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Miss Living Dead 2013

Miss Living Dead 2013

Per Colson Whitehead, in principio era l’orrore, anzi l’horror. Un’immersione metodica nelle produzioni più truculente e demenziali dell’industria cinematografica. Pellicole di infima qualità, mal recitate e peggio dirette, che a New York era possibile vedere soltanto in sale di dubbia reputazione, lerce e fatiscenti e dalle cui ultime file si spandeva, inconfondibile, l’odore della marijuana. La prima di queste visioni pare risalire al 1975, quando lo scrittore aveva appena cinque anni. Stando a quel che egli stesso racconta in un testo autobiografico comparso lo scorso anno su «The New Yorker», tanta precocità si deve a genitori con opinioni poco convenzionali circa quel che è adatto a un bambino. È probabile che con genitori diversi e con una educazione cinematografica meno tinta di sanguigno, Whitehead sarebbe giunto a vedere l’umanità con altri occhi, occhi benevoli, fiduciosi. Fatto sta che quanto più teme ora, da adulto, è il prossimo suo, le persone come lui, come noi. Il seme della paura fu piantato proprio il giorno in cui vide il suo primo horror o, per meglio dire, il primo horror che ricordi di aver visto. A dispetto di uno slogan che prometteva un finale tra i più incredibili (il più incredibile, in effetti) mai visto al cinema, il film non aveva alcunché di speciale, era una porcheria affine alle centinaia di altre porcherie che Whitehead avrebbe visto in seguito. The Devil’s Rain (da noi giunse con un titolo più essenziale, Il maligno) offriva una trama piuttosto incoerente centrata su uno stregone che torna dall’oltretomba per vendicarsi di antichi torti. Un’opera insignificante persino per gli appassionati del genere, malgrado un paio di chicche nel cast, la fugace apparizione di un John Travola agli esordi e una presenza più consistente di William Shatner, noto al grande pubblico come James T. Kirk, il capitano dell’Enterprise, mitica astronave di Star Trek. Ma si sa, la prima volta è speciale di per sé. In particolare, il piccolo Whitehead restò colpito dalla scena in cui uno dei personaggi scopre che due suoi cari – segnatamente la madre e il fratello – sono entrati nelle schiere di Satana per dedicarsi a un unico scopo, ucciderlo.

Un famigliare tramutato in carnefice: ci può essere manifestazione più disturbante del male? Naturalmente no, ammesso che non si ragioni per metafore e che di tramutazione davvero si tratti. Il primo insegnamento che ricavò dalla sua frequentazione di storie dell’orrore è infatti proprio il seguente: quel che appare come una spaventosa trasformazione non è che il disvelamento di una tenebra antica, la vera natura delle persone. I veri mostri, i mostri che davvero bisogna temere non sono creature dalle fattezze mostruose, non somigliano a insetti formato gigante né a umanoidi raccapriccianti spuntati da chissà quale anfratto dell’universo. I veri mostri sono i nostri pari, persone simili a noi in tutto fuorché in una cosa, la brama di eliminarci nel modo più efferato possibile. E il lato più spaventoso della faccenda è che in fin dei conti hanno sempre coltivato un simile desiderio, solo che o loro non ne erano consapevoli o noi non l’avevamo capito. In altri termini, dal punto di vista di Whitehead, un mostro sarebbe soltanto una persona che ha smesso di fingere. Era pertanto fatale che nel prosieguo della sua educazione a base di B-movies il futuro scrittore finisse irretito da scenari in cui catastrofi e invasioni di forze oscure si riducevano alla seguente sciagura: ti addormenti una sera e quando ti risvegli al mattino il mondo è cambiato, ogni cosa volge al caos, rovine ovunque e, all’ombra della nuova desolazione, parenti, amici e vicini si rivelano i mostri che sono sempre stati. Hanno lo stesso aspetto di sempre, ma adesso vogliono annientarti, divorarti, consumarti.

DawnOfTheDead1978

Nel 1979 la svolta, l’illuminazione definitiva. Il piccolo Whitehead s’imbatte nel film che esprime al meglio le sue paure, Dawn of the Dead, e qui non parliamo più di ordinaria spazzatura ma di un classico assoluto, il secondo capitolo della tetralogia di George Romero dedicata agli zombi. Dopo quel film, per il piccolo Whitehead la paura della gente e quella degli zombi sono diventate un tutt’uno, un unico grande terrore protrattosi per decenni, covato nell’intimo tra ansie diurne e incubi notturni sino alla maturità, quando è venuto allo scoperto in forma di romanzo. Colson Whitehead ne aveva alle spalle già quattro nel momento di andare in stampa e con quello d’esordio, L’intuizionista, aveva pure mostrato una certa inclinazione a flirtare col genere. L’esito risentiva però degli insegnamenti postmoderni. Una fanta- scienza di stampo parodistico, calata dall’alto, sui generis anziché autenticamente di genere e ambientata in una città verticale immaginaria ma palese gemella di New York, dove gli ispettori che vegliano sul corretto funzionamento degli ascensori occupano una posizione di particolare responsabilità e prestigio. Tanto dovrebbe bastare perché si intuisca la sovrabbondanza di simboli e intellettualismo di cui era infarcita quell’opera prima.

Zone One

Non che il nuovo romanzo ne sia del tutto esente, ma qui ci troviamo di fronte a una maggiore aderenza al genere e ai suoi canoni. Zona Uno parte da assunti esploratissimi. Una pandemia improvvi sa ha inspiegabilmente colpito l’umanità. Come da protocollo apocalittico, tutto è avvenuto in fretta, dalla sera alla mattina. Non per nulla la sera precedente alla catastrofe si è impressa nella memoria collettiva come l’Ultima Sera, l’ultima sera in cui le cose erano ancora normali, in cui il mondo non era ridotto a bande di sopravvissuti costrette a guardarsi dagli infetti, orde di defunti animati da istinti cannibaleschi, zombi per farla breve, anche se qui vengono chiamati «schel», i più pericolosi, o «ritardatari», sottospecie quasi innocua di resuscitati che si limitano a tornare in uno dei luoghi che occupavano in vita. Attori di un funereo tableau vivant di esistenze oramai trapassate, i ritardatari ripetono meccanicamente la stessa azione, scelta chissà perché tra le tante che ripetevano in vita non meno meccanicamente. Un po’ alla maniera di Dawn of the Dead, il romanzo si apre in media res, quando la catastrofe si è già compiuta e l’umanità tenta di riorganizzarsi. A Buffalo si è insediato un nuovo governo che investe molto nella comunicazione, convinto che il paese vada ricostruito soprattutto con abbondanti iniezioni di ottimismo. In questo quadro viene sponsorizzata un’operazione ambiziosa, la riconquista di Manhattan, qui rinominata in codice Zona Uno (qualunque allusione a Ground Zero non è ovviamente casuale).

Ground Zero

Il lettore è così chiamato a seguire una squadra di «spazzini», ovvero di un trio di volontari incaricati di ripulire le torri dagli zombie rimasti. Lo sguardo si concentra perlopiù su uno dei tre, soprannominato Mark Spitz. Neppure il riferimento al celebre nuotatore è accidentale. L’apocalisse dà un nome nuovo tanto alle cose, ai luoghi, che alle persone. Al lettore smaliziato non sfuggirà che Mark aspettasse soltanto l’invasione degli zombi per esprimere le sue potenzialità. Da piccolo, oltre a non avere mai brillato negli studi né dato segno di particolari talenti o ambizioni, egli adorava (chi mai l’avrebbe detto) i film horror. Nei suoi ricordi di bambino, la visione di quei film è legata alla contemplazione affascinata di New York. Il panorama metropolitano esercitava su di lui un fascino pari alle sequenze di donne in fuga nei boschi o intente a afflosciarsi negli armadi nella vana speranza che il mostro di turno non si accorga di loro. Questi e altri dettagli del passato riemergono grazie a un massiccio quanto sfibrante susseguirsi di flashback. Si direbbe che l’horror sia la madeleine tramite la quale lo scrittore fa i conti con il vero zombie del romanzo, la New York perduta e selvaggia dell’infanzia. Atmosfere vicine a quelle di un altro cantore della Grande Mela, Jonathan Lethem, anche se questi ha forse qualche numero in più quanto a freschezza.

Zona Uno sembra infatti soffrire la sua lingua complessa e preziosa, troppo letteraria per il contesto, giacché di zombie pur sempre parliamo e alla manipolazione di temi tanto abusati giova la sostanza, assai più che la forma. Recentissime serie televisive quali la britannica In the Flesh o la stupenda Les Revenants prodotta dalla francese Canal+ hanno saputo reinventare il mito dei morti viventi. Altrettanto non si può dire di Zona Uno. È innegabilmente ben scritto ma sa di nuovo quanto uno spesso strato di polvere, e chissà che questa patina di vecchio non costituisca proprio la sua «parte migliore», per dirla con la citazione di Walter Benjamin da Kitsch onirico messa in esergo al romanzo.

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