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«Il termine della vita di un uomo è fissato a cinquant’anni e anche questo mi sembra un periodo fin troppo lungo». Pare siano state queste le ultime parole pronunciate da Ihara Saikaku, poeta e narratore giapponese vissuto nella seconda metà del Seicento e morto cinquantunenne. Oggi, misurata sulle nostre aspettative, la scomparsa di Roberto Bolaño – sopraggiunta proprio a questa età – ci sembra prematura, ma non era inaspettata. Nel 1992, quando era prossimo ai quaranta e aveva da tempo lasciato tanto il Cile in cui era nato quanto il Messico dove trascorse l’adolescenza, si vide diagnosticare un’insufficienza epatica che segnò un decisivo cambio di passo nel suo percorso letterario. Le sue opere più significative, da La letteratura nazista in America a I detective selvaggi fino a 2666, hanno preso forma proprio a partire da quel momento. Curiosamente, anche Saikuku concentrò la sua attività di narratore negli ultimi dieci anni di vita; ma la coincidenza più interessante è che, malgrado abbia guadagnato la fama grazie ai suoi libri di prosa, prima di allora si era dedicato in maniera esclusiva alla poesia, in particolare all’haikai. La distanza tra i due autori è ovviamente abissale per molteplici aspetti e tuttavia è un fatto che per Bolaño le cose siano andate alla stessa maniera. Lo conosciamo e leggiamo per i suoi racconti e romanzi – due dei quali, i più noti, sono peraltro di una lunghezza ragguardevole – e questo nonostante in gioventù si dicesse poeta e i personaggi della sua narrativa, a cominciare dal più ricorrente, quell’Arturo Belano in cui è fin troppo facile scorgere un alter ego, siano anch’essi poeti o si definiscano tali o vedano nella poesia un interesse primario. E che questi poeti siano perlopiù giovani, quando non adolescenti, e vengano descritti come votati alla marginalità e all’oblio, induce quasi a pensare che per la vita di certi scrittori – ma chissà, idealmente forse anche di ogni scrittore – si applichi un principio analogo a quello per cui, secondo Churchill, una persona che non sia socialista a vent’anni è senza cuore e una che ancora lo sia a quaranta è senza cervello.

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In realtà, l’approdo alla narrativa, per quanto concretizzatosi nella maturità, non costituì un taglio con il passato, semmai il contrario. Bolaño non smise di considerarsi un poeta né rinnegò mai gli ideali e gli eccessi di gioventù; il racconto in prosa fu piuttosto, per lui, un modo di praticare la poesia con altri mezzi. Lo dimostra lo stile rapsodico della sua scrittura, uno stile che non è semplice forma ma atteggiamento verso le cose della vita in genere, e che ben rivela la sua natura nei testi lasciati incompiuti o accantonati, recuperati da quaderni e hard-disk e dati alle stampe postumi. Tra questi, Sepolcri di cowboy è particolarmente rivelatore, vuoi per merito di Ilide Carmignani, la cui traduzione rende con sensibilità il modo in cui la pagina di Bolaño tende sempre a una sua metrica; vuoi perché i tre testi raccolti qui riuniti coprono l’intero decennio del Bolaño quarantenne. Il primo, intitolato «Patria», sembra risalga al 1993 o giù di lì; il secondo, «Sepolcri di cowboy», andrebbe collocato nella seconda metà degli anni Novanta; chiude la raccolta «Commedia dell’orrore di Francia», scritto poco prima della morte, ovvero a cavallo tra il 2002 e il 2003. L’edizione italiana inverte l’ordine dei primi due forse per privilegiare la cronologia dei fatti rievocati o forse soltanto perché il secondo è quello che dà il titolo al libro. Qualunque sia il motivo, ne risulta penalizzata la percezione dell’evolversi formale di Bolaño: «Patria» è infatti il testo più acerbo o quantomeno il più stilisticamente lontano dallo scrittore che avremmo conosciuto in seguito. Vi si rintracciano tuttavia temi destinati a trovare una più compiuta elaborazione in testi successivi, a cominciare dall’aereo del Terzo Reich che nel Cile del 1973, all’indomani del golpe, usa la sua scia di fumo a mo’ di inchiostro per scrivere versi in cielo, proprio come Carlos Wieder, lo spericolato pilota di Stella distante. Per non parlare della frequenza con cui polizia e poesia tendono a incrociare le loro strade malgrado diffidino l’uno dell’altra: «Mio padre, ovviamente, non entrò mai nella polizia. Quando si ritirò apri una rivendita di bibite e sposò mia madre, incinta di tre mesi. Poco dopo nacqui io, il poeta di famiglia». L’alter ego narrante si chiama già Belano di cognome ma Rigorberto anziché Arturo, e a questa piccola differenza se ne accompagna un’altra, forse più sostanziale: il modo in cui gli anni di gioventù risalgono alla pagina non ha ancora acquisito l’indeterminatezza tipica dei testi successivi, incluso «Sepolcri di cowboy».

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È tipico di Bolaño attingere al proprio passato con generosità di dettagli, ciò nonostante il narratore non smette mai di mettere in discussione la sua memoria. Espressioni come non so se, forse e può darsi tornano con l’insistenza ossessiva di un intercalare, quasi che il rammemoratore voglia assicurarsi di passare per inattendibile. In «Sepolcri di cowboy», il ricordo si sfoca già nell’incipit: «Mi chiamo Arturo e la prima volta che ho visto un aeroporto era il 1968. A novembre o a dicembre, o forse erano gli ultimi giorni di ottobre». Che mese fosse risulterà del tutto irrilevante nel prosieguo della lettura, eppure la frase ruota proprio attorno a questa incertezza, come fosse di capitale importanza, presentando prima un bivio – novembre o dicembre – e poi una terza direzione. Il paradosso è che simili momenti non fanno arenare il racconto; gli conferiscono invece slancio, funzionando alla stregua di un abbrivo. Bolaño usa i vuoti di memoria come moltiplicatori di possibilità. Alla maniera del gatto di Schrödinger, le cose sono al contempo in un modo e in un altro e grazie alla loro ambivalenza, i ricordi diventano iridescenti come riflessi di luce sull’acqua, acquistano vita più che vivezza, esistono al contempo nella dimensione perduta del giovinezza e in quella dell’uomo maturo che ricorda attraverso il racconto. Ma soprattutto stabiliscono una continuità tra il poeta e il narratore e tengono a distanza il patetismo della nostalgia. Anche quando volgeva lo sguardo all’indietro e pur sapendo di avere gli anni contati, Bolaño aveva questo di straordinario: credeva nel momento, nel sangue che scorre, nell’amore per la vita in tutte le sue forme, incluse le più contraddittorie e oscure. È rimasto sempre un giovane poeta, compagno di strada dei ragazzi che in «Commedia dell’orrore di Francia», su invito di Breton, profeta della rivoluzione surrealista, accettano di vivere nelle fogne. «Che tipo di fogne? Le fogne di Parigi? Le fogne della mente? Le fogne dell’arte? Breton non risponde».