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WolffQuando uno scrittore decide di raccogliere testi pubblicati nell’arco di una vita raramente si astiene dal corredare il volume con qualche riga introduttiva. Si tratta quasi sempre di reminiscenze, confessioni, bilanci. Il che è comprensibile e forse è anche ciò che il lettore si aspetta e pretende. Nel raccogliere i racconti scritti in trent’anni, Tobias Wolff si è però astenuto: niente ricordi né aneddoti. Nessuna rivelazione sulle circostanze e le motivazioni che lo hanno spinto a raccontare determinate storie. Non una sola considerazione sullo scrittore che era e che è diventato. Nondimeno La nostra storia comincia si apre con una nota, che ha il tono della semplice avvertenza o, a seconda di come si preferisca valutarla, di una giustificazione non richiesta. Wolff ci informa che, nel selezionare i racconti, si è trovato davanti al seguente dubbio: è meglio presentarli nella forma originale o posso prendermi la libertà di rimaneggiarli in qualche punto? È evidente che uno scrittore fa della propria opera ciò che crede, ma cedere alla tentazione di ritoccare un vecchio testo significa di fatto compiere una falsificazione. Wolff ne è consapevole e va dritto al nodo morale del problema: «Si potrebbe sostenere che io non sono più la persona che ha scritto una storia pubblicata venticinque anni, dieci, o anche solo due anni fa, e che dovrei dunque comportarmi da esecutore rispettoso e onorare il vero autore, ora scomparso, evitando di cacciare le mani nel suo lavoro». L’uso del condizionale lascia intendere che, nonostante tutto, lo scrittore ha deciso diversamente. Due sono le sue argomentazioni, entrambe non solidissime. La prima, d’ordine più generale, risolve il dubbio sollevandone un altro: qual è la forma originale di un testo? La seconda, quella forse più decisiva è meno attaccabile, consiste nel fatto che Wolff non ha considerato sacri i suoi racconti.

Tutto ciò vale la pena rimarcarlo non perché sia opinabile, ma perché rivela molto della sua natura di scrittore. Volendo attenersi all’etichetta cui è spesso associato, la natura di Tobias Wolff è quella del realista sporco. Anzi, di più: assieme a autori quali Richard Ford e Raymond Carver, può essere considerato un maestro di questa tendenza narrativa che deve a Bill Buford, editor della rivista Granta, la sua definizione. E per cosa si caratterizza un realista sporco? Secondo Buford, argomento prediletto del realista sporco è il ventre del vivere presente, vale a dire l’esistenza miserevole e reietta di «un marito abbandonato, una ragazza madre, un ladro di auto, un borseggiatore, un drogato». Naturalmente, quel che più caratterizza il realista sporco non è tanto la realtà che sceglie di raccontare, quanto che la racconti «con un distacco inquietante, a volte al limite della commedia». Perché il quadro sia completo, all’etichetta di realista sporco dobbiamo però aggiungere un altro tratto specifico, la predilezione per la narrativa breve. Pur avendo al suo attivo un paio di romanzi, Tobias Wolff è infatti uno scrittore di racconti e non potrebbe essere altrimenti, vista la sua vocazione. In assoluto, individuare nella brevità la misura ideale del realismo è senz’altro un’assurdità. Basterebbe pensare a figure come Edgar Allan Poe e Franz Kakfa per smontare la tesi, come sarebbe fin troppo facile snocciolare titoli in quantità di romanzi realisti più che riusciti. Nel ristretto mondo di Tobias Wolff, la distinzione ha tuttavia una sua ragione di essere. La brevità del racconto è assimilabile a un’istantanea, e lo è non tanto perché rappresenta il mondo raggelandolo nel tempo, nella brevità ideale dell’attimo, quanto perché una foto ci esclude sempre e comunque. Nessuna foto è difatti mai tanto brutta o insignificante da non ricordarci questa semplice verità: non siamo lì, in quel momento e in quel luogo. Può darsi ci fossimo in passato, ma non ora, non nel momento in cui la guardiamo. Nessuna forma di rappresentazione del mondo marca con pari perentorietà una distinzione tra il «qui e ora» osservato e il «qui e ora» dell’osservatore.

Come fotografie, i racconti di Tobias Wolff si dipanano sempre in uno spazio ristretto. Tutto si risolve in un grumo di tempo nel quale il protagonista e il suo passato vengono risucchiati, e il lettore assiste allo sprofondamento avvertendo una forte lontananza, quasi fosse costretto nella stessa distanza impietosa e irrimediabile che impone la contemplazione di una foto. Anche quando il racconto è narrato in prima persona, il senso di esclusione resta forte, anzi spesso è perfino più intenso, giacché prima ancora di essere separati dal lettore, i personaggi di Tobias Wolff sono separati dal mondo in cui vivono o, per meglio dire, dalla vita che vorrebbero vivere. Le loro sono storie di fratture, di legami spezzati o di fatti inesistenti, di ferite mai rimarginate, di aspirazioni frustrate, di fallimenti. La distanza dell’istantanea è pertanto funzionale, esprime e rende palpabile lo stato di esclusione che affligge le loro anime desolate. Molti di loro patiscono cadute tutt’altro che fragorose o palesi. I loro fallimenti sono spesso nascosti, relegati a una sofferenza perlopiù interiore, e quando il dramma affiora con prepotenza, manifestandosi nel mondo condiviso, non è mai per ristabilire un contatto, colmare una distanza, bensì per evidenziarla, per renderla finalmente visibile. Ciò non significa che ai personaggi sia preclusa la possibilità di un riscatto, di una rivalsa, di una riconciliazione anche solo parziale o effimera. Significa soltanto che questi riscatti, queste rivalse, queste riconciliazioni non fanno che rimarcare la condizione dell’escluso. Del resto, ciò che accomuna i personaggi di Wolff non è la sconfitta cui sembrano predestinati, ma il modo in cui la separazione dal consorzio umano, frutto della sconfitta, viene allo scoperto.

Non poco significativo è che i due romanzi dell’autore non siano opere di finzione bensì memoir. In uno di questi, This Boy’s Life (o Un vero bugiardo, per stare al titolo più smaccato scelto a suo tempo da Einaudi), i ricordi di un’adolescenza errante vissuta al seguito di una madre incostante vengono introdotti da una citazione di Oscar Wilde, insuperato coniatore di aforismi: «Il primo dovere nella vita è assumere una posa. Quale sia il secondo, nessuno lo ha ancora scoperto». È in sostanza una dichiarazione di poetica, oltre che un giudizio sul mondo. Tutte le storie di Wolff ruotano attorno a una menzogna. Volendo insistere col paragone fotografico, è infatti questo che esse immortalano ossessivamente: bugie. Sempre e soltanto bugie, bugie di ogni ordine e grado, bugie che di fatto segnano un allontanamento, un distacco dagli altri. I bugiardi di Wolff quasi mai mentono per imbrogliare il prossimo; mentono perché non sanno vivere nella verità e insieme agli altri; mentono perché il mondo e il prossimo rappresentano per loro una fonte d’infelicità. Tra questi mentitori c’è un ragazzo che dipinge quadri cupi e lacrimosi della propria famiglia. S’inventa malattie terminali e altri tristi storie. Perché lo faccia non è ben chiaro, ma il suo malessere, la sua insofferenza verso la casa in cui abita sono evidenti. Il racconto si chiude col ragazzo in viaggio su un pullman, viaggio durante il quale intrattiene gli altri passeggeri prima spiegando di essere figlio di missionari uccisi in Tibet, poi recitando filastrocche in tibetano, lingua che ovviamente ignora ma sortisce comunque il rasserenante effetto di una ninnananna «antica e sacra». Qui emerge un motivo più riposto dell’opera di Tobias Wolff, perché molti di questi racconti terminano con una lingua inventata, un discorso privo di senso, una musica, il verso di un animale, comunque con un suono, quasi a lasciare intendere che lo scopo di una menzogna non è tanto quello di stravolgere le cose, bensì quello di ricondurre il linguaggio alla fase «antica e sacra» in cui le parole non erano che suoni incontaminati, cose tra le cose, la fase in cui non si sentiva bisogno della verità e del suo inevitabile doppio.

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