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Qual­cuno ha detto che gli scrit­tori non si disco­stano mai dal libro d’esordio. Jerome D. Salin­ger sem­bre­rebbe esserne la dimo­stra­zione: siamo nel gen­naio 1940, l’uomo che avrebbe domi­nato la scena let­te­ra­ria ame­ri­cana dell’immediato dopo­guerra sta per com­piere il ven­tu­ne­simo anno di età quando dalla rivi­sta «Story» gli comu­ni­cano che un suo rac­conto è stato accet­tato e verrà pub­bli­cato a breve. Mal­grado gli piac­cia osten­tare un atteg­gia­mento distac­cato, il gio­vane Salin­ger è ovvia­mente esal­tato: dice che, fino al momento di quella pub­bli­ca­zione, ogni giorno sarà per lui una vigi­lia di Natale. Nella pri­ma­vera dell’anno pre­ce­dente l’ambizione di diven­tare uno scrit­tore pro­fes­sio­ni­sta lo aveva spinto a repri­mere l’insofferenza per il mondo acca­de­mico e le scuole in genere. Si era iscritto a un corso serale di scrit­tura crea­tiva presso la Colum­bia Uni­ver­sity, tenuto da Whit Bur­nett, guarda caso diret­tore di «Story».

Studentessa della Columbia University in uno scatto di Stanley Kubrick (1948)

Studentessa della Columbia University in uno scatto di Stanley Kubrick (1948)

L’aggettivo pro­fes­sio­ni­sta, acco­stato alle ambi­zioni di un gio­vane scrit­tore, potrà forse sor­pren­dere, ma è per­fet­ta­mente in linea con la tem­pe­rie di allora, ben sin­te­tiz­zata dalle parole di Bren­dam Gill, per anni col­la­bo­ra­tore del «New Yor­ker»: «È dif­fi­cile per gli scrit­tori di oggi ren­dersi conto di quanti fos­sero i gior­nali che si con­ten­de­vano rac­conti negli anni trenta e qua­ranta: ed è dif­fi­cile ren­dersi conto di quanto li pagas­sero». Quanto è pre­sto detto. Rivi­ste come «Collier’s», «The Satur­day Eve­ning Post» e «Harper’s» rap­pre­sen­ta­vano la desti­na­zione migliore per chi volesse cam­pare di scrit­tura, erano chia­mate «the slicks», le pati­nate, e arri­va­vano a pagare anche due­mila dol­lari per un rac­conto. La vetta della sofi­sti­ca­zione era tut­ta­via costi­tuita dal «New Yor­ker» e da «Esquire», rivi­sta, quest’ultima, che si era costruita una repu­ta­zione pub­bli­cando Heming­way e Fitzgerald. «Story» rien­trava in un rango più basso, ma godeva comun­que di una repu­ta­zione suf­fi­ciente per­ché un gio­vane di belle spe­ranze potesse con­si­derla un tram­po­lino otti­male, tanto che in seguito Nor­man Mai­ler l’avrebbe ricor­data come una leg­genda: «Nei tardi anni trenta e in quelli della seconda guerra mon­diale, i gio­vani scrit­tori sogna­vano di com­pa­rire sulle sue pagine all’incirca come il mirag­gio di un ser­vi­zio su “Rol­ling Stone” può oggi met­tere un gio­vane gruppo rock in uno stato trascendentale».

Il rac­conto con il quale Salin­ger rea­lizzò il pro­prio sogno pre­senta, sep­pure in forma acerba, tutti i motivi e i tic dell’opera più matura. Il titolo suona quasi fasullo per quanto è smac­ca­ta­mente salin­ge­riano, «I gio­vani». Die­tro sug­ge­ri­mento dello stesso Bur­nett, lo aveva già pro­po­sto a «Collier’s», por­tan­dolo di per­sona in reda­zione e rice­vendo un rifiuto. Per­so­naggi e ambien­ta­zione – ragazzi anno­iati della buona società new­yor­chese – sareb­bero stati per­fetti per una rivi­sta pati­nata, se Salin­ger non li avesse pre­sen­tati sotto una luce tanto cinica. L’azione è ridotta al minimo, un ten­ta­tivo di con­ver­sa­zione, durante una festa tra un ragazzo di nome Wil­liam Jame­son Junior e una certa Edna Phil­liips. Poi­ché attratto da una altra fan­ciulla, una bion­dina, Wil­liam cerca di sot­trarsi in ogni modo, bofon­chiando o accam­pando scuse. Edna, mossa da un biso­gno di atten­zione tanto dispe­rato quanto fine a se stesso, fa invece di tutto per trat­te­nerlo, rive­lan­dosi però vuota e insop­por­ta­bil­mente smor­fiosa, tratti desti­nati a diven­tare ricor­renti nell’universo fem­mi­nile salin­ge­riano. In Wil­liam sem­bra invece di rico­no­scere una voca­zione all’assenza, al voler essere sem­pre altrove, tipica del gio­vane Hol­den e dello stesso scrit­tore. Il rac­conto venne pagato ven­ti­cin­que dol­lari e non segnò la svolta imme­diata che Salin­ger bra­mava. Ci vol­lero anni e molti rifiuti per appro­dare alle grandi rivi­ste, e que­sto nono­stante l’interessamento di Harold Ober, impor­tante agente let­te­ra­rio dell’epoca. Dopo «Story», Salin­ger dovette accon­ten­tarsi di pub­bli­care su un gior­nale uni­ver­si­ta­rio del Kan­sas il rac­conto «Va’ da Eddie», anch’esso per­lo­più dia­lo­gato e incen­trato su una donna vacua. Tanto que­sto quanto I gio­vani, che dà il titolo al libro, ven­gono ora pro­po­sti per la prima volta al let­tore ita­liano assieme a un terzo rac­conto di qual­che anno più tardo e inti­to­lato «Una volta alla set­ti­mana».

Nella pre­ge­vole post­fa­zione al volume, Gior­gio Vasta osserva giu­sta­mente come in ognuno dei tre testi lo spa­zio pre­va­lente sia «l’oceano della chiac­chiera, lo sha­ke­spea­riano much ado about nothing, quella lin­gua nebu­liz­zata utile non a far acca­dere qual­cosa ma a far sì che non accada nulla (per­ché se nel lin­guag­gio acca­desse qual­cosa di diverso dalla chiac­chiera sarebbe la fine, meglio allora con­ti­nuare a dire, pro­cra­sti­nare, dis­si­pare, impe­dire; non acci­den­tal­mente è chiaro, ma per­ché la chiac­chiera – il luogo in cui la lin­gua è glo­ria e mise­ria – è manu­ten­zione dell’esistente, dispo­si­tivo di ciò che c’è: much ado about eve­ry­thing)». Ciò potrebbe bastare a peri­me­trare il qua­dro, se non fosse oppor­tuno dare conto di un ele­mento ulte­riore e tutt’altro che secon­da­rio. Per un breve periodo, men­tre la strada dello scrit­tore pro­fes­sio­ni­sta si pro­spet­tava più in salita di quanto spe­rato, Salin­ger fu sfio­rato dalla ten­ta­zione di rinun­ciare e meditò di tra­sfor­mare «I gio­vani» in una pièce tea­trale. Pensò anche di riser­vare per sé la parte Wil­liam, essendo bravo a «reci­tare sotto le righe». L’interesse per il mondo dello spet­ta­colo non era novità per lui. Lo aveva sot­to­li­neato anche nella scheda di pre­sen­ta­zione com­parsa su «Story» in calce al rac­conto: «J. D. Salin­ger, ven­tun anni, è nato a New York. Ha fre­quen­tato le scuole pub­bli­che, un’accademia mili­tare e tre uni­ver­sità, e ha tra­scorso un anno in Europa. È par­ti­co­lar­mente inte­res­sato alla scrit­tura tea­trale». Volendo dire le cose nella loro com­ple­tezza, Salin­ger era inte­res­sato pure alla reci­ta­zione. Anzi, per molti versi, que­sto inte­resse sem­bra addi­rit­tura pre­ce­dere quello per la let­te­ra­tura. Stando a un aned­doto, forse apo­crifo ma ripreso dallo scrit­tore in un rac­conto, risa­li­rebbe all’infanzia, a quando, appena set­tenne, fu giu­di­cato il migliore attore di un cam­peg­gio estivo nel Maine. Anche nel pro­filo di una scuola fre­quen­tata da Salin­ger durante l’adolescenza si parla di un gio­vane «molto por­tato per il tea­tro» e «bravo a par­lare in pub­blico». Tra i suoi amici di allora, c’è poi chi lo ritrae come una per­sona che «par­lava sem­pre in maniera pre­ten­ziosa come se stesse reci­tando Sha­ke­speare». Pare inol­tre che, dopo infrut­tosi ten­ta­tivi di otte­nere una scrit­tura nei tea­tri di New York, abbia lavo­rato per qual­che set­ti­mana come intrat­te­ni­tore su una nave da crociera.

In effetti, letti in que­sta chiave, «I gio­vani» e gli altri due rac­conti pre­senti nel volume rive­lano una forte impronta tea­trale. Sono atti unici per­fetti. L’unità di tempo, luogo e azione è scru­po­lo­sa­mente rispet­tata. Le parti descrit­tive, ridotte all’indispensabile, ser­vono uni­ca­mente a inqua­drare scena e per­so­naggi. Tutto avviene nei dia­lo­ghi, pro­prio come in una pièce. La chiac­chiera non è dun­que sol­tanto la dimen­sione vola­tile in cui i per­so­naggi di Salin­ger vivono e si mani­fe­stano, non è sol­tanto una qua­lità dell’esistere, è anche, e forse soprat­tutto, un mezzo per fare tea­tro, per reci­tare, e più la con­ver­sa­zione è insulsa o super­fi­ciale e priva di signi­fi­cati forti, più la reci­ta­zione acqui­sta peso. Dare spes­sore a un bor­bot­tio, a una parola pro­nun­ciata a mezza bocca, richiede più qua­lità che non reci­tare una bella frase. Non per nulla gli amici ado­le­scenti par­lano di un Salin­ger par­ti­co­lar­mente ver­sato nella mimica e molte sono le testi­mo­nianze che lo vogliono incline alla posa, a comin­ciare dal diret­tore di «Story» che lo ricorda sem­pre distratto durante le lezioni, sem­pre impe­gnato a mostrarsi con lo sguardo e la testa rivolti altrove. Molto si è detto dell’effetto par­lato che rende incon­fon­di­bile la rumi­na­zione dei per­so­naggi di Salin­ger, ma molto dovrebbe dirsi anche su quanto il par­ti­co­lare flusso di coscienza dello scrit­tore sia legato a un’indole attoriale. Del resto, anche la suc­ces­siva spa­ri­zione può essere intesa come il colpo di tea­tro di uno scrit­tore che, pur di restare gio­vane, invec­chia nell’ombra, reci­tando il silenzio.

Il Saggiatore, 2015
traduzione di Delfina Vezzoli
postfazione di Giorgio Vasta
pagine 68

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