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Mai gettare le fascette. Queste strisce di carta dai colori accessi, solitamente gialle o rosse, con cui gli editori avvolgono i loro libri per calamitare lo sguardo con frasi a effetto, a volte roboanti, a volte incongrue, quando non provviste del minimo senso, vengono snobbate dal lettore più raffinato, che spesso infatti le getta all’istante, giudicandole volgari e inutili, scomode anche come segnalibro. Male. Andrebbero sempre conservate, incluse le più assurde e vuote di significato, anzi soprattutto quelle. Non è escluso che il tempo gli renda giustizia; che a distanza di anni non rivelino un’importanza inaspettata. La fascetta con cui Einaudi mandò in libreria Storie Naturali di Primo Levi, per esempio. Gialla e sottile, recava una parola soltanto, accompagnata da un punto di domanda: «Fantascienza?». In quel lasciare il sasso e nascondere la mano, in quel tenersi tra il lusco e il brusco, non si respira forse il clima culturale di allora? Correva il 1966, la fantascienza andava imponendosi anche fuori dalle edicole, guadagnandosi estimatori anche illustri, tanto che la stessa Einaudi aveva già pubblicato la mitica antologia curata dal Solmi e Fruttero, Le meraviglie del possibile, più un’altra a distanza di qualche anno, e che la nuova antologia contenente autori quali Ray Bradbury e Arthur C. Clarke avesse un titolo ben più esplicito della prima – Il secondo libro della fantascienza – rivela quanto il genere non fosse più qualcosa di innominabile.

Ma allora perché apporre una fascetta simile a un libro di racconti la cui inclinazione fantascientifica era più che evidente? In parte, per le ragioni dichiarate da Levi in un’intervista; perché quelle raccontate nel libro «non sono storie di fantascienza, se per fantascienza si intende l’avvenirismo, la fantasia futuristica a buon mercato. Queste storie sono più possibili di tante altre. Anzi talmente possibili che alcune si sono persino avverate». In parte, però, anche per le ragioni che indussero Levi a presentarsi ai lettori sotto le mentite spoglie di Damiano Malabaila. L’adozione di uno pseudonimo, strategia peraltro frequente negli scrittori di qualunque ordine e grado, era tipico dei pochi italiani che avevano il raro onore o l’ardire – a seconda di come si preferisce vederla – di pubblicare un romanzo per Urania. Serviva a camuffare la propria origine, a darsi un’identità straniera, esotica, lontana, affine a quella degli autori che solitamente comparivano sulle pagine della mitica rivista. Il nome scelto da Levi era però italianissimo, anzi piemontese: era quello di un esercente, davanti alla cui bottega Levi passava ogni giorno andando al lavoro. Il mascheramento era stato pensato per attutire lo stridore con i libri precedenti, La tregua e Se questo è un uomo. Come potevano conciliarsi le crude testimonianze di un sopravvissuto dell’olocausto con i voli irreali della mente, le speculazioni bizzarre, i mondi fuori dal mondo e dal tempo che subito richiamava la parola fantascienza? Che sia stato un suggerimento dell’editore o una scelta autonoma dello scrittore, quel nom de plume tradiva un imbarazzo, il timore che qualcuno non capisse, o si offendesse addirittura. Sebbene quasi sdoganata, la fantascienza restava comunque un capriccio, intrigante quanto si vuole ma pur sempre un capriccio, mentre i campi di concentramento erano ben altra faccenda.

Il dubbio sibillino sollevato da quella fascetta è dunque espressione non tanto di un parziale tentativo di affrancarsi dal genere nudo e crudo, quanto del clima culturale di allora, oltre che della doppia natura dello scrittore. Non per nulla quella fascetta fa da titolo a un saggio di Francesco Cassata sul Primo Levi scrittore di fantascienza, pubblicato, ironia della sorte, proprio da Einaudi lo scorso anno. E sempre al Levi fantascientifico è dedicata visibile in questi giorni a Settimo Torinese, nell’ambito del Festival dell’Innovazione e della Scienza, che per questa edizione ha quale tema l’Ora di chimica! Luogo e tema non potrebbero essere più appropriati. Proprio a Settimo Torinese infatti, in una fabbrica di vernici, Levi esercitò per quasi trent’anni la professione di chimico alternandola alla scrittura. La mostra è stata curata da Silvia Casolari e Davide Monopoli, codirettori del MuseoLab del Fantastico e della Fantascienza, avvelendosi della collaborazione del semiologo Paolo Bertetti, coordinatore scientifico dello stesso museo. Si articola in cinque sezioni, ognuna delle quali pone in risalto le sintonie dell’opera di Primo Levi con la fantascienza più popolare, inclusa quella non strettamente letteraria. Tra fumetti, riviste pulp, film e serie televisive, ci imbattiamo così in alieni, in distopie, nelle macchine più disparate, in scienziati più o meno pazzi e perfino nei più recenti cybermondi, perché in uno dei suoi racconti, A fin di bene, Levi sembra preconizzare internet e proporsi quale antenato di William Gibson e Matrix, immaginando una rete telefonica i cui disservizi non dipendono da guasti o scarsa manuntenzione ma da una mutazione della rete stessa, diventata un’entità senziente, capace di agire di propria volontà.

Nella prima sezione della mostra troviamo invece sostanze nutritive, psicofarmaci e mutazioni genetiche, il tutto sotto l’egida di un mostro sacro della fantascienza, Isaac Asimov, che con Levi aveva in comune la laurea in chimica. L’inizio del percorso espositivo doveva fatalmente passare per questa scienza. «L’autore è un chimico – si leggeva nel risvolto della prima edizione di Storie naturali, scritto probabilmente da Calvino – e la sua professione traspare nell’interesse per come sono fatte le cose dentro, per come si riconoscono e si analizzano». E analizzando la personalità di Primo Levi, emerge, per ammissione del diretto interessato, la chimica di un essere anfibio. Dentro la sua testa convivevano due mezzi cervelli. «Sono diviso in due metà – diceva Levi di sé – una  è quella della fabbrica: sono un tecnico, un chimico. Un’altra invece è totalmente distaccata dalla prima, ed è quella nella quale scrivo, rispondo alle interviste, lavoro sulle mie esperienze passate e presenti». L’anima della fabbrica non era tuttavia così disgiunta da quella letteraria, perché il modello preso come riferimento da Levi non era Petrarca e neppure Goethe, ma «il rapportino di fine settimana, quello che si fa in fabbrica o in laboratorio, e che deve essere chiaro e conciso, e concedere poco a quello che si chiama il ’bello scrivere’». Da un’idea di stile come questa, da questo prediligere una lingua senza fronzoli, propria della narrativa di genere, è possibile dedurre che Levi non si limitava a praticare la fantascienza per ghiribizzo, per svagarsi dalla scrittura più seria. Del resto, sempre nel risvolto di Storie naturali, l’autore confessava di essersi chiesto se pubblicare un volume di racconti-scherzo dopo libri seri, rivolti a un pubblico serio, non fosse come vendere vino in bottiglie d’olio. Un dubbio che aveva sciolto soltanto dopo essersi «accorto (non subito, per verità) che fra il Lager e queste invenzioni una continuità, un ponte esiste». Il ponte, in fondo, era proprio quel punto di domanda posto in fascetta da Einaudi: Fantascienza?

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