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Tra i molti testi postumi di Roberto Bolaño, c’è un racconto da noi inedito intitolato “Sabios de Sodoma” ovvero “I savi di Sodoma”. Scritto a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, è la descrizione mancata della visita in Argentina di un altro scrittore, V. S. Naipaul. L’idea di Bolaño, abortita sul nascere “per mancanza d’inventiva”, era ispirata a alcuni viaggi che Naipaul fece realmente nella prima metà degli anni Settanta e dai quali ricavò una serie di reportage comparsi prima su «The New York Review of Books» e «Sunday Times» e poi raccolti in un volume, Il ritorno di Eva Perón. Per ovvie ragioni, Bolaño era particolarmente interessato a quel che Naipaul aveva da dire sull’Argentina e la sua cultura, incluso Borges cui venivano rimproverate certe battute di cattivo gusto sugli indios della pampas. I viaggi e i reportage del libro parlano tuttavia anche di fatti accaduti altrove, in particolare a Trinidad e in Congo, e nonostante la grande distanza che separava questi luoghi, nonostante la diversità delle vicende narrate, i temi di fondo sono gli stessi o comunque abbastanza simili perché Naipaul li vedesse accomunati da una «natura ossessiva». Quasi a rendere evidente la «profonda» unità dei reportage, lo scrittore aveva deciso di chiudere il libro con un testo all’apparenza estraneo, una sorta di consuntivo della sua esperienza di lettore di Joseph Conrad, la cui opera più famosa è chiamata in causa già nel titolo, “La tenebra di Conrad”. Naipaul non è tenero con quel breve romanzo: vi individua una discrasia tra l’accuratezza giornalistica della prima parte e l’invenzione narrativa della seconda, quando entra in scena Kurtz, «il commerciante d’avorio che finisce per trasformarsi in una specie di selvaggio dio africano».

Cuore di tenebra era ambientato in Congo e poiché Conrad «non reinventa i paesi che descrive», è fin troppo chiaro cosa avesse in mente Naipaul tornando in quegli stessi luoghi a distanza di tre quarti di secolo: vedere in cosa si era tramuta un’ex colonia diventata nazione. Il confronto è tal punto scoperto che alcune pagine sono dedicate proprio al viaggio sul fiume. Ai tempi di Conrad, per risalirlo, ci si impiegava un mese; in quelli di Naipaul bastava una settimana. Ciò nonostante, nel 1975, «il viaggio sul fiume – milleseicento chilometri nel mezzo di un paesaggio verde, piatto, sempre uguale – è ancora un viaggio nel nulla». Per il Congo post-coloniale, ma sotto molti aspetti anche per l’intero continente africano, le cose erano cambiate soltanto in apparenza o comunque non abbastanza da portare un miglioramento effettivo. Malgrado il paragone non sia esplicito, Naipaul sembra lasciare intendere che Mobutu, l’uomo incoronatosi re del paese, «il signore sposato al suo popolo», fosse in fondo una versione nera e aggiornata del bianco impazzito che si crede un dio africano, e se le piaghe dell’imperialismo stentavano a sparire, era per via di un difetto di memoria. Il Congo aveva cancellato la dominazione belga diventando, in sostanza, un paese senza memoria; si era inventato un’autenticità posticcia dandosi un nome nuovo, Zaire, e intagliando sul bastone dell’uomo al comando simboli di cui nessuno sapeva spiegare il significato.

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Analoghe contraddizioni Naipaul le riscontra in Argentina dove nessuno, che sia un imprenditore o un funzionario di governo o un terrorista, pare in grado di fornire un’idea di passato accettabile. Perfino il vate nazionale, il grande Borges, lo delude con i suoi giochi intellettuali che sottraggono senso alle parole. La conclusione è spietata: «L’Argentina non ha storia. Non ci sono archivi; ci sono solo graffiti e polemiche e lezioni nelle scuole. Immancabilmente gli scolari, con lo spolverino bianco, vengono portati a plaza de Mayo a visitare il Cabildo di Buenos Aires con i cimeli della guerra di indipendenza. Si tratta di un evento glorioso, ma isolato; nei libri di testo e nella mente delle persone non è collegato a quanto è venuto subito dopo». Con la sua sottile, tipica perfidia, Naipaul fa seguire a queste parole l’affermazione di Borges secondo cui «La storia dell’Argentina è la storia della sua separazione dalla Spagna», come a suggerire che se non hai storia, di fatto non puoi separarti da niente. Non stupisce quindi che Bolaño veda in Naipaul il critico più feroce degli argentini benché gli argentini non siano esattamente amati nel resto dell’America Latina; «neanche i cileni hanno mai scritto nulla di simile», dice. Il momento davvero interessante di questo dialogo a distanza tra scrittori tanto diversi per provenienza, idee e sentimenti, e nondimeno più vicini di quanto possa sembrare, è però un altro. Bolaño è probabilmente ironico quando afferma di avere scritto il suo racconto per mancanza di inventiva; sembra cioè fare il verso a Naipaul che accusa, in Conrad, l’incapacità di «andare oltre la semplice idea di una storia… come se l’inventiva gli venisse a mancare troppo presto». L’origine del problema andrebbe cercata nel fatto che Conrad giunse alla letteratura da uomo ormai fatto, con un’opinione sul mondo e le persone a tal punto definita che la narrativa gli serviva per commentare e spiegare ciò che riteneva di avere appreso durante la sua gioventù marinara. Malgrado fatichi ad apprezzarlo appieno come romanziere, Naipul gli riconosce comunque un merito: avere «meditato sul mio mondo» descrivendolo senza artifici.

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Ma c’è di più. Il mondo in cui Naipaul è cresciuto, un’isola alla foce di un grande fiume sudamericano, non era soltanto un luogo tenebroso alla Conrad, lontano dalle società altamente organizzate di cui parlavano gli altri romanzieri; è stato anche il luogo in cui il padre di Naipul ha trasferito le sue mancate ambizioni letterarie sul figlio leggendogli proprio Conrad. Non è dunque per un caso se Il ritorno di Eva Perón si apre con un reportage dedicato a Trinidad, ai luoghi in cui Naipaul si è formato e a Michael de Freitas, noto anche con gli alias di Michael X e Michael Abdul Malik, finito sulla forca nel 1975 perché corresponsabile del massacro di alcuni affiliati della sua comune, tra cui una giovane inglese, una bianca spinta in un’enclave di rivoluzionari neri dalla «grande presunzione ignorante della borghesia anticonvenzionale». Malik ebbe anche un passato da aspirante scrittore durante il quale, annebbiato dalla marijuana, buttava giù un paio di paginette ogni tanto descrivendo il suo stato d’animo sotto l’effetto della droga, e poi si bloccava. È alla luce di tutto ciò che la disomogenità apparente del Ritorno di Eva Perón rivela la profonda unità che Naipaul rivendica. Si parte dalla breve avvertenza in cui viene spiegato come questi reportage abbiano «colmato un vuoto creativo: dalla fine del 1970 alla fine del fine 1973 non mi si è offerto alcun romanzo», per arrivare alla pagina conclusiva del saggio su Conrad in cui si sancisce il crollo delle società che hanno prodotto i grandi romanzi, crollo che ha determinato una immane confusione sullo scopo della narrativa romanzesca: «il mondo in cui viviamo, sempre nuovo, ci passa davanti ignorato, banalizzato dalle telecamere, senza diventare oggetto di meditazione». Chi conosce l’opera di questo scrittore dallo sguardo mai allineato e spesso molesto ma sorretto da una prosa lucida e solida come poche altre, saprà comunque riconoscere nei suoi reportage i prodromi di due romanzi, Guerrillas e soprattutto Sull’ansa del fiume, e forse anche di un terzo, L’enigma dell’arrivo. Quando l’inventiva viene meno e lo scrivere pare non avere più senso, non c’è che una cosa da fare, secondo Naipaul, affinché un romanzo torni a offrirsi: andare per il mondo e osservare.