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[È qui riprodotto un breve estratto dal mio ultimo libro, Scrissi d’arte. Il titolo è fin troppo eloquente. Vi è infatti raccolta una discreta quantità dei testi di argomento artistico che ho scritto nel corso degli anni, da quando ero ancora studente di accademia a oggi. È diviso in tre parti chiamate rispettivamente Passato remoto, Presente e Futuro anteriore. La prima comprende i testi precedenti alla mia conversione alla narrativa. La seconda i successivi. La terza, un po’ più sbilenca, è composta invece da testi che pur guardando al passato indicano quel che penso o credo o spero saranno i miei rapporti futuri con l’arte. Oltre a un reperterio d’immagini a colori e in bianco e nero, il volume contiene anche parti scritte apposta per l’occasione e volte soprattutto a illustrare in quale contesto sono nati i vari «scrissi». Quanto segue è una di queste parti.]

Fatalità, il primo dei miei scrissi d’arte fu anche il primo ad andare perduto ed è forse l’unico che vorrei rileggere, sebbene ringrazi il cielo per avermi negato questa possibilità. Malgrado mi piaccia illudermi del contrario, è infatti altamente improbabile che un diciannovenne di pochi e approssimati strumenti possa confutare il pensiero di Walter Benjamin, non dico con sensatezza e successo ma soltanto senza precipitare nel ridicolo senza fondo. Giacché questo mi ero prefisso: dimostrare che l’aura messa realmente in crisi dall’avvento della fotografia non era l’opera d’arte bensì l’hic et nunc tanto del verificarsi dei fatti quanto dei racconti da questi generati, e ciò perché la fotografia conteneva in sé i germi di quella che chiamavo l’opera evento ovverosia il cinema. Non ricordo altro ma posso immaginare che il tono fosse imbevuto delle mie letture filosofiche di allora, a cominciare da Heidegger, i cui testi comprendevo a stento pur subendone il fascino. Esposi le mie ambiziose teorie a penna e in stampatello, su cinque o sei fogli protocollo a righe che consegnai all’insegnante di Tecnica della fotografia spiegandogli che con quei fogli intendevo superare l’esame. Un intento scientemente provocatorio, tipico di un giovinastro che crede di saperla lunga. Il nome del corso faceva espresso riferimento alla tecnica e gli esaminandi erano tenuti a dare dimostrazione della loro capacità di usare un apparecchio fotografico. Un’arte meccanica ma non automatica. Bisognava conciliare aperture di diaframma e tempi di esposizione, scegliere pellicole appropriate, sapere cosa fosse una distanza focale, conoscere gli obiettivi, avere un’idea dei processi chimici che presiedevano alle operazioni di sviluppo e stampa.

Un tentativo seppur timido lo feci. Mi procurai un manuale, ma far confluire tutte quelle informazioni nella frazione di secondo di un clic non era per me, cozzava con le abitudini dei miei occhi. Accertati i miei limiti, non mi restava che tentare un colpo di teatro, scrivere un manifesto col quale mi dichiaravo oltre la fotografia, oltre la riproducibilità tecnica, oltre Benjamin (ovunque tu sia, Walter, non volermene). Era la mossa migliore che avessi a disposizione, anzi l’unica e neppure così azzardata. Lo spirito di quei tempi vedeva ancora di buon occhio certe provocazioni, le considerava un segno di personalità, di promettente intraprendenza. Impregnato di quello spirito, il docente mi diede il massimo dei voti, nello sdegno inferocito degli altri studenti che avevano prodotto album pieni di foto impeccabili e trascendenti ogni mia possibilità. Il senso di colpa fu in parte attenuato perché a guadagnarci il massimo dei voti fummo in due. Anche il mio compagno aveva giocato la carta a effetto. Si era ap- postato nelle vicinanze dell’abitazione del docente e, appena questi era uscito, gli aveva scattato una foto di nascosto, con un teleobiettivo. Si presentò all’esame con quell’unica immagine. Per qualche secondo calò un silenzio da funerale. Era sgranata e mostrava un uomo di mezza età che sbucava da un portone. I tratti del nostro insegnante si distinguevano a stento, ma tutti noi sapevamo che era lui. Malgrado nessuno osasse dire nulla, tutti noi eravamo consapevoli che quello scatto all’apparenza brutto e insignificante aveva rivelato qualcosa di essenziale. Era come se l’angelo della fotografia fosse sceso tra noi per mostrarci la sua vera essenza.

Racconto questa storia non per capriccio e compiacimento. Mentre scrivevo queste righe sono incappato in una frase che mi ha dato da pensare. Dice Alexa Chung (cito a memoria): «Sono molto interessata alla fotografia, come ogni altro essere umano». Modella e conduttrice televisiva, Alexa Chung è una giovane donna britan- nica, una fra le più belle ed eleganti in circolazione. Per definire il suo stile, e dunque buona parte della sua bellezza, Alexa usa il termine sexless, traducibile in vari modi, da asessuato a frigido, sebbene sia ovviamente molto sensuale. È in sostanza una It Girl. Che una persona di questo tipo – una professionista dell’immagine di sé – si dica particolarmente interessata alla fotografia di certo non sorprende. Ma che dire della seconda parte della frase, «come ogni altro essere umano»? Se ci si limita all’evidenza del presente, a come gli apparecchi telefonici siano ora produttori e diffusori immediati di immagini, e al fatto che chiunque punta il proprio dispositivo ovunque, non trascurando se stesso, anzi concentrandosi soprattutto su se stesso, neanche queste parole esprimono alcunché di eccezionale. Eppure il nuovo stato di cose ha mutato nel profondo la nozione di fotografia e perfino dell’immagine stessa. I puristi del mezzo diranno che questa non è fotografia. Secondo i vecchi parametri può anche darsi che non lo sia, ma lo è indubbiamente e inderogabilmente in base agli attuali. Le parole di Alexa Chung sono significative perché vi si intravede l’idea che la fotografia come oggi la si intende sia un’aspirazione, una possibilità, se non un diritto della persona, di tutte le persone. Ogni individuo è interessato alla fotografia alla stessa maniera in cui è interessato all’amore, alla ricerca della felicità, alla conquista del benessere. È un interesse comune in quanto la possibilità di creare un’immagine pubblica di sé non è più appannaggio di pochi, non concerne soltanto professionisti del settore quali modelle e volti noti; riguarda tutti, e non soltanto in termini di sogno, di remota o fuggevole eventualità. Siamo ormai ben oltre i quindici minuti di celebrità prefigurati da Warhol. Siamo passati dal regno dell’infinito istante della vecchia fotografia (per stare alla definizione che ne dava Geoff Dyer) a quello di un’infinità di istanti.

Tutto ciò implicherebbe ovviamente riflessioni che esulano dalle mie possibilità e dalle intenzioni di questa nota introduttiva. Qui mi preme rimarcare soltanto un punto. Il primo di questi scrissi d’arte fu opera di un ragazzo diverso da ogni altro essere umano di oggi. Era un ragazzo che aveva un interesse marginale per la fotografia. La considerava perlopiù uno strumento col quale stentava a entrare in confidenza, probabilmente perché stentava a riconoscergli una dignità artistica. Il suo colpo di teatro, l’attacco a Benjamin si spiegano così. Non che gliene faccia una gran colpa. In fin dei conti era un figlio del suo tempo, e in quel tempo la fotografia pascolava ancora ai margini delle praterie dell’arte. Molti artisti se ne servivano o, per meglio dire, se ne appropriavano. La manipolavano. La usavano. La osservavano come si può osservare un paesaggio o un corpo in posa. Entrava nell’opera ma non era l’opera. Quel ragazzo era inoltre figlio del riflusso. In particolar modo di quel ritorno alla pittura che gli artisti delle seconde avanguardie, quelle degli anni Sessanta e Settanta, anche dette avanguardie di massa, consideravano lettera morta. Quel tempo conteneva molti errori e forse la voglia di cancellare quel passato, questi scrissi d’arte, era il modo più sbrigativo di farci i conti, e dunque un errore ulteriore.

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