Home

Persino alcuni tra i suoi più fedeli lettori ne ignorano l’esistenza. Mai più stampato dopo la prima uscita (e parliamo del 1982), da anni è un titolo irreperibile nel Regno Unito, se non nel mercato dell’usato. Un oggetto da collezione, per il cui possesso bisogna sborsare un centinaio di sterline, quando va bene, perché alcuni venditori sono capaci di chiedere parecchio di più, persino dieci volte tanto. Per quale ragione precisa sia sparito dalle librerie, non è dato sapere. È assodato però che l’autore, il famigerato Martin Amis, non gradisce parlarne. Ci provò un giornalista del «Guardian», tempo fa, a sollevare l’argomento nel corso di un’intervista. Adulò Amis, gli disse che quel libro era tra cose migliori che avesse mai scritto. La risposta non andò oltre uno sguardo di commiserazione, forse misto a fastidio, che mise a disagio il giornalista. Tutto lascerebbe dunque pensare che Amis abbia ripudiato L’invasione degli Space Invaders, tanto da cancellarlo dalla memoria e dalle librerie. Ma se davvero di misconoscimento si tratta, se davvero è stato ripudiato dal suo autore, questo libro inconsueto, che è molte cose in una (confessione personale, riflessione sociologica, manuale per maniaci e altro ancora), ha ritrovato almeno in Italia le vie delle stampe, grazie ai tipi di Isbn, che sono riusciti ad acquisirne i diritti, e a Francesca Aceto che, con scrupolosità, l’ha tradotto. Una scrupolosità necessaria, perché il testo fa largo uso di un vocabolario tecnico e gergale che varia non poco da paese a paese e per di più risalente a un passato ormai andato in buona parte perduto; il vocabolario adottato tra il finire degli anni 70 e il principiare del decennio successivo nelle sale giochi di mezzo pianeta.

Soltanto chi ha una certa età può avere una memoria diretta del tempo in cui gli schermi cabinati detronizzarono i vecchi flipper. Space Invaders fu il primo. Il primo a infettare la mente di migliaia di malcapitati, perlopiù minorenni ma non solo. Come una potentissima droga, generava pressoché all’istante una dipendenza cronica. Bastava provare per cadere in una spirale senza ritorno. Qualche spicciolo e poche partite aprivano le porte di un’ossessione: salvare la Terra, impedirne l’invasione da parte di creature schierate in falangi, che calavano con passo ritmico e inesorabile dall’oscurità dello spazio, gettando bombe che gradualmente disintegravano le barriere dietro cui trovava riparo la contraerea manovrata dal videotossico. La grafica era direttamente proporzionale a quel che permetteva l’elettronica di allora. Gli alieni si presentavano a dir poco stilizzati e ricordavano più un’orda militarizzata di insetti che non gli invasori mostruosi e giganteschi del cinema di fantascienza. Nondimeno, o forse proprio in virtù del loro aspetto minimale, comunicavano un forte senso di minaccia e perciò calamitavano lo sguardo del videotossico, il quale aveva un paio di tasti a disposizione per muovere il suo cannoncino e fare fuoco.

Si era ai primordi, ben lontani dalle realtà virtuali che avrebbero poi invaso lo spazio domestico. Allora, per giocare bisognava munirsi di cospicue quantità di monete e uscire di casa per andare a rinchiudersi nelle sale giochi ossia in luoghi meno attraenti di una tavola calda, pieni di persone sudate e con l’occhio vitreo e le labbra tirate. Amis ha conosciuto la dipendenza da videogiochi, contraendola un po’ per caso, cominciando con Space Invaders e proseguendo con Galaxy e il limone mangiapallini noto col nome di PacMac. L’ha raccontata praticamente in diretta, come fosse una nuova apocalisse, descrivendo se stesso e la fauna alienata dei videotossici. L’ha soppesata, sviscerandone i perché, gli istinti che risvegliava, la dimensione di misantropica irrealtà in cui viveva l’uccisore di invasori spaziali. Ne ha anche rivelato i segreti tecnici, le strategie che era consigliabile seguire nei vari giochi. Arricchito da un’introduzione di Steven Spielberg e da una moltitudine di immagini, questo saggio sui generis precede di un paio d’anni Money, il romanzo che regalò a Martin Amis la fama che ancora oggi egli conserva, quella di autore brillante quanto cinico e irriverente, determinato a non fare sconti a nessuno, soprattutto a se stesso. Qualità che L’invasione degli Space Invaders, per quanto disconosciuto, denota seppure a corrente alterna. Basterebbe questo a renderlo prezioso, ma il suo pregio migliore è forse quello di essere il reperto di un’epoca, un ritratto al vivo di un’alba, l’alba di questo nostro tempo elettronico.

Annunci
Commenti disabilitati su SPACE INVADERS