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Tra gli scrittori che più mi interessano metto da sempre gli scrittori tappabuchi, quegli scrittori che anziché inventarsi una storia ne prendono una già esistente – non importa se e quanto reale – e lavorano sui buchi, dando l’impressione di tapparli; gli scrittori – per stare a qualche recente uscita – come il Saunders che racconta lo strazio di Lincoln per il figlioletto morto o la Janeczek della Ragazza con la Leica, dove la storia in questione è quella di Gerda Taro, che visse amò e morì sui campi di battaglia, diventando una famosa fotografa di guerra, in particolare in Spagna, durante gli anni della Guerra Civile, forse perfino inventandolo, questo mestiere avventuroso, e sicuramente praticandolo per prima come donna. Nel libro, che è un romanzo e non un biografia, troviamo anche foto, non usate però come documento, prova a sostegno, ma come ulteriore buco da riempire. Stanno lì a testimoniare che le storie sono fatte di buchi e poche altre cose, più delle foto, possono testimoniarlo con altrettanta efficacia, perché se c’è una elemento che le foto rendono palpabile in misura non di rado lancinante è proprio il vuoto lasciato dal tempo trascorso, l’assenza che resta dopo l’estinguersi di fatti e persone, gli attimi andati, quelli perduti, gli esclusi. Ogni volta che guardiamo una foto è pressoché impossibile non chiedersi cosa c’era nei pressi di quell’istante raggelato, che ne è stato del prima e del dopo. È così che Helena Janeczek gironzola attorno al mondo di Gerda, alla maniera in cui si accerchia con gli occhi una foto, come un cane che disegna un terreno fiutandolo. Alla fine del libro, tra i ringraziamente, non a caso viene citato chi «ha cercato di mettere un freno alla mia smania di documentazione, ricordandomi che stavo scrivendo un romanzo», perché quando c’è di mezzo l’immaginazione (e in un romanzo, per quanto accostato alla realtà, l’immaginazione è sempre tra i piedi) fare il tappabuchi non significa stuccare, andare a riempire ogni minima mancanza per ottenere un piano omogeneo, fatto di soli pieni, dove ogni centimetro quadrato è al suo posto come in una parete perfettamente intonacata, come se un racconto fosse una tabula rasa al contrario.

Alcuni buchi vengono in effetti riempiti, ma molti altri vengono arricchiti, a altri ancora viene offerto un senso o la promessa di un senso e in questo lento e amorevole lavorio di accerchiamento spesso emergono nuovi buchi, ammanchi che all’inizio non c’erano o non erano evidenti. La scrittura, i romanzi sono fatti tanto di pieni quanto di vuoti, e qui viene un po’ da sorridere pensando a chi, a proposito di un film e ancor più di una serie televisiva, inserisce nel proprio cahier de doléances i famigerati buchi di sceneggiatura. Viene da sorridere perché è una confutazione peraltro non necessaria di quell’implausibile convincimento per cui le serie televisive sarebbero i romanzi del nostro tempo. Senza togliere niente a alcuno e sminuire alcunché, queste serie sono al più un’evoluzione dei film di un tempo, ma rimpiazzano la letteratura non più di quanto nel secolo scorso non l’avessero rimpiazzata i film. Basterebbero proprio i buchi di sceneggiatura per farsene una ragione. L’espressione rientra tra quei finti tecnicismi a effetto che suonano sempre bene in un commento critico, tanto da venire usata senza controllo dal critico dilettante (o diarista) di film e serie tv. Qualcosa di analogo non si riscontra invece nelle critiche amatoriali presenti nei social dedicati ai libri o nei rivenditori online. È piuttosto raro infatti che i lettori si lagnino per buchi nella trama; contestano altre cose e questo non perché gli scrittori siano più abili orditori di trame degli sceneggiatori, ma perché i due mondi pur lavorando in apparenza sul medesimo terreno sono in realtà opposti. Volendo usare una metafora ancora più trita dei buchi di sceneggiatura, chi legge un romanzo penetra in un labirinto; accetta, anzi quasi pretende lo smarrimento che, soprattutto all’inizio, un libro richiede e, se il romanzo gli piace, se lo prende, come si dice, poco gli importa di seguitare a smarrirsi. Guardando un film o una serie tv, il più delle volte il movimento desiderato è l’opposto: lo spettatore si lascia catapultare nel labirinto del racconto proprio in vista di orientarsi in un mondo estraneo e questo suo godimento è talmente opposto a quello del lettore, che se il film o la serie non gli forniscono una mappa soddisfacente del mondo rappresentato, lo spettatore abbandona la visione insoddisfatto. Ciò non significa che spettatori e lettori siano due condizioni incompatibili, ma solo che quanto risulta intollerabile in un film o una serie tv non rappresenta un problema nella lettura di un romanzo, anzi. Domanda: perché i buchi fanno tanto bene al racconto scritto? Dipende in buona parte dalla materia di cui è fatto questo racconto, la voce narrante. Raccontare a parole significa accerchiare un vuoto, un fantasma, qualcosa che non c’è più. Il fatto ci viene costantemente evocato, spiegato, descritto, ma per quanto la voce si addanni, il fatto rimane assente perché già accaduto, e la nostra mente di lettori è così chiamata a un continuo sforzo di immaginazione per riempire quel vuoto. E tuttavia che godimento. Un piacere quasi insensato ma irrununciabile. Come insensata e irrinunciabile era, da bambino, la mia passione per la gruviera. Credo che già allora mi rendessi conto di mangiare un formaggio per nulla speciale. Ma quei buchi: quant’erano irresistibili! Pur di non rinunciare al gusto di mangiare un vuoto masticavo un pieno che sapeva di cartone. È senza ombra di dubbio per questo se tra gli scrittori che più mi interessano metto da sempre gli scrittori tappabuchi.

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