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Pierre-Auguste Renoir (1841 – 1919)

È convinzione antica e mai tramontata, se non un fatto acclarato, che il pubblico di romanzi sia in maggioranza composto di donne. In virtù di questa convinzione viene dato per assiomatico che un romanziere incapace di parlare all’animo femminile difficilmente conoscerà il successo commerciale. Ricordo, al riguardo, la sicumera con cui un libraio preconizzava una carriera oscura a Cormac McCarthy, quando questi era ancora quel che si suol dire autore di nicchia. «Non venderà mai. Non piace alle donne» diceva il cattivo profeta. Viste le scelte di buona parte dell’editoria, chiaramente volte a attrarre principalmente un sesso, si deduce che le fortune conosciute in tarda età da McCarthy siano state ascritte dagli operatori del settore al novero delle eccezionalità che confermano la regola. Non meno evidente è che, mercato a parte, ben altri dovrebbero essere i termini per stabilire il valore letterario di un’opera. La questione sessuale resta tuttavia un nodo importante, dal quale sarebbe ipocrita prescindere. Può inoltre servire a osservare da scorci imprevisti il profilo di autori pure studiatissimi e da tempo canonizzati. Joseph Conrad, per esempio. Il semplice nome evoca un universo all’apparenza ben delimitato e molto maschile. Storie della parte equorea del pianeta dove le donne sono presenti al più come un ricordo della vita di terra e dunque un qualcosa di antitetico alla vita instabile e raminga del marinaio di lungo corso. Dovendo screditare Conrad agli occhi di una signora desiderosa di conoscerlo, Henry James ebbe infatti buon gioco. Gli bastò fare leva sulla fama di lupo di mare del polacco: «Ma, mia cara, ha passato la vita in mare, senza mai conoscere donne acculturate». L’interlocutrice non prestò ascolto. Si adoperò per incontrare Conrad, ricavandone un’impressione non soddisfacente. Forse perché condizionata dall’avviso di James, l’uomo le parve ipersensibile, esaurito, e per di più incurante verso eventuali segni di intelligenza nella moglie poiché in essa non cercava altro che un lenitivo alle ansie della vita. Gli stessi critici del tempo rimproverarono allo scrittore una scarsa considerazione per l’altro sesso; memorabile una recensione di Il Negro del «Narcissus», nella quale si osservava che «l’unica presenza femminile nel libro è la nave».

Chance

L’immagine di autore mascolino fu in buona parte incoraggiata dagli editori, e proprio per ragioni di mercato o, per meglio dire, di marketing. Nel 1904, sulle pagine della rivista che pubblicò a puntate Nostromo, comparve una succinta biografia. Vi si sosteneva che per Conrad le cose dovevano sempre assumere la forma di una nave, tanto nella scrittura che nel navigare. Con gli anni, il diretto interessato cominciò a patire il fatto di essere stato ingabbiato nel personaggio dell’ex marinaio che rievoca avventure per soli uomini in posti lontani. A un certo punto ammise apertamente di desiderare «un po’ di requie per tutte queste mie navi». La svolta giunse nel 1913 con l’uscita di Chance. Sebbene appesantito da una struttura farraginosa, soprattutto nella parte iniziale, il romanzo gli regalò il primo nonché unico vero successo commerciale, affrancandolo dalle ristrettezze. Si dà il caso che sia il romanzo in cui una donna conquista per la prima volta il ruolo di protagonista e, stando al parere di alcuni critici, quello che segna la fine del Conrad migliore – il che è certamente opinabile ma non del tutto infondato. Qualsiasi giudizio si voglia dare su un libro comunque importante e di pregio notevolissimo, non si può negare che lo stigma del marinaio scapolo ha resistito. Ancora oggi ricordiamo l’autore pressoché soltanto per questo. Una conferma, quantunque soltanto locale, è che, mentre non sono mai mancate nuove edizioni di Cuore di tenebra, Linea d’ombra e altre storie di navi, Chance ha conosciuto soltanto due traduzioni italiane. Disertava le nostre librerie da parecchio, segnatamente dagli anni novanta, quando uscì l’edizione curata da Francesco Binni per Newton & Compton. Riappare ora, dopo quasi un ventennio, presso Adelphi nella traduzione di Richard Ambrosini, con un titolo alternativo a Destino, sempre adottato in passato. Perché stavolta sia stato scelto Il caso è evidente. «E se mi domandi come, perché, per quale ragione, ti risponderò: Suvvia, per caso! Per puro caso, così come accadono le cose, fortunate o sfortunate». A parlare in questi termini è Marlow, il principale (ve n’è infatti più d’uno) narratore di comodo del romanzo, e lo fa illustrando come l’eroina in questione, la giovane e esile Flora de Barral, si ritrovi priva di mezzi e «praticamente» orfana, dopo il crollo rovinoso dell’impero finanziario del padre, speculatore senza qualità. Non è per via di un disegno coerente, di un concatenarsi logico di eventi, e dunque di un destino, se la vita di Flora ha imboccato una determinata strada. Una filosofia forse un po’ spicciola, che pare troncare sul nascere qualsiasi interpretazione ulteriore; se le cose càpitano per caso, spiegarle non serve a niente. Peccato però che il nostro narratore razzoli al contrario di come predica. Anziché limitarsi a esporre i fatti nudi e crudi, ci gira attorno, li infarcisce di commenti e considerazioni sulla natura delle cose, al punto di prevaricarli. Si ha perciò l’impressione che raccontare le disgrazie di Flora de Barral sia poco più di un pretesto, quasi che il vero intento di Marlow sia quello di offrire all’interlocutore e, indirettamente anche a noi lettori, la propria visione del mondo. Più che un narratore inattendibile, è un falso narratore, un filosofo mascherato, un impostore. Parimenti, la sventurata eroina del romanzo, più che una protagonista è un oggetto di disquisizione, quando non un mero termine di paragone. È convinzione di Marlow che l’aspirazione a penetrare l’essenza di tutte le cose, incluso l’infinito stesso, sia una prerogativa maschile aliena alle donne, inclini invece all’Irrilevante. A suo dire, le donne per prime si annoierebbero in un mondo governato da principî femminili, perché un simile mondo sarebbe sopportabile soltanto preservando certe illusioni fruste «senza le quali la creatura media di sesso maschile non può vivere».

Joseph Conrad

Per il lettore affezionato di Conrad, Marlow è una vecchia conoscenza. Compare nelle vesti di narratore sia in Lord Jim che in Cuore di tenebra. Non è mai un protagonista, ma un testimone. Avendo anch’egli un passato di navigatore, la tentazione di vedervi un alter ego dello scrittore è forte, e qualora lo fosse davvero, un alter ego, Marlow e Conrad sarebbero accomunati da un sessismo inqualificabile. Nei complicati rapporti che lo scrittore intratteneva con l’universo femminile, gli studiosi hanno ovviamente frugato parecchio e non vale la pena di tornarci. Lo stesso si può dire di Marlow. Che egli non faccia le veci di Conrad è ormai chiaro a chiunque, ma in quale misura e in quali modi il pensiero dell’uno rispecchi quello dell’altro è questione sulla quale si può ancora discutere. Qualcosa d’oggettivo tuttavia c’è. La presenza di Marlow costituisce un filtro, un velo che noi lettori non possiamo squarciare. Lord Jim, Kurtz, come pure Flora de Barral, non sono mai fisicamente presenti, il che significa che non li vediamo mai con gli occhi della nostra immaginazione bensì attraverso il ricordo e le opinioni del narratore. Ne siamo tenuti a distanza, sicché per noi sono spesso poco più che fantasmi, trasfigurazioni di tipi umani e non personaggi in senso stretto. L’assente è un motivo che ricorre spesso in Conrad, assumendo forme diverse. Il ricorso a un narratore di comodo come Marlow è soltanto la più eclatante di esse. Sindrome del compagno segreto: potremmo definirla così. In fin dei conti la carenza di personaggi femminili o la loro caratterizzazione apparentemente approssimativa non è che l’effetto estremo di questa sindrome. La donna mancante è la massima manifestazione di un’alterità impalbabile. Non se ne afferra la reale consistenza, nondimeno incombe e condiziona alla misteriosa maniera del caso. È un’alterità che prescinde e sovrasta la mera differenza sessuale e non va dunque ricondotta alle donne di carne e ossa. Non per nulla, nelle sue farneticanti disamine dell’animo femminile, Marlow parla di uomini medi, naturale complemento alle donne smosse soltanto dall’Irrilevante; a questi uomini va la stessa misera considerazione riservata all’altro sesso. Si profila allora, implicita, l’esistenza di una creatura umana d’ordine trascendente, un uomo che è maschio soltanto in quanto figura letteraria, ovvero una creatura che si nutre solo di estremi (o anche solo d’amore come Flora), tutta tesa al sublime, alla comprensione dell’incomprensibile. Ma un uomo (o una donna) simile, se mai esistesse, non potrebbe mai raccontare. Da qui l’esigenza di ricorrere a un Marlow, a un intermediario, una caricatura di narratore che faccia quel che un narratore non dovrebbe mai fare: spiegare, dire l’indicibile, dare un ordine al caso, come in Chance, chiave d’accesso fondamentale all’universo di Conrad, malgrado i limiti e le forzature.

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