sogni d’amore verso la cugina sedicenne, una lolitesca quanto splendida Stefania Sandrelli. La sequenza mostra i due coniugi nella loro alcova. Lei è a letto e mentre attende speranzosa che il marito la degni di una qualche attenzione, sfogliando un numero de «I romanzi di Urania». Lui si aggira inquieto per la stanza con un solo pensiero nella testa: come sbarazzarsi della moglie. Si tratta di pochi secondi appena ma il contrasto tra i viaggi spaziali, gli avveniristici mondi evocati da quel tascabile da edicola e l’arretrata provincia siciliana in cui il film è ambientato è comunque forte. […]

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