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«In futuro ognuno avrà il suo quarto d’ora di celebrità» profetizzò un guru della Pop Art. Quel futuro è puntualmente arrivato, o almeno così pare ai nostri occhi. Non che in passato le cose fossero meno fugaci. Si pensi al caso di un esuberante giovanotto che nei primissimi anni 60 fu artista Pop per un lasso persino più breve. Si pensi a David Hockney che, stando al suo agente, fu artista Pop per «cinque minuti» al massimo. La fuggevolissima adesione (probabilmente la più breve e impalpabile che la storia dell’arte ricordi) non gli ha tuttavia impedito di diventare il più celebre tra i pittori viventi. E non soltanto il più celebre. Tra i viventi, è di gran lunga anche il più vitale. Malgrado i settant’anni suonati è stato fra i primi a comprarsi un iPhone. E non per telefonare o navigare. Da diverso tempo ormai il suo udito non funziona a dovere e quando il telefono squilla lui sobbalza perché non capisce da dove provenga il suono, se da lontano o da vicino. La sordità lo ha reso particolarmente sensibile allo spazio, e quando un amico ha preteso di spiegargli che lo spazio è un falso problema, perché di fatto non vediamo nessuno spazio ma soltanto gli oggetti che lo abitano, lui ha ribattuto deciso: «Parla per te!» Ovviamente la preoccupazione per lo spazio è anche una conseguenza dell’essere artista. Meglio ancora: dell’essere pittore. Perché è ciò che si fa dipingendo: si appiattisce lo spazio. All’origine del suo interesse per l’iPhone, come per qualunque altro strumento atto alla creazione o alla riproduzione di immagini, c’è per l’appunto la possibilità di usarlo in alternativa alla pittura; come un blocco da disegno tascabile con tavolozza e colori incorporati.

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Inutile dire che all’apparire dell’iPad sul mercato, Hockney non resistette. Comprò anche quello. Ci disegna qualunque soggetto attragga la sua attenzione. Un mazzo di fiori. La luce del sole che filtra da una persiana. Il suo piede nudo al mattino, al momento di alzarsi dal letto. Immagini rapide, rese con pochi segni, simili ai minuscoli schizzi che Van Gogh inseriva nelle lettere per spiegare agli amici che tipo di quadri intendesse dipingere. «Sembrano disegni di disegni. Quando li guardi, contengono tutto. Di certo Van Gogh non faceva le cose a metà. Fosse vissuto oggi li avrebbe mandati con l’iPhone». Hockney ne è convinto. D’altronde è quel che fa lui. Annuncia per sms a un amico che nel pomeriggio gli manderà l’alba del giorno. E infatti, nel corso della giornata, lo schermo del destinatario si illumina di un cielo giallo, di nubi rosa sospese sulla costa dello Yorkshire. Il destinatario in questione si chiama Martin Gayford. È un critico d’arte e a volte capita che si rechi in visita a Bridlington, un posto fuori mano che non conduce a nulla se non a Bridlington. È qui che Hockney vive e lavora da qualche anno, da quando ha lasciato Los Angeles. Da queste visite, dalle conversazioni che le hanno animate, è nato un volume straordinario, fatto di ricordi e pensieri sull’arte. Pensieri che sono rivelazioni su come vediamo il mondo, sui segreti della pittura e di chi l’ha praticata nei secoli. C’è spazio anche per qualche profezia, per un affaccio su un futuro ulteriore. «I mass media scompariranno, affossati dalla stessa tecnologia che ne ha permesso l’avvento» annuncia Hockney. Cosa ne prenderà il posto, non sa. Però di una cosa è certo. Nulla soppianterà il bisogno di immagini; nulla toglierà mai alla pittura il suo quarto d’ora d’eternità.

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