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«The one and only» ovvero le ultime parole note pronunciate da Jayne Mansfield. Le disse in un ristorante lungo la strada che, da Biloxi, porta a New Orleans. Le disse a una donna che le aveva appena domandato se fosse proprio lei, la famosa attrice. Rispose all’istante, senza pensarci, perché quelle parole erano una recente trovata di cui andava fiera, lo slogan che aveva ideato per annunciare il suo passaggio a Biloxi, dove si era esibita la sera prima. Pronunciate quelle parole, si avviò verso l’auto che l’attendeva oltre la porta a vetri del ristorante, scambiò qualche tenerezza coi bambini sistemati sul sedile posteriore, salì quindi davanti, sul sedile del passeggero, chiuse la portiera e andò incontro alla morte. Alla guida della Buick Electra del ’66, un certo Ronnie Harrison, colui che, a parere dei giudici, è da considerarsi l’unico responsabile di quel che sarebbe accaduto a breve. Sebbene non sia da tralasciare quel che alcuni studiosi chiamano «sindrome di Diana». Il fenomeno, il cui nome allude ovviamente all’ex principessa di Galles, si verifica ogni qualvolta si presenti la necessità di trasportare una persona famosa. Secondo gli esperti, la celebrità pone infatti l’autista in una condizione di «stress endogeno» che alimenterebbe i rischi di un errore alla guida. L’impazienza tipica delle star. Gli orari spesso irregolari. L’immancabile presenza a bordo di droghe o altre sostanze sconsigliate. Il nervosismo di amanti, addetti stampa, manager. Il bisogno di sottrarsi all’abbraccio soffocante dei fan e all’occhio indiscreto dei fotografi. Tutte queste cose disturbano il guidatore, impedendogli di concentrarsi sulla strada nonché di rispettarne il codice.

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Quanta parte di colpa vada ascritta alla sindrome di Diana e quanta all’imprudenza di Ronnie Harrison è una domanda senza risposta. Soltanto i fatti nudi e crudi ci restano di quel viaggio. Un autoarticolato rallentò all’improvviso perché, poco più avanti, un irroratore di insetticidi stava appestando la strada con nuvole di vapore. La Buick Electra, che procedeva a velocità sostenuta, si schiantò sul retro del semirimorchio causando la morte sul colpo di chi si trovava sui sedili anteriori. In Jayne Mansfield 1967, quella tragica notte è ricostruita nei più minimi e macabri dettagli, proponendo affinità rivoltanti, paragonando la spoglia martoriata dell’attrice a un quarto di bue caduto da un gancio. Con gusto non meno necrofilo, Simon Liberati, giornalista e scrittore francese che proprio con questo libro si è guadagnato il Prix Femina, non si limita alla puntigliosa disamina dell’incidente; affonda anche il coltello nelle piaghe di una stella che stava comunque conoscendo il tramonto. Al momento del decesso, Jayne aveva appena 34 anni ma era già fisicamente esausta. Il sex symbol che aveva rivaleggiato con Marilyn Monrore era adesso un patetico fossile noto più per le oscene parrucche a pouf che per le generose forme dei tempi andati. Per dirla con Liberati, «una di quelle donne che, avendo smesso di essere belle, diventano mostri nella speranza di richiamare ancora l’attenzione». Dal punto di vista del mito, l’incidente fu una sorta di santificazione, perlomeno tra i camionisti americani che, da allora, al paraurti situato sotto il telaio di un autoarticolato, danno «sempre e volentieri il soprannome di Mansfield bar».

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