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Esce «Fine Impero». L’autore me l’ha dedicato. Non so cosa abbia potuto fare per meritarlo. Forse nulla, che in un tempo di disfacimento perpetuo sarebbe già molto. Più verosimilmente, poco. Giacché si fa sempre poco quando il disfacimento è perpetuo. Poco o nulla che sia, mi è spontaneo pensare che conosco Giuseppe Genna da sempre, dai miei primi vagiti come scrittore, e per me già basta e avanza, come eternità. In realtà, ci conoscemmo ancor prima, alla maniera delle sensibilità gemelle cui non serve conoscersi per riconoscersi simili. Ciò rende il tempo effettivamente intercorso irrilevante, o almeno un poco meno rilevante. Da anni sono in guerra col tempo. Come mi sia saltato in mente d’ingaggiare una simile battaglia persa è un’altra cosa che non so, e tuttavia non posso farne a meno. Che mi senta obbligato a domandarmi perché mai le cose durino finché durano e perché finiscano quando finisco, lo vivo come un’offesa personale; oltre che come uno stupido abbaglio, ovvio. «Fine Impero» è giunto alle stampe dopo un calvario editoriale lungamente durato, il che non gli ha però impedito di esistere. È un libro predestinato, divenuto leggenda prima ancora d’essere. Ha abitato le fantasie di molti suoi lettori, che pur non potendo leggerlo da tempo nutrono dell’attesa del suo contenuto, dei suoi umori. Io stesso non l’ho mai letto, malgrado mi sembri di ricordarne ogni singola riga. Conoscendolo, l’amico fraterno sarebbe capace di dire: Ma tu RICORDI ogni singola riga! Sarà. Saluto comunque con gioia (e amore per l’autore) questo libro destinato a durare malgrado, anzi a dispetto di una fine sempre imperante.

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