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Per la geografia, l’Arcadia è una regione della Grecia, un territorio montuoso e poco abitato. Nel mito e nella poesia, l’Arcadia è una landa idilliaca, dimora del dio dei boschi, un paradiso in Terra dove è possibile vivere in armonia con la natura perché offre tutto il necessario per vivere. La pittura l’ha rappresentata come il paesaggio perfetto, abitato, a seconda dei casi, da pastori beati o ninfe giocose. In alcuni dipinti del Seicento, tra cui uno famosissimo, conservato al Louvre, l’Arcadia è però anche un monito o, come si usava dire un tempo, un memento mori. Collocando teschi e tombe in quel luogo bucolico, il pittore ci ricordava che non esiste rifugio, per quanto remoto e incontaminato, in cui la morte non sappia arrivare. E proprio con questa accezione l’Arcadia è stata citata a più riprese nella letteratura americana. La si trova in William Faulkner, in L’urlo e il furore, e in Meridiano di sangue di Cormac McCarthy, dove compare scritta a filo d’argento sotto la sicura del fucile dello spietato giudice Holden.  Più di recente Arcadia è diventato finanche il titolo di uno splendido romanzo di Lauren Groff che ho avuto il privilegio di tradurre. E non parlo di privilegio per adulazione. Nulla consente di entrare in intimità con un libro quanto il tradurlo. Si giunge a conoscerlo nelle pieghe più nascoste; nei suoi aspetti più luminosi, come in quelli più oscuri. E si giunge a volergli bene non perché la bilancia penda dal piatto dei pregi, ma semplicemente perché lo si conosce. Spesso infatti il noto offre maggiori scoperte e trasalimenti dell’ignoto. È il caso di una scena del romanzo. Si tratta di un paio di pagine appena e malgrado l’abbia letta e riletta, tradotta e ritradotta al punto di conoscerla quasi a memoria, parola per parola, questa scena non cessa di toccarmi il cuore. Per ovvie ragioni non dirò in che punto del romanzo si trovi e cercherò di descriverla nel modo più vago possibile.

Un uomo di mezza età torna dopo lungo tempo in un luogo della sua infanzia. Vi ritorna con la figlia appena adolescente alla quale racconta quale importanza abbia rivestito per lui quel luogo quando era bambino. La figlia ascolta, si guarda attorno e, con la crudezza di cui a volte sono capaci i giovani, dice semplicemente: «Questo posto sembra abbandonato da secoli». Per la prima volta dopo tanti anni, l’uomo viene così sfiorato dal dubbio che un pezzo fondamentale della sua esistenza non sia mai esistito, perlomeno non nel modo in cui lo ricorda. Il pragmatismo della figlia gli è però di conforto. «Che importa, papà? Che sia stato vero o un frutto della tua immaginazione non fa differenza. Avevi bisogno di aiuto e questo posto ti ha comunque aiutato».  Sono molte le cose di questa scena che mi toccano profondamente. La prima, la più ovvia, è il lato salvifico dei sogni. Spesso illudersi, prima ancora che mentire a se stessi, è un istinto di sopravvivenza, un istinto che ci consente di andare avanti, di trovare un senso in cose altrimenti crudeli e inspiegabili. Questo istinto è un motivo essenziale del romanzo di Lauren Groff, ma è pur vero che lo è di molti altri romanzi giacché in esso consiste una delle ragioni di essere della letteratura. Ma c’è anche qualcosa di più specifico, di più commoventemente umano, in questa scena: il modo in cui il senso del passato si trasmette e muta di generazione in generazione. Un padre e una figlia non vedranno mai la stessa cosa con gli stessi occhi. Ciò che è indubitabilmente vero per uno può diventare una pietosa chimera per l’altra. Simili diversità sono all’origine di tante incomprensioni tra vecchi e giovani; sono fonte di sofferenza e a talvolta anche di violenza (l’uccisione del padre non è un mito nato per caso), nondimeno, anche di qui, il romanzo di Lauren Groff riesce con splendente semplicità a mostrarci che vi è una dolorosa bellezza nel non vedere le cose allo stesso modo, perché è proprio nella diversità che due persone comprendono quanto sia prezioso ciò che li unisce.

 

C’è infine un ricordo personale che mi lega a questa scena di Arcadia, oltre che a tutto il romanzo. Il ricordo di una piazza della mia città invasa da giovani stranamente conciati. Seduti sul selciato, questi giovani cantavano e ridevano e, per qualche ragione, mi ero persuaso che vissero lì, in strada, all’aperto, come zingari o indiani, e che fossero felici, tanto che, col tempo, crescendo, questo mio ricordo di bambino è diventato per me la quintessenza della felicità, del vivere in armonia. Finché un giorno, come il personaggio del romanzo di Lauren Groff, mi accorsi che il mondo era così cambiato, così diverso dalla mia Arcadia, che dubitai della mia memoria. Dubitai di avere visto davvero quei giovani – quei capelloni, come venivano chiamati dalle nostre parti, o hippie, come venivano chiamati altrove. Di più: cominciai a dubitare che fossero mai esistiti, pensai che me li fossi inventati perché avevo bisogno di un’ideale di felicità e armonia, di una mia Arcadia.  Il protagonista del romanzo di Lauren Groff è chiamato «Briciola». Nato in una carovana di hippie e cresciuto in una comune di utopisti che sogna di vivere come gli arcadi, godendo di ciò che natura sa dare e lontano delle perversioni del mondo mercantile, Briciola deve il suo nomignolo a un fisico particolarmente minuto. C’è tuttavia qualcosa di universale nel suo essere una briciola, «l’hippie più minuscolo che si sia mai visto». L’idea che in ognuno di noi ci sia una briciola di un tempo che fu; l’idea che una parte di noi resti piccina anche quando il resto è cresciuto. E più il resto di noi cresce, più questa briciola pare brillare di luce propria, una luce al contempo lontana e vicina. In questa briciola, quest’anima minuta che non smette di accompagnarci malgrado gli anni trascorsi e i sogni perduti, è custodito il bisogno di credere, se non la certezza, che esista un’Arcadia. E che sia popolata da ninfe e pastori o dagli hippie di Lauren Groff, a questa nostra Arcadia, in un modo o nell’altro, un giorno faremo ritorno.

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