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Francis Scott Fitzgerald se ne andò il 21 dicembre 1940 stroncato da un attacco cardiaco. Lasciò incompiuto un romanzo nel quale si era gettato a capofitto per via di certe amarezze. Tre anni prima si era trasferito a Hollywood per unirsi alla nutrita schiera di scrittori in cerca di soldi facili. L’idea lasciò perplesso Billy Wilder, suo amico e grande ammiratore, il quale riteneva che fargli scrivere una sceneggiatura equivalesse ad affidare un lavoro da idraulico a uno scultore. E aveva ragione. Come molti altri illusi, Fitzgerald era convinto di poter sconfiggere il sistema degli studios. Dimenticava un detto che circolava a quei tempi: le colline di Hollywood sono fatte coi cadaveri degli sceneggiatori morti di fame. Dopo sei mesi di prova la Metro-Goldwyn Mayer non gli rinnovò il contratto e quando gli fu offerto di revisionare il copione di Via col vento dovette soggiacere al tassativo divieto di non usare parole che non fossero già contenute nel testo di Margaret Mitchell. La sua opera di scrittore non conobbe miglior fortuna. I tentativi, pure ambiziosi, di portare sul grande schermo i suoi romanzi sono stati dei fiaschi. Il grande Gatsby interpretato da Robert Redford nel 1974 e sceneggiato da Francis Ford Coppola fu un buco nell’acqua a dispetto del grande battage pubblicitario; la più recente versione di Baz Luhrmann ha problemi di altra natura. Gli ultimi fuochi diretto da Elia Kazan e con Robert De Niro nella parte del protagonista passò nell’indifferenza generale. Il solo caso d’incontro positivo resta a tutt’oggi Il curioso caso di Benjamin Button.

BB

Titolo a parte, la somiglianza tra le oltre due ore di pellicola di David Fincher e il testo di Fitzgerald si limita all’idea di base: venire al mondo con il corpo di un ottuagenario per poi ringiovanire in maniera inspiegabile ma costante. All’apparenza, invertire il corso della natura è il sogno perfetto. Non si dice infatti che il massimo della vita lo si godrebbe disponendo al contempo della saggezza dei vecchi e della baldanza dei giovani? Fitzgerald spiegò che l’idea di fantasticare sull’argomento gli fu ispirata da una considerazione di Mark Twain: «È una disdetta che la parte migliore della vita sia all’inizio e la peggiore alla fine». Ci si dedicò nel periodo più intenso e felice della sua esistenza, a cavallo tra il 1921 e l’anno successivo. Di qua dal paradiso gli aveva regalato da poco la celebrità nonché la mano di Zelda, che in un primo tempo si era rifiutata di sposarlo. Erano gli anni dell’età del jazz, vissuti dalla coppia all’insegna della mondanità e della spensieratezza, dando feste sfarzose, spendendo e spandendo così scriteriatamente da ritrovarsi in bolletta nonostante le migliaia di dollari incassati coi diritti d’autore. Era anche venuta al mondo una bambina, Frances Scott o meglio Scottie, come sarà sempre chiamata. È probabile dunque che la bizzarra invenzione di un neonato incanutito riflettesse la normale apprensione di un uomo che sta per diventare padre e si domanda come sarà il nascituro. In corso d’opera subentrò però un fatto inaspettato: una seconda gravidanza. L’unica soluzione possibile era l’aborto perché né Zelda né lo scrittore si sentivano di avere un altro figlio a così breve distanza di tempo. Gli inevitabili sensi di colpa devono pertanto aver influito anch’essi, e non poco. Prova ne sia che quando Scottie aveva solo poche settimane, Fitzgerald diceva all’agente che la storia di Benjamin Button sarebbe stata la più divertente che avesse mai scritto. In seguito, a lavoro ultimato, la definì in termini significativamente diversi. Ovvero come «una cosa stramba».

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La cosa stramba comparve per la prima volta sulla rivista Collier’s nel maggio 1922 e indusse un ammiratore sui generis a prendere carta e penna: «Egregio Signore, ho letto il racconto di Benjamin Button e desidero dirle che come scrittore di racconti lei potrebbe fare di sé un buon mentecatto». In effetti, Fitzgerald si è sempre considerato un romanziere. Dover scrivere racconti da vendere alle riviste lo angustiava, per lui era come prostituire il talento. Ciò detto, Il curioso caso di Benjamin Button non è ovviamente l’opera di uno squinternato. A suo modo Fitzgerald era un uomo candido e la genialità di questo racconto consiste proprio nella sua innocente stranezza, nel suo nonsense da fiaba. Benjamin è uno strano tipo di Pinocchio. Come il burattino di Collodi, il non esser nato bambino gli rende difficoltoso trovare un posto nel mondo. Come Pinocchio non riesce a scrollarsi di dosso la fama di bugiardo e impostore, perché nessuno crede all’età che lui sostiene di avere. Tutti lo vogliono altro da quel che è. Finanche il padre pretende che si trastulli coi giocattoli invece di andare in giro con un bastone. Con malinconica leggerezza, le disavventure di Benjamin dimostrano che non esiste un sogno perfetto. Anche invertendo il corso delle cose la felicità resta un momento fuggevole. Ringiovanire può rivelarsi una triste condanna né più né meno come lo è invecchiare. Ma non solo: scrivendo la sua «cosa stramba», Fitzgerald preconizzò il tragico destino che lo attendeva. Negli ultimi anni, con Zelda ricoverata in una clinica psichiatrica, i debiti cui non poteva far fronte e la salute che se ne andava, pubblicò su Esquire una serie di articoli nei quali, con l’ ingenuità di bambino, gettava in pasto ai lettori la propria disperazione. Nessuno raccolse il suo grido se non per denigrarlo. Non gli restò che morire. «Povero vecchio bastardo» disse Dorothy Parker davanti al feretro. Ma non era vecchio, aveva 44 anni. Poco più di un giovanotto secondo i moderni parametri.

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