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Soltanto i turchi possono conoscere ciò che nella loro lingua va sotto il nome di hüzün: ne è convinto Orhan Pamuk, che all’argomento ha riservato un intero capitolo di Istanbul, libro in bilico tra il saggio e l’introspezione autobiografica, centrato su una città perduta e al tempo stesso presente. In effetti, le parole di Pamuk lasciano pensare che forse neppure i turchi ma soltanto gli istanbulioti abbiano accesso a questa «condizione della mente che la città ha assimilato con orgoglio… una malattia inguaribile che si considera alla stregua di un destino». Il termine hüzün ha radici arabe e compare cinque volte nel Corano per indicare tanto un sentimento di profonda perdita spirituale quanto una sorta di tristezza mistica, una malinconia non del tutto ombrosa, perché la sola tristezza che può affligere chi cerca Allah dipende dalla sua incapacità di avvicinarvisi. Ne discende, quasi per assurdo, che la vera tristezza non è la tristezza in sé ma l’assenza di questo sentimento. All’idea mistica – fondamentale per la cultura islamica – per cui non rattristarsi abbastanza è già di per sé motivo di tristezza, Istanbul ha aggiunto sfumature proprie, fatte della convivenza tra la bellezza attuale della città e le rovine del passato, dell’impatto con il crollo dell’impero ottomano prima, e con la modernizzazione kemalista poi. L’opera letteraria che meglio ha espresso la speciale tristezza di Istanbul è – con le parole di Pamuk – «il più importante romanzo scritto su questa città», che tuttavia non si intitola hüzün, ovvero Tristezza, Malinconia, Oscurità, secondo i dizionari, ma Huzur, parola il cui suono è, all’orecchio di un occidentale, simile benché indichi qualcosa di molto diverso, se non di opposto: una forma quieta di felicità, che un ex artista, ora curatore di mostre, Adnan Yıldız, ha paragonato all’atto di immergere le mani nell’acqua lascendole aperte pur sapendo di poter catturare un pesce qualora le si chiudesse.

Questa pace delle mente deriva dal non dividere la vita in momenti e, volendo limitarsi a una sola parola, lo si può rendere con Serenità, che è appunto il titolo del primo romanzo turco, pubblicato nel 1949, in cui si trova fusa una varietà di caratteri europei: l’uomo tempestoso alla Dostoevskij, il raffinato memore alla Proust, il rimuginatore erratico alla Joyce. Il suo autore, Ahmet Hamdi Tanpınar, benché sia stato chiamato «il bambino infelice del modernismo turco», è diventato di fatto un padre, una figura imprescindibile per gli scrittori del suo paese, a cominciare proprio da Pamuk. Nei suoi romanzi – in particolare Il libro nero o Il museo dell’innocenza – non si avrà difficoltà a riconoscere Serenità come un antenato, vuoi perché la vera protagonista di tutti questi romanzi è sempre la stessa, Istanbul, vuoi perché la città è sempre popolata da uomini malinconici che vagano per le stesse strade, alla perenne ricerca di donne che non possono avere. Per quanto: non si può dire che le cerchino davvero. Piuttosto le vagheggiano con melodrammatica ossessività, camminando in un vicolo buio o contemplando le navi che transitano nel Bosforo. Più che una ricerca, la loro sembra una forma di indulgente rassegnazione, di torpido abbandono al ricordo di ciò che si è perduto o che comunque si perderà. Atteggiamento che un Occidentale può trovare irritante o comunque poco comprensibile, perché sembra appartenere a chi vede nella perdita e nel dolore che ne deriva non un qualcosa a cui porre rimedio o da superare ma una scelta. Una vocazione alla tristezza da portare con l’orgoglio di cui parla Pamuk, quella vocazione che, per dirla sempre con una sola parola, i turchi chiamano appunto hüzün. E se Tanpınar fu un bambino infelice, anche Mümtaz, il protagonista di Serenità, lo è. In cosa consiste, infatti, l’infelicità massima per un bambino? Senza dubbio nella perdita dei propri genitori. Mümtaz ha patito questa esperienza traumatica prematuramente, durante le prime schermaglie della Grande guerra. L’azione del romanzo è però concentrata in un momento successivo, la vigilia del secondo conflitto mondiale, quando Mümtaz vede profilarsi la possibilità di una nuova perdita, quella del cugino Ihsan, colpito da una grave malattia. Ihsan è di ventritré anni più anziano e per Mümtaz è stato, oltre che un padre e un fratello maggiore, un mentore. È stato cioè una figura non molto diversa da quella che ha rappresentato per Tanpınar il poeta Yahya Kemal: un educatore cosmopolita capace di mescolare l’insegnamento della poesia e della musica ottomane con l’iniziazione alla lettura di Baudelaire e Proust, e all’ascolto delle sinfonie europee.

Malgrado sia attratto dai modelli occidentali, Mümtaz, come del resto lo stesso Tanpınar, vive tra mille dubbi i mutamenti sociali che la modernizzazione del paese porta con sé. Aspira al nuovo, ma è legato al vecchio. E mentre vaga per le strade di Istanbul, con a casa il cugino malato e il mondo sull’orlo di un nuovo abisso, Mümtaz si rifugia nel ricordo di un amore recente, durato una sola estate. Ripensando ai momenti trascorsi con questa donna più grande ed esperta di lui, rievoca le loro gite sul Bosforo, che è di per sé metafora di sdoppiamento, affaciato com’è sull’Oriente del Mar Nero da un lato e sul Mediterraneo dall’altro. A completare il quadro, la ricomparsa di un vecchio amico, Suat, individuo oscuro e distruttivo che finirà per rivelarsi la nemesi di Mümtaz. A ognuno di questi personaggi è dedicata una delle quattro parti del romanzo, la cui architettura richiama dunque i quattro movimenti di una sinfonia. Serenità è infatti un libro profondamente musicale e lo è non soltanto perché la musica è uno di quei territori in cui è possibile misurare le distanze culturali, ma anche perché in essa si realizza la felicità di non dividere la vita in momenti; perché è un tempo vivo e armonico, un tempo senza fratture dove nozioni come passato e futuro smettono di avere senso, dove il prima e il dopo diventano parte di un flusso unico. Risolvere il conflitto identitario, la sospensione tra Oriente e Occidente, tra tradizione e modernità, significa per Mümtaz non essere più diviso tra ciò che è stato ed è andato perduto e ciò che ha davanti: smettere di contropporre passato e futuro. Che per Tanpınar la chiave di tutto fosse una sintesi di ordine temporale emerge con inequivocabile nettezza in un suo romanzo successivo, L’istituto per la regolazione degli orologi, dove il contrasto tra tradizione e modernità trova una sua satirica incarnazione in due personaggi: un anziano orologiaio, un po’ santo e un po’ scienziato, e un burocrate che pensa di traghettare il paese verso una moderna idea di tempo imponendo che gli orologi di ogni cittadino siano perfettamente sincronizzati. La follia kafkiana del regolatore è in fondo una extrema ratio scaturita proprio dall’incapacità di Mümtaz di vivere con pienezza il proprio tempo, restando in bilico tra hüzün e huzur, tra tristezza e serenità, in uno stato di paralizzante scissione dove l’unico punto fermo sono lei, Istanbul, e il vagare per strade in cui «si incontravano i due estremi della vita, difficili da imitare, impossibili da conciliare senza che si incollassero alla pelle e ci entrassero dentro».

Ahmet Hamdi Tanpınar
Serenità
traduzione di Fabio Salomoni
Einaudi, 2017
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One thought on “HUZUR

  1. Ho visitato la città di Istanbul ormai quasi quattro anni fa, e ne porto tuttora il ricordo di una immensa distesa di edifici, monumenti, strade, macchine e persone. Il mio era il punto di vista del turista perso nella caciara di una lingua totalmente incomprensibile (in Turchia parlano turco !), sarebbe bello poter capire questa stordente megalopoli dal di dentro.

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