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In tarda serata, nel Giorno della memoria, su Rai Movie è passata una perla di Joseph Losey, maestro nel cui cinema si respira il meglio del Novecento e che stranamente però quasi mai è ricordato quanto altri suoi contemponei. Monsieur Klein ha ancora molto da offrire allo spettatore di oggi, oltre a un Alain Delon smagliante, di una bellezza e un’eleganza vertiginose, quasi incongrue e proprio per questo ancora più dolenti e perfette per il ruolo del perseguitato incredulo, del paranoico controvoglia. In primo luogo, il modo in cui viene trattato l’Olocausto, in maniera quasi taciuta e con una inquietante incredulità, come fosse un sogno senza fine, che ricorda il Dostoevskij del Sosia, una storia più pietroburghese che kafkiana, strappata alla grande Storia e condotta nell’alveo di paure inconsce e sempiterne. Non fosse per la parola ebreo, pronunciata poco e sempre con riluttante timore, come fosse sconcia, il contesto è infatti pressoché assente. Dove sia la guerra non si sa, anzi non si sa proprio se ci sia una guerra, tanto che questa parola non viene pronunciata affatto, neppure una volta, e quando alla fine vediamo apparire i soldati, ci si chiede quasi, E questi da dove spuntano? Siamo semplicemente nel cuore del Ventesimo secolo, con quella sua modernità ancora ottocentesca, arcaica perfino, un meraviglioso miscuglio di vecchi ma solidi fronzoli e linee nuove, essenziali, squadrate, che promettono efficienza anche se i telefoni squillano a intermittenza e con fatica, come galline strozzate. La Storia viene fedelmente ricostruita soltanto nei suoi tratti apparenti e quotidiani, nei vestiti soprattutto, i cappotti – quanti cappotti in questo film – quelli Delon in particolare ma pure quelli delle sue donne, e poi nelle cose, nelle radio, nelle auto, nell’arte – si riconosce uno Chagall a un certo punto. Tutto è molto bello e raffinato perché il signor Klein è un mercante d’arte e i quadri e le cose belle sono la sua unica preoccupazione finché non scopre che potrebbe diventare un perseguitato per sbaglio e comincia a dubitare di ciò che è veramente, a essere talmente ossessionato da questo errore da prenderlo prima per uno scherzo di ignoti e infine come una corrente che lo trascina. Il film procede a strappi, si passa da uno stadio all’altro della persecuzione a forza salti, in un primo momento appena percettibili e poi sempre più evidenti, un precipitare di tonfi e tuffi nel vuoto che trasformano la realtà in un sogno senza che ci si possa rendere conto del passaggio, di quale sia stato il momento in cui è avvenuto il transito. Stupisce che non ci sia un scena incerta o sgbagliata, in questo film. Un’inquadrutura non calibrata, una sola battuta messa lì tanto per far dire qualcosa agli attori. Una perfezione registica che fa da pendat alle belle cose del film – ai vestiti, gli arredi, i quadri, Delon, le sue donne – ha lo strano effetto di amplificare il senso di minaccia incombente. Ricorda tanto Polanski, primo fra tutti ovviamente L’inquilino del terzo piano, che guarda caso è dello stesso anno, 1976. Uno di quei film che ti vien voglia rivederlo già mentre lo stai vedendo, come pure di rividere tutti i film del regista. Tutti i film di Joseph Losey.

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