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Chiunque nutra passione per lo splendore della lingua italiana non può che avere cara l’esistenza di Michele Mari. Tra gli scrittori viventi, nessuno è al pari di lui. Nessuno eguaglia la vastità del suo lessico, i suoi volteggi sintattici. Milanese per nascita e quasi romano d’adozione, filologo di variegata erudizione, figlio di un noto designer, Mari è uomo scuro, irsuto e nervoso, ostinatamente crucciato, probabilmente affetto da una smania selvatica e incurabile, a stento mitigata dalla civiltà dei suoi modi. Come ogni grande scrittore, ha vissuto un’infanzia sanguinosa, l’infanzia del divoratore morboso di libri infestati da pirati e manigoldi, da mostri e creature notturne. E come ogni grande scrittore, divorava per essere divorato. Le creature non lo lasciavano mai, riaffioravano in nuove storie, non più intessute nei libri ma nella sua fantasia. Non lo lasciarono neppure in seguito, da adulto. Il che è come dire che Mari, scrivendo, non fa che rivivere la sua sanguinosa infanzia. Del resto, come disse una volta Robert Louis Stevenson, se non si è stati pirati da bambini significa che non si è mai stati bambini. E proprio fu grazie a Stevenson se Mari scoprì in tenera età che i libri sono pirati mutanti. O meglio: fu grazie a Stevenson e grazie al padre, che regalò al piccolo Mari un romanzo che questi aveva però già scovato nella biblioteca del nonno, La freccia nera. Mari si rese conto che, pur trattandosi dello stesso romanzo, quei due libri erano diversi. E non tanto nelle copertine (sebbene anch’esse avessero il loro peso) quanto nelle parole. Si trattava infatti di due diverse traduzioni e se in una compariva la parola «fortezza», nell’altra si diceva «castello»; se in una parlava di una «tarda primavera», nell’altra si raccontava una «primavera inoltrata».

Per il piccolo Mari fu una rivelazione: «bastava che anche una sola parola fosse diversa da una traduzione all’altra perché l’intima sostanza dei due libri non fosse più sovrapponibile». In seguito, La freccia nera divenne uno sceneggiato televisivo. Era il 1968, il piccolo Mari era ormai tredicenne, l’infanzia era passata ma non i suoi ricordi sanguinosi, e dovette avere un suo peso, per il futuro scrittore, vedere Loretta Goggi fingere di essere un maschio. Traduzione e travestimento in fondo si somigliano e a queste agnizioni di gioventù Mari è sempre rimasto fedele. Ha emulato e reinventato le lingue più disparate. Ha scritto come Leopardi, facendo della sua passione per la luna un problema di licantropia. Ha scandagliato il morbo della gelosia retrospettiva imitando il vernacolo tempestoso di Céline. È stato a Parigi seguendo le orme di Walter Benjamin. S’è calato degli scantinati psichedelici dell’inconscio di Syd Barrett. Ha riscritto storie di ogni tipo, dalla sua a quelle altrui, e le ha scritte con una lingua sempre nuova e nondimeno sempre inconfondibile, sempre propria. Ora Mari ritorna al suo amore dell’infanzia con un romanzo dove il fantasma di Stevenson pare accompagnarsi a quello di Dickens. È la storia di un orfano senza altro bene che un medaglione lasciatogli dalla madre prostituta. Quel curioso pendaglio può tuttavia condurre a immense ricchezze e solletica quindi l’avidità di molti, costringendo il giovane diseredato a fuggire da un infinito stuolo di malintenzionati, da gentiluomini senza scrupoli e suore con meno scrupoli dei gentiluomini. Scritto replicando il tono dei romanzi d’avventura di un tempo, quando gli scrittori usavano rivolgersi direttamente al lettore, Roderick Duddle è racconto allo stato puro, raccontato con una lingua che è musica.

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