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Può esistere il romanzo perfetto? Dipende. Nel caso di romanzi preconfezionati, progettati metodicamente a tavolino, scritti seguendo il filo di una dettagliata scaletta che anticipa passo per passo pensieri e azioni dei personaggi, il romanzo perfetto è possibile, forse. Peccato che quel modo di costruire storie si concili poco o nulla col vero romanzo, che è per sua natura una narrazione deambulatoria. L’autentico romanziere si incammina senza una meta precisa, sente di voler andare in un posto ma non sa bene né come arrivarci né cosa davvero sia, questo posto. Gli autentici romanzieri sono scrittori come Pete Dexter, sessantasette anni, nato nel Michigan, ma effettivamente originario della Georgia, dove si trasferì bambino in seguito alla morte del padre e dove la madre si risposò con un insegnante che assolse i compiti di patrigno fino alla morte, giunta all’età di sessant’anni, in maniera improvvisa, nel sonno, nel mezzo di un pisolino schiacciato sul divano, senza dare al figlio acquisito, a Pete Dexter, la possibilità di stargli accanto in vecchiaia, assisterlo, restituirgli un po’ del bene che gli aveva dato. Parrebbero, queste, informazioni irrilevanti. Come non essenziale dovrebbe essere sapere che Pete Dexter ha fatto per lungo tempo il giornalista a Filadelfia, che, sebbene chiamata la città dell’amore fraterno, può essere un posto freddo e metallico per via delle tante industrie, nonché povero e parecchio incasinato, sempre per via delle tante industrie. Dexter vi ha fatto il giornalista più o meno negli stessi anni in cui David Lynch vi ha girato Eraserhead; parliamo degli anni Settanta.

God's Pocket

Poi, all’inizio del decennio successivo, all’alba dell’edonismo reaganiano, la sua vita cambiò. Fu lì lì per morire. Lo pestarono a sangue nel senso più letterale del termine. Una folla inferocita lo massacrò a bastonate in un bar per via di un articolo che aveva scritto su un giovane spacciatore, morto alla maniera in cui muoiono molti giovani dei bassifondi: una maniera che ti fa finire sui giornali. Il fratello, gli amici, la gente del quartiere dove questo ragazzo abitava, non avevano molto apprezzato. Diciamo pure che l’articolo li aveva mandati in bestia. Dexter si era recato in quel bar per spiegarsi, pensava che certe cose si possono risolvere a parole, magari faceva pure qualche affidamento sulle ore passate in palestra tirando di box. Gli ruppero i denti con una stecca da biliardo, gli spaccarono la schiena con le mazze da baseball. In ospedale gli infilarono cinque o sei pinze, era praticamente paralizzato. Dovettero operarlo senza anestesia. «Ho sentito di persone che dopo esperienze simili sono finite in manicomio, e posso capirlo benissimo» ebbe a considerare in seguito, quando ormai era diventato uno scrittore. Poco tempo dopo il fatto del bar, apparve alle stampe il suo primo romanzo, God’s Pocket. E qui tutte queste informazioni all’apparenza secondarie si rivelano centrali, perché il romanzo parla di un ragazzo problematico che muore in circostanze poco chiare, del patrigno che non lo può soffrire, della madre inconsolabile e di un giornalista malconcio e alcolizzato che cerca di fare luce sulla vicenda ma alla maniera sbagliata, per cui viene massacrato di botte in un bar. Proprio come è capito a Dexter, con la piccola differenza che il giornalista del romanzo muore. Bisogna leggerlo come un romanzo autobiografico? Conoscendo i trascorsi dell’autore, trovarvi più di una similitudine era sin troppo facile, ma alla resa dei conti i riferimenti personali, seppur più che riconoscibili, erano troppo frammentati, stravolti e dispersi nei vari personaggi. Sembravano un semplice spunto per un romanzo di pura invenzione. Peraltro la storia sembra seguire un andamento erratico, quasi che l’autore non avesse ben chiaro dove andare a parare. Fatti e personaggi si succedevano e s’incrociavano come per accidente. L’effetto era quello di una grottesca commedia degli errori; errori che però non sembravano decisi in partenza ma piuttosto capitati all’autore in corso d’opera, scrivendo. Era difficile stabilire di cosa parlasse il libro e quale fosse il suo protagonista. Probabilmente il protagonista era la città di Filadelfia e il tema, per logica conseguenza, le persone che l’abitano. Lo stesso poteva dirsi del genere cui ascrivere il libro. Quando gli chiedevano come avrebbe definito il romanzo, Dexter rispondeva: «Di trecento pagine».

Del resto, non era un noir né una crime story né una black comedy né un romanzo sociale né un romanzo che andava al di là dei generi malgrado avesse quell’inconfondibile sapore che ha il romanzo di genere quando a scriverlo è un autore di classe. C’era qualcosa di James Ellroy, ma anche altro. Per esempio, c’era anche qualcosa di Flannery O’Connor, che con Dexter ha in comune l’aver vissuto nella stessa città della Georgia, Milledgesville. C’era poi una straordinaria capacità di cogliere i dettagli. Gli erano sufficienti pochi tocchi per fissare un momento e quel che il momento significava per i personaggi che lo vivevano. C’era infine quel suo umorismo macabro ma comunque partecipe, umano, per cui le cose apparivano o ridicolmente tragiche o tragicamente ridicole. Due anni dopo, nel 1986, lo scrittore tornò a deliziare i lettori. E qui non avrebbero dovuto esserci dubbi. Di sicuro Deadwood non era un’autobiografia, visto che parlava di fatti realmente accaduti un secolo prima e personaggi noti come Bill Hickcok e Calamity Jane. E di sicuro era un western, perché ancora oggi viene considerato fra i migliori di quel genere mai scritti. Nonostante ciò, quando la Hbo realizzò una serie televisiva ambientata negli stessi scenari, fu spudoratamente saccheggiato dagli sceneggiatori. Il taglio era pressoché identico, a parte il linguaggio. Nella versione televisiva venne inserito un «figlio di puttana» ogni due battute di dialogo. «Lo hanno fatto perché aveva funzionato con i Soprano» constatò amaramente Dexter. «Ma chi si fosse azzardato a parlare a quel modo nel Dakota del 1870 si sarebbe beccato di sicuro una pallottola in testa». Lo scrittore fu sfiorato dal pensiero di far valere i propri diritti in tribunale, ma desistette non appena l’avvocato gli spiegò quanto gli sarebbe costato impelagarsi in un contenzioso con il colosso della tv via cavo.

Con il romanzo successivo arrivò finalmente una certa notorietà grazie all’assegnazione del National Book Award. Questa volta il tema era il razzismo inconsapevole, nascosto nel «cuore nero» di un certo Paris Trout, un rispettabile commerciante, una persona perbene che tutti, a partire dalla moglie, considerano tranquilla e pacifica, ma che non esita a sparare in faccia a una ragazzina nera di soli quattordici anni perché convinto di difendere un suo diritto. Il romanzo conferma uno schema già presente in God’s Pocket, uno schema al quale sarebbe rimasto sempre fedele: tutto muove da un incidente che fa scatenare l’inferno, scavando baratri nella trama degli affetti, delle relazioni personali. Il tutto visto sempre con uno sguardo vagolante ma attento, da giornalista, e con la curiosità quasi amorevole per il mistero della violenza, propria di chi la violenza l’ha conosciuta sulla propria pelle. Poi, nel 2009, è comparso Spooner, e le cose sono cambiate. L’occhio è rimasto lo stesso, intendiamoci. E così il tono e l’ordito della prosa. Nuovo è l’argomento. Spooner parla indiscutibilmente di Dexter, di tutte quelle cose e quei fatti che hanno costituito la sua esistenza, la sua vita, facendolo diventare l’uomo e lo scrittore che egli è diventato. Warren Spooner nasce nel 1956, in modo infelice e rocambolesco. Cade letteralmente in terra dal grembo di sua madre, unico sopravvissuto di un parto gemellare. La madre, donna instabile, asmatica, più presa dai problemi suoi che da quelli dei figli, gli preferirà sempre il gemello morto. A Spooner, il cui padre è spirato anch’egli prima del tempo, non resta che una sorella, la quale lo sovrasta però in tutto: età, intelligenza, buon senso; tanto che il medico di famiglia non si capacita che quei due bambini siano usciti dallo stesso buco. Sussistono tutte le condizioni perché il piccolo cresca nella maniera sbagliata, magari diventi persino un poco di buono. Viene espulso dall’asilo perché la giovanissima maestra, una certa Miss Tuttle dai capelli odorosi come fiori, ha visto le sue brache gonfiarsi per un’erezione mentre lei gli lavava i capelli. Di notte, Spooner fa il pisciatore seriale. Entra nelle case dei vicini, usa le loro scarpe come pitale e le ripone nel frigorifero. Chissà cosa ne sarebbe stato di lui se non si fosse imbattuto in Calmer. Questo sant’uomo sposato da sua madre in seconde nozze saprà prenderlo per il verso giusto, sopportando ciò che risulterebbe sfiancante e intollerabile persino a un padre naturale. Sotto la sua comprensiva ala, vediamo Spooner crescere, diventare prima una promessa mancata del baseball, poi un giornalista, seguendo un itinerario che lo porta dalla Florida a Filadelfia, dove viene massacrato da una banda di facinorosi.

A questo punto, il nostro Spooner, diventato ormai il nostro eroe, ricompare in un’isola nel nord del Pacifico, stato di Washington. Si è spostato e, pensate un po’, fa lo scrittore. Tra i suoi romanzi ce n’è uno intitolato Deadwood, ambientato nel Dakota del 1870. Insomma avete capito. Questo Spooner rivive la vita di Dexter malgrado sia nato tredici anni dopo e abbia un nome diverso. Cos’è allora, un’autobiografia mascherata, un memoir, come si dice in America? In una lunga nota di ringraziamento l’autore precisa senza mezzi termini che «non è in alcun senso un’autobiografia». Peraltro pare che Dexter la odi, la parola «memoir». Spooner non è una maschera, un personaggio di comodo. È una genuina creatura da romanzo, con una anima tutta sua. Anche se la vita di Dexter è servita da scintilla, quella raccontata in Spooner è comunque la storia di Spooner e del suo patrigno, una storia di affetti e risarcimenti. Ma ancora più incredibile è che Dexter l’abbia scritta alla sua maniera deambulatoria, senza un canovaccio, senza un finale prestabilito, senza sapere che ne sarebbe stato di una vita che è stata la sua vita. L’ha scritta alla maniera dei romanzieri autentici cioè, quelli i cui personaggi agiscono di testa propria. E se non ha scritto un romanzo perfetto ci è arrivato vicino. Molto vicino.

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