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(…) La città assente di Ricardo Piglia funziona né più né meno come una macchina sinottica. Le sue tante storie si interrompono e si incrociano alla stessa maniera di vie, viali e vicoli in un tessuto urbano, proponendo un’idea di romanzo moderno, novecentesco, ovvero votato allo smarrimento, alla dispersione, alla frammentarietà ingarbugliata della grande città. La storia non si sviluppa più secondo un percorso obbligato ma attraverso un susseguirsi di accenni narrativi, di indizi, di direzioni possibili. La domanda «C’è una storia?» è quantomai pertinente, perché la condizione del romanzo cittadino non è più il viaggio, ma i misteri delle sue strade, le incognite che si nascondono dietro gli angoli delle strade o dietro il volto anonimo dei passanti. Non per nulla il genere naturale del romanzo cittadino è il poliziesco. Nella Città assente, a indossare i panni dell’investigatore è un giornalista argentino di origini inglesi che deve far luce su un mistero che turba Buenos Aires: un museo e la strana macchina che, pare, vi è custodita. Seguendo un rituale consolidato, il giornalista incontra le persone presumibilmente informate dei fatti. Da ognuno di questi incontri ricava una storia di qualche tipo, il cui legame con l’oggetto dell’indagine è però il più delle volte fumoso. Ciò non impedisce tuttavia al giornalista di scoprire che il museo ospita davvero una macchina. Apprende inoltre che nell’oscuro congegno è contenuto lo spirito di una donna defunta di nome Elena, moglie adorata dello scrittore Macedonio Fernández, il quale ha costruito la macchina proprio allo scopo di trasferirvi i ricordi della compagna prima che morisse. Naturalmente, all’origine di molte storie nelle quali si imbatte il giornalista c’è proprio il contenitore meccanico della memoria di Elena e nulla, in teoria, fuga definitivamente il sospetto che pure l’indagine del giornalista possa essere un parto di questa specie di cyborg concepito da Macedonio Fernández.

Macedonio Fernández  (Buenos Aires, 1874 – 10 febbraio 1952)

Macedonio Fernández
(Buenos Aires, 1874 – 10 febbraio 1952)

Fondamentale è naturalmente la figura del creatore della macchina. E anche in questo caso, il lettore non ha certezze. Un Macedonio Fernández è davvero esistito. Anzi, è più che esistito. Scomparso nel 1952, fu un personaggio leggendario della scena letteraria di Buenos Aires. Lo stesso Ricardo Piglia paragona la sua importanza a quella di James Joyce e, sotto un certo aspetto, lo considera perfino superiore. L’affermazione è volutamente provocatoria, ma ha una sua profonda ragione d’essere e questo breve autoritratto di Macedonio Fernández può rivelarsi molto utile: «Sono nato porteño in un anno molto 1874. Non proprio subito, ma pochissimo dopo, iniziai a ritrovarmi citato da Jorge Luis Borges con lodi così scarsamente moderate che, a causa del terribile rischio al quale egli si esponeva con la sua veemenza, iniziai a diventare l’autore della sua produzione migliore». Parole paradossali, come era nello stile di Macedonio, ma nondimeno dicono il vero. Borges venerava Macedonio; vedeva in lui l’incarnazione del pensiero puro, un uomo che, con umorismo e senso dell’assurdo, non disdegnava di affrontare questioni metafisiche e irrisolvibili quali il tempo, la consistenza dei sogni, l’effettiva esistenza della realtà. Non meno significativo è che Borges lo considerasse l’archetipo del porteño, vale a dire l’abitante ideale di Buenos Aires.

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Il romanzo di Piglia si svolge in un tempo ambiguo. In alcuni momenti pare di trovarsi nel futuro, in altri emergono chiari segni di un passato non estinto, il peronismo e soprattutto gli anni della «guerra sporca», gli anni che vanno dal 1976 al 1983, quelli della dittatura militare, dei desaparecidos, delle isole Falkand. Futuro e passato convivono alla stessa estraniante maniera in cui, osservando la macchina sinottica di Buenos Aires, non è possibile stabilire se l’oggetto del nostro sguardo sia vicino o lontano. L’incertezza della distanza impedisce anche un giudizio definitivo sulla natura dell’oggetto che è davanti ai nostri occhi: se assumiamo di essere lontani dall’oggetto, esso andrà considerato una riproduzione in miniatura; diversamente, lo dovremmo vedere come qualcosa di affatto diverso, accettando la follia del suo costruttore. Lo stesso vale per il tempo della Città assente e le storie che vi si intrecciano; a seconda di quale storia e di quale tempo prendiamo per buoni, il punto di vista cambia, restando però comunque in una condizione precaria, in uno stato simile alla paranoia.

Guillermo Kuitca, «Le Sacre» (1992)

Guillermo Kuitca, «Le Sacre» (1992)

Gli aneddoti sulle imprese e le affermazioni surreali di Macedonio sono innumerevoli, ma quel che forse più conta ai nostri fini è la condizione alla quale egli tese tutta la vita: quella di «famoso autore ignoto». Macedonio dedicò quasi mezzo secolo a un’opera che non diede mai alle stampe, intitolata Il museo del romanzo dell’Eterna. Pubblicò poco o nulla in vita, e tuttavia era ossessionato dalla promozione e diffusione della sua opera ancora inedita. Voleva che ci fossero persone desiderose di leggere un capolavoro, che però restava nei cassetti, prigioniero di una stesura infinita. Nonostante l’uscita postuma della sua opera, Macedonio ha seguitato a vivere nella memoria letteraria più per la sua leggenda, per il mito che lo dipingeva come il Socrate di Buenos Aires. Ha seguitato cioè e a esistere in quanto autore assente e, poiché egli ha rappresentato «la quintessenza… il distillato dello spirito di Buenos Aires», per dirla con Raúl Scalabrini Ortiz (altro suo esegeta entusiasta), salta ancor più evidente che è il romanzo una macchina sinottica. In essa, Buenos Aires e il suo spirito, Macedonio Fernández, sono una la rappresentazione dell’altro ed è perciò impossibile, oltre che inutile, scindere le due cose, stabilire se La città assente sia una replica di qualcosa che è esistito o esiste altrove, o se invece siano la Buenos Aires e il Macedonio Fernández del mondo reale a essere emanazioni illusorie di una città assente.

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z[Il presente testo è un estratto della prefazione all’edizione italiana del romanzo di Piglia uscita per SUR nella traduzione di Enrico Leon]

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